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 2026  giugno 11 Giovedì calendario

Conoscere il nemico. Per batterlo

Il documento racchiuso in questo piccolo libro di Arthur Kronfeld (1886-1941), edito due volte a Mosca (1939 e 1941) e ora «dissotterrato» in efficace traduzione italiana da Luciano Mecacci (Degenerati al potere, Bollati Boringhieri), ha avuto – nel corso delle sue «vite» – due differenti titoli: Psicopatici al potere, poi Degenerati al potere. Il secondo è quello adottato nell’edizione italiana: una scelta coerente col contenuto dell’Introduzione, redatta da Alexander Etkind. La quale occupa la prima metà del volumetto e tratteggia la vita ed il modus operandi di Arthur Kronfeld, psichiatra ebreo berlinese pilastro dell’Istituto di sessuologia, riparato a Mosca nel 1936, medico dei dirigenti sovietici, suicida nell’ottobre 1941 con i tedeschi alle porte di Mosca.
Di che si tratta? Come nota Etkind nell’Introduzione, Kronfeld aveva avuto modo di conoscere da presso e in alcuni casi personalmente i dirigenti nazisti (Hitler per esempio). Nel caso di Hitler, in particolare l’aveva avuto accanto in tribunale, dovendo intervenire come consulente psichiatrico nel processo Abel-Hitler (1932) originato dai milioni di lire fatti giungere da Mussolini al futuro Führer. Abel aveva denunziato Hitler per «tradimento».
Da questa ampia esperienza, Kronfeld – «collezionista di aneddoti» lo definisce Etkind – aveva tratto, giunto ormai a Mosca, questo opuscolo di aspra descrizione e denuncia della natura e dei comportamenti criminali dei nuovi padroni della Germania. Di tale opuscolo i dirigenti sovietici, probabili committenti, intesero fare uso. In modi diversi e in momenti diversi.
È importante la cronologia. «Il testo era già stato stampato all’inizio del 1939 in cinquanta copie a uso del Comitato centrale del Pcus» (Mecacci). Nel settembre ’38 a Monaco, le «democrazie» avevano lasciato mano libera a Hitler sui Sudeti; a febbraio ’39 la Slovacchia si separò sotto la guida del filonazista monsignor Jozef Tiso; il 15 marzo ’39 le truppe tedesche occuparono Praga. Intanto la repubblica spagnola, lasciata sola dalle «democrazie» di fronte alla ondata franchista sostenuta militarmente dalle potenze dell’Asse, si avviava al tracollo. Circa due mesi dopo cadde Madrid. Per i sovietici l’ipotesi prevalente era di trovarsi in isolamento sotto la prevedibile minaccia tedesca. La conoscenza dell’avversario, rivelata «dall’interno» ad opera di un testimone primario come Kronfeld, appariva un contributo utile anche per orientare l’azione.
Uscire dall’isolamento però era possibile se la sponda anglo-francese avesse corrisposto alle aspettative anziché estenuare le trattative coi sovietici, in vista di un fronte antitedesco, con quella che è stata chiamata «la diplomazia del cargo» ovvero la «lenta crociera verso Mosca» (Anthony Read e David Fisher, L’abbraccio mortale, traduzione di Piero Bairati, Rizzoli, 1989, capitolo XIII). È in questo clima – mentre tutte le cancellerie già sanno che sin dall’aprile ’39 il comando tedesco ha i piani per il possibile attacco alla Polonia (lo ricordò ancora una volta Gorbaciov il 7 novembre 1987 in un intervento pubblico e ufficiale) – che si creano le condizioni per il «colpo di scena» del 23 agosto 1939: l’arrivo a Mosca di Ribbentrop e il «patto di non aggressione» germano-sovietico. Scelta obbligata per i sovietici secondo lo storico britannico A.J.P. Taylor (Le origini della Seconda guerra mondiale, traduzione di Luciano Bianciardi, Laterza, 1961); scelta compiuta non per un capriccio di quella che strambamente Etkind chiama «la cricca filonazista di Molotov» (pagina 26) ma, semmai, con il retropensiero da entrambe le parti contraenti che la partita «mortale» fosse solo rinviata. Lo storico polacco-tedesco Bogdan Musial va ripetendo da anni, nei suoi libri e interventi pubblici, che il vero intento di Stalin fosse di sferrare il «colpo a sorpresa» contro la Germania e che fu soltanto anticipato dall’«Operazione Barbarossa». Dai Diari di Georgi Dimitrov (editi in Italia da Einaudi) si può seguire tutta l’ambiguità della situazione (Chiang Kai Shek che avvisa Stalin dell’imminente attacco tedesco quasi alla vigilia del 21 giugno ’41) e il timore – da parte russa – di cadere nella trappola della «disinformazione» depistante verso decisioni irreparabili. Krusciov, nel Rapporto segreto (febbraio 1956) accusò postumamente Stalin di essere giunto impreparato alla guerra. Da qualche anno invece è emerso il discorso (non reso pubblico) di Stalin all’Accademia militare di Mosca (maggio ’41!) incentrato sul tema «la miglior difesa è l’attacco». E sarebbe anche giovevole tener conto di ciò che rievoca sull’incontro con Hitler a Berlino (novembre ’40) lo stesso Molotov – ormai mero testimone nelle tardive (1991) memorie-intervista con il giornalista Felix Tchouev (con prefazione di Hélène Carrière D’encausse, Éditions Albin Michel, Paris, 1995) per orientarsi vieppiù di fronte a quelle vicende.
Dopo il patto – che fu una autentica «bomba» – l’opuscolo di Kronfeld non era certo in sintonia con la nuova situazione. Fu ripescato e diffuso in centinaia di migliaia di copie dopo l’attacco tedesco del giugno ’41. Molotov lo aveva letto e memorizzato, e se ne ricorda ancora, da vecchio, nei dialoghi con Tchouev quando definisce Hitler «soprattutto un narciso» e Ribbentrop un «mercante di champagne» (per giunta pessimo, aveva precisato Kronfeld).
Analogamente il robusto pamphlet antisovietico tedesco di Karl Albrecht, Il socialismo tradito, esce per Nibelungen Verlag in centinaia di migliaia di copie tra novembre 1938 e agosto 1939, poi non più, ma viene rilanciato massimamente nel settembre 1941 (e almeno fino al 1943).
Sarebbe stato utile, proponendo al lettore italiano questo libretto tagliente e sostanzialmente veridico (al di là delle inesattezze che Mecacci mette bene in luce nelle note), ricordare che, appena finita la guerra, Stalin commissionò e fece realizzare – facendo mettere «sotto torchio» stretti collaboratori del Führer caduti in mano russa a Berlino – un Dossier Hitler (edito in Italia dalla Utet nel 2005). Una indagine imponente per la mole e per il contenuto, che dimostra quanto per i leader sovietici, e per Stalin in particolare, fosse dominante l’incubo hitleriano. La ventina e passa di milioni di morti russi nella «grande guerra patriottica» contro l’aggressione tedesca giustificavano ampiamente lo sforzo di capire la genesi e il principale promotore di quel flagello.