Corriere della Sera, 11 giugno 2026
Diomira Pertini ricorda suo zio
«La vede quella poltrona? Ricordo come fosse adesso un carnevale: i miei due figli erano mascherati e zio Sandro, seduto su quella poltrona, giocava con loro coi coriandoli e le stelle filanti. Come si divertiva!». Diomira Pertini è una signora di 92 anni dagli occhi buoni, nipote di Sandro Pertini, indimenticato presidente della nostra Repubblica. Lui e la moglie Carla Voltolina non ebbero figli, ma presero con loro Diomira, quando rimase orfana.
Qual è il primo ricordo di suo zio?
«Avevo undici anni, era il 1945, vivevo a Sant’Ilario, sopra Genova, con la famiglia a cui papà mi aveva affidato in guerra, essendo mamma morta quando avevo dieci mesi. In aprile, però, papà era stato ucciso nel campo di concentramento nazista di Flossenbürg e io ero rimasta con questa famiglia che non conosceva nessun mio parente. Poi, sui giornali avevano letto di un Sandro Pertini eletto segretario del Psiup, che come mio padre era nato a Stella in provincia di Savona. Lo avevano cercato. Lui stesso non sapeva di avere una nipote: fra il carcere, la resistenza e il confino, non aveva più avuto notizie di mio padre. Ricordo l’arrivo di un signore affettuoso. Mi disse: “Torno a prenderti presto”».
E così fu?
«Dopo qualche giorno, tornò con zia Carla, andammo a Chiavari e restammo in albergo per una settimana. C’erano anche l’altro grande socialista Pietro Nenni con la moglie e una nipotina mia coetanea. Gli zii avevano pensato che una compagna con cui giocare avrebbe attutito l’impatto di quella nuova vita. La mattina, zio e Nenni si sedevano al bar a leggere i giornali e noi andavamo in spiaggia. Poi, siamo andati a Roma. Lì, zio Sandro mi ha fatto da papà e zia Carla da mamma. Mio padre avrebbe voluto che diventassi maestra e così sono andata in collegio dalle Orsoline a Porta Pia e, una domenica al mese, tornavo a casa».
Quando ha visto suo padre Eugenio l’ultima volta?
«A dieci anni. Ero cresciuta con la nonna materna a La Spezia, ma poi papà aveva voluto tenermi con sé a Genova. Era stata una gioia grande, finché mi disse che mi mandava a Sant’Ilario perché in città “l’aria non era più buona”. Ma la verità era che aveva ricevuto la falsa notizia della fucilazione di zio Sandro a Regina Coeli e perciò aveva deciso di entrare anche lui nella Resistenza. Un giorno, andai a Genova a trovarlo. Eravamo in trattoria, avevamo ordinato il risotto, quando arrivarono le SS a prenderlo. Ricordo ancora questo nazista grande e grosso sulla porta che gli puntava la rivoltella contro. Forse, papà pensò di scappare passando dalla cucina, ma non lo fece. Mise sul tavolo tutti i soldi che aveva in tasca e si lasciò portare via».
Fra tutti i suoi parenti, fu zio Sandro a farle da tutore perché si sentiva responsabile della morte del fratello maggiore?
«Altroché. Si sentiva in colpa, sì. L’ho sempre pensato, anche se non me l’ha mai fatto pesare. Non parlava mai del fascismo, del carcere, del confino. Le poche volte che l’ho ascoltato raccontare qualcosa è stato davanti ad altri, per ricordare episodi drammatici ma in modo divertente. Proprio come quello della mancata fucilazione».
Gennaio 1944: grazie a un ordine di scarcerazione contraffatto, i due futuri presidenti della Repubblica Pertini e Giuseppe Saragat riuscirono a evadere prima di essere giustiziati dai nazisti che occupavano Roma.
«Raccontava di quando in carcere pianificavano la fuga e, nel gruppo, c’era un compagno balbuziente che non aveva capito che era un’evasione, pensava che li stessero liberando e pretendeva di recuperare i suoi effetti personali. Lo zio lo imitava facendo la voce balbettante e tutti ridevano. Ma lui era fiero che fossero scappati in sette, perché raccontava che, in principio, Nenni aveva detto: “L’importante è portare fuori Saragat, perché Pertini al carcere è abituato”. Solo che zio era stato netto: “O tutti o nessuno”».
Le ha mai raccontato di quando era confinato a Pianosa e rifiutò la domanda di grazia presentata dalla madre?
«Mai, l’ho saputo dopo, leggendo la lettera in cui le scrive “come hai potuto fare questo? Perché hai voluto offendere la mia fede?”. E l’ho sentito dire in un’intervista che non si riteneva eroico perché altri avevano fatto lo stesso, incluso un compagno di cella, contadino. Il podestà del suo paese gli aveva promesso anche un lavoro, ma lui aveva rifiutato pur sapendo che moglie e figli erano alla fame. Lo zio ricordava che singhiozzava ripetendo “non voglio tradire il mio Paese, il mio partito, la mia fede”».
Quando suo zio morì, nel 1990, Enzo Biagi scrisse sul «Corriere» che «era portato alla malinconia e teneva sempre a portata di mano le poesie di Leopardi e le opere di Dostoevskij». Era malinconico suo zio?
«Era malinconico e anche allegro, dipende. Aveva i suoi pensieri, non era sempre d’accordo con quello che facevano gli altri politici».
Con lei era severo?
«Non direi. Era presente e si preoccupava per me, anche se lo vedevo poco, perché quando tornavo di domenica, era spesso in giro per comizi. Quando ero a casa in settimana, però, a volte, mi portava alla Camera ad assistere alle sedute. Andavamo in pullman. Scendevamo davanti a un banchetto di banane. Mangiavamo una banana e poi andavamo a Montecitorio. In villeggiatura, andavo con zia Carla e sua madre. Zio c’è sempre stato, veniva a trovarmi in collegio. Per i miei 18 anni, portò un vassoio grande di paste. Interveniva quando pensava che ce ne fosse bisogno, anche quando finito il collegio lasciai Roma e iniziai a lavorare».
Una volta in cui intervenne?
«Appena diplomata, in attesa che ci fosse un concorso pubblico per l’insegnamento, trovai un posto da maestra in una colonia a Masciago sul lago d’Orta. Quando aprivo la finestra, avevo sotto il lago e davanti il Monte Rosa: una meraviglia. Però, era un luogo desolato, perché era di villeggiatura e io ero arrivata a novembre. Quando lo zio venne a trovarmi, vide quel deserto e mi disse “andiamo via, qui non troverai mai marito, qui muori zitella”».
E lei ha poi trovato marito?
«Dopo le vacanze di Natale, trovai subito un altro posto a Genova, dove conobbi l’uomo che ho sposato. Poi vinsi il concorso e mi mandarono in Basilicata. Tutti pensavano che sarei rimasta poco perché lo zio mi avrebbe aiutata ad avvicinarmi a casa. Ma i favoritismi non erano ammessi nella nostra famiglia e il trasferimento l’ho avuto solo dopo undici anni».
L’integrità di suo zio è celebre. Ne conserva altri ricordi?
«Una volta ero a Roma e zio dal Quirinale prenotò un ristorante in centro per me, mio marito e i nostri due figli. Andiamo, ma l’oste non volle essere pagato e io pensai che fossimo ospiti dello zio. Il mattino dopo, alle sette, suona il telefono e zio dice che ci aspetta al Quirinale alle dieci. Andiamo e mi chiede: ieri, avete speso tanto? Capii subito che era stato il ristoratore a offrirci la cena e mi prese un colpo. E lo zio: “Ricordati che dovete pagare sempre”. Al che, insistette perché accettassi una bella cifra e corsi subito a saldare il conto».
Andò spesso al Quirinale?
«Diverse volte. La prima, appena eletto, nel ’78 per il suo compleanno. Mi disse: “Zia Carla non è contenta che sia presidente”. Zia era riservata, lavorava, temeva di perdere la libertà, perciò non mise mai piede al Quirinale, lui tornava a casa la sera e, dopo, è andato tutto bene. Altre volte, ho accompagnato in visita al Quirinale ex deportati. Poi, mi fermavo a pranzo e con zio ci spostavamo in un salottino dove lui metteva una zolletta di zucchero nella grappa e si accendeva la pipa. Ogni tanto, veniva a trovarci a Verona. Amava le tagliatelle in brodo e i lessi che faceva mia suocera. Anche il cotechino, ma zia Carla non voleva che lo mangiasse».
Lei come si spiega «il pertinismo», quel modo di saper essere vicino alle persone, a partire dalla presenza a Vermicino nei soccorsi del piccolo Alfredino Rampi caduto nel pozzo?
«Era il suo carattere, gli andava proprio di stare con la gente».
Un gesto affettuoso che non dimenticherà mai?
«Quando andò a Flossenbürg a cercare le spoglie di mio padre, scoprì che era in una buca comune e mi scrisse allegando i fiorellini che aveva raccolto sulla fossa».