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 2026  giugno 11 Giovedì calendario

Giorgetti: lo Stato uscirà da Mps. Le quote a chi paga di più

Il governo è spettatore interessato del risiko bancario che mette in palio il controllo di Monte dei Paschi di Siena, di Mediobanca e del 13% di Assicurazioni Generali. «Abbiamo una quota, da cui ovviamente dobbiamo uscire», ha detto ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, con riferimento al 4,9% detenuto dallo Stato in Mps, eredità del salvataggio della banca che nel 2022 costò 1,6 miliardi alle casse pubbliche. «Come sempre, dovremo valutare chi ci dà di più».
Attualmente, l’offerta più alta è quella di Intesa Sanpaolo che ha messo sul piatto 1,6 sue azioni più un euro per ogni titolo Mps consegnatole. Il governo riceverebbe circa 148 milioni, portando a oltre 2,8 miliardi l’incasso della privatizzazione del Monte. E si troverebbe socio con circa l’1% della nuova Intesa Sanpaolo da 126 miliardi di capitalizzazione di Borsa. Avrebbe cioè una quota del valore di circa 1,3 miliardi in un gruppo che mira a realizzare 16 miliardi di utile nel 2029 e a distribuire 61 miliardi di dividendi in cinque anni.
Chi potrebbe offrire di più al Mef e agli alti azionisti di Mps? Secondo gli analisti di Barclays, Unicredit «potrebbe considerare una controproposta», anche se l’opzione sarebbe «politicamente complicata» e «potrebbe non essere fattibile» finché la banca guidata da Andrea Orcel ha in corso l’offerta per Commerzbank in Germania (cioè fino al 16 giugno, almeno). Si rifarà sotto Banco Bpm, che già ha proposto un matrimonio alla pari a Mps? Per Deutsche Bank, il rilancio è un’opzione, seppur «remota», ma richiederebbe il supporto del primo socio di Bpm, i francesi di Crédit Agricole. Il mercato è meno possibilista e, anzi, ha iniziato a scommettere sul fatto che il Banco possa trasformarsi da predatore a preda. Così, mentre Mps ieri è scesa in Borsa dello 0,9% verso il prezzo proposto da Intesa, Bpm è salita del 3,7%.
Chi potrebbe lanciarsi all’assalto? L’indiziato numero uno è di nuovo UniCredit, se non altro perché ha già tentato nel 2024 di conquistare Bpm, salvo poi esser bloccata dal golden power. Orcel potrebbe rifarsi sotto. Ma non subito: prima c’è da completare la scalata a Commerzbank, il secondo istituto di Germania, di cui oggi UniCredit detiene il 55%, fra azioni e derivati. Poi, chiusa la campagna tedesca, UniCredit potrebbe tornare sull’Italia per riaccorciare le distanze con Intesa, guardando a Banco Bpm e a Generali.
«Il settore bancario italiano è alle soglie di una nuova era di fusioni e acquisizioni», ha chiosato l’agenzia S&P, giudicando «inevitabile» una nuova «ondata di consolidamento» a partire dalla mossa di Intesa, che sta avendo vasta eco sulla stampa internazionale. «Quello che accade nel mondo bancario dimostra la vitalità del nostro sistema finanziario», ha rimarcato il vicepremier Antonio Tajani.
Le fusioni potrebbero creare banche più solide, redditizie e capaci di competere in Europa e nel mondo. Ma comportano, come possibile rovescio della medaglia, il rischio di una riduzione della concorrenza in Italia e, quindi, di un aumento dei costi dei servizi bancari, incluso il credito a famiglie e aziende. «L’assetto che verrà dal consolidamento bancario – ha avvertito la premier Giorgia Meloni – dovrà preservare il risparmio delle famiglie e garantire la prossimità territoriale per rafforzare il credito e i servizi finanziari alle imprese».