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 2026  giugno 11 Giovedì calendario

Trump «Amo l’inflazione»

Negli Stati Uniti, a cinque mesi dalle elezioni di «midterm», l’inflazione si attesta al 4,2%, un livello che non si vedeva da tre anni, dal maggio del 2023. È, quindi, la soglia record per la presidenza di Donald Trump. Ma ciò che preoccupa l’amministrazione e la Federal Reserve è il trend negativo, cominciato con l’attacco americano-israeliano contro l’Iran. Basta mettere in fila poche cifre. A febbraio del 2026, il rialzo dei prezzi era pari al 2,4%; a marzo al 3,3%; ad aprile al 3,8%. Circa il 60% dell’incremento è dovuto all’aumento del costo dell’energia. L’indicatore più semplice e popolare, cioè il prezzo medio al gallone (3,78 litri) è arrivato a 4,55 dollari: un dollaro in più rispetto all’anno scorso. L’autosufficienza energetica degli Stati Uniti non basta per arginare l’onda, per un motivo molto semplice: le grandi compagnie petrolifere americane adeguano volentieri i prezzi a quelli fissati dal mercato internazionale.
Nei mesi scorsi si era parlato di un possibile provvedimento del governo federale per calmierare i prezzi di benzina ed elettricità. Il modo più semplice sarebbe quello di limitare le esportazioni di petrolio e di gas liquido, come è accaduto fino al 2015. Ma ciò significherebbe ridurre i profitti dei petrolieri che nel 2024 hanno finanziato la campagna presidenziale di Trump con 75 milioni di dollari.
Per il momento, il presidente – che ostentando serenità ha detto di «amare l’inflazione» cerca di placare l’opinione pubblica, annunciando ogni giorno che l’accordo con l’Iran è imminente: presto riaprirà lo Stretto di Hormuz, da cui transita il 20% del greggio consumato nel mondo, e tutto tornerà alla normalità. Anzi Trump, pensando di enfatizzare un buon segnale, si è vantato sul suo social «Truth», perché il deficit della bilancia commerciale «è aumentato come mai era successo negli ultimi 34 anni». Il leader Usa ha fatto riferimento a una statistica di sei mesi fa che mostrava come il disavanzo fosse cresciuto fino a 56,8 miliardi di dollari. In aprile, ultimo dato, era pari a 55,9 miliardi. Non si è capito se Trump si sia confuso con i numeri e anche con la sua politica commerciale: ha imposto i dazi a mezzo mondo per ridurre, non aumentare, il deficit del trade.
In ogni caso, gli americani sono sempre più scettici. Secondo un sondaggio pubblicato il 29 maggio scorso dal sito Politico, il 60% degli elettori pensa che la Casa Bianca non abbia fatto abbastanza per schermare il Paese dalle conseguenze economiche del conflitto. Diversi osservatori statunitensi ricordano che Kamala Harris venne sconfitta anche per l’inflazione. Vero, il tasso medio, nel novembre 2024, mese delle elezioni, era pari al 2,7%, ma i prezzi dei beni alimentari erano cresciuti molto di più. Oggi, lo scenario è simile.
La Fed, naturalmente, segue con apprensione le ricadute della guerra sull’economia. Anche al netto di energia e cibo, il nocciolo duro dell’inflazione, il tasso «core», raggiunge il 2,9%. Al di sopra, quindi, dell’obiettivo fissato dalla Banca centrale: 2%. In queste condizioni, sembra davvero improbabile che la Federal Reserve possa sforbiciare il tasso di interesse, oggi al 3,5-3,75%, per dare ulteriore slancio alla crescita economica, come continua a chiedere Trump.