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 2026  giugno 11 Giovedì calendario

Il tycoon va avanti tra nuovi raid e promesse di pace

Il presidente Trump alternava ieri minacce di guerra a promesse di pace: nessuna delle due cose si è finora realizzata, lasciando grande incertezza su come o quando il conflitto con l’Iran avrà fine. Gli ultimi attacchi sono stati definiti dal Comando centrale Usa «difensivi» e «proporzionati» in risposta all’abbattimento di un elicottero Apache americano da parte di un drone iraniano. Trump nello Studio Ovale ieri ha preannunciato ai giornalisti che gli Stati Uniti avrebbero colpito nuovamente l’Iran in giornata suggerendo che non si tratti solo di una risposta per l’Apache ma anche di un «incentivo» per spingere l’Iran all’accordo, in questi negoziati che il presidente non fa mistero di voler vedere conclusi una volta per tutte.
«Li abbiamo colpiti duramente ieri, li colpiremo di nuovo oggi, nel caso non siate di fronte alla tv, e vedremo che cosa succede con l’accordo: eravamo vicini ma continuano a prendere tempo e a prenderci in giro». Trump ha aggiunto che l’accordo è stato «completamente negoziato» e «tutto quello che devono fare è firmare».
Ieri mattina Trump ha scritto su Truth che l’Iran ha sbagliato a non accettare un accordo «che sarebbe stato grandioso per loro» e «adesso dovranno pagare il prezzo»: parole che potrebbero far pensare che i negoziati fossero finiti, ma nelle stesse ore una delegazione di negoziatori del Qatar arrivavano in Iran per le trattative.
I negoziatori americani e iraniani si sono concentrati su quattro principali elementi di un accordo sul nucleare: secondo il New York Times se l’Iran accettasse questi quattro limiti al suo programma nucleare, segnerebbe (almeno su carta) un passo avanti significativo rispetto alle concessioni ottenute durante i negoziati del 2015 dal team di Obama.
I quattro punti sono: 1) sospendere l’arricchimento dell’uranio per una quindicina d’anni; 2) diluire le attuali riserve di uranio arricchito (non solo al 60% ma anche a livelli più bassi) con un coinvolgimento, almeno da osservatore, degli americani e magari facendolo all’interno del Paese, in modo che gli iraniani possano dire di essere rimasti in possesso del materiale; 3) smantellare i siti nucleari di Natanz, Fordo e Isfahan (i critici dell’accordo di Obama notavano il fallimento nel chiudere Fordo, sito sotterraneo, poi riattivato dopo il ritiro di Trump dall’accordo, e usato per produrre uranio arricchito ad alto livello). Non è chiaro se l’Iran sia disposto a farlo; un’alternativa sarebbe di lasciare aperti dei siti in superficie (facilmente bombardabili) ma non sotterranei. 4) Gli Usa vogliono che gli ispettori internazionali siano in grado di fare controlli a sorpresa ogni volta che vogliono e dovunque, ma non è chiaro se il governo iraniano accetterà; e se anche lo facesse bisognerebbe poi che ci fosse una effettiva cooperazione punto per punto, incluso guidare gli ispettori a Isfahan dove si trova probabilmente a grande profondità il grosso delle riserve arricchite al 60%: molti di questi siti sono all’interno di basi militari dei Guardiani della rivoluzione e in passato gli ispettori sono stati bloccati all’ingresso.
I negoziati vanno dunque al di là del tema della riapertura dello Stretto di Hormuz, ma l’accordo non è completamente negoziato, secondo il New York Times: ci sono «i contorni nebulosi di un accordo», che nonostante l’ottimismo di Witkoff e Kushner, i negoziatori americani che propongono colloqui in Svizzera sulla seconda fase già da metà giugno, potrebbe essere deragliato dai Guardiani della rivoluzione o da politici iraniani più oltranzisti del ministro degli Esteri Abbas Aragchi.
Trump ha sminuito nuovamente ieri gli effetti della guerra sull’economia americana: i prezzi del petrolio sono aumentati del 2% fino a 93 dollari al barile ieri dopo le sue nuove minacce all’Iran, mentre i dati sull’inflazione mostrano una accelerazione a maggio per il terzo mese consecutivo fino a un tasso annuale del 4,2%. Ma il presidente parla di «numeri grandiosi» e dichiara che gli Stati Uniti stanno «tirando fuori milioni di barili di petrolio» dallo Stretto di Hormuz.
«Nessuno lo sa, sapete chi non lo sapeva? L’Iran, fino ad ora. L’altra notte abbiamo fatto uscire 22 navi a tarda notte, senza luci perché non hanno radar perché li abbiamo fatti a pezzi». Come l’accordo di Obama 11 anni fa, le offerte di Trump sono basate sulla scommessa che gli interessi economici del regime prevarranno. Intanto bisognerà vedere che effetto avranno nuovi attacchi americani sui negoziati.