Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  giugno 10 Mercoledì calendario

I Mondiali nel Messico della narcoguerra. Le partite si giocano fra le fosse comuni

Perfino il rumore è cambiato. Il ronzio del tagliaerba è monotono e persistente. Niente a che vedere con il tonfo secco dell’asta di metallo – la “barilla” – affondata nella terra una, due, cento volte. Prima di rivoltarla con pale e picconi. Prima di aprire crateri fra pietre e erbacce. Quel paesaggio lunare non esiste più. Dietro la recinzione di metallo, c’è una spianata uniforme color sabbia, solcata da muretti di pietra. Appena scesa dall’auto, Marcela Romo Esparza sbatte le palpebre, confusa. Ha girato in tondo per venti minuti prima di trovare l’imboccatura. È stata migliaia di ore in quel luogo eppure non riesce ad orientarsi. Poi, di scatto, sgrana gli occhi. «Quell’albero – sussurra, indicando con la mano oltre il reticolato –. Sì, lo riconosco. Ci rifugiavamo sotto le sue fronde in cerca di un po’ d’ombra e di energia». Sono passati sei mesi ma per “Las Agujas” è trascorsa un’era. I suoi ventisei ettari sono in procinto di trasformarsi in un complesso residenziale dall’enorme potenziale. A Zapopan, appena fuori dal caos urbano di Guadalajara, il lotto è circondato dai campi di agave azzurra da cui, nel XVI secolo, proprio nel municipio adiacente di Tequila, è nata la bevanda omonima. La zona, poi, è stata riqualificata in vista dei Mondiali: si trova lungo la via dell’Akron, lo stadio da 50mila posti dove si disputeranno quattro delle 104 partite del Campionato in programma tra Messico, Stati Uniti e Canada. La prima già la sera dell’11 giugno (l’alba del 12 in Italia), a poche ore dall’apertura a Città del Messico.
L’ubicazione sulla carta è, dunque, ottima. Se non fosse per il fatto che Las Agujas è il cimitero clandestino più grande dell’area metropolitana Guadalajara, capitale messicana dei desaparecidos: poco meno di 10mila, quasi il 10 per cento del totale nazionale in base ai dati ufficiali. O, almeno, lo era fino allo scorso dicembre quando sono state raccolte le ultime delle oltre 270 borse piene dei resti di almeno 57 corpi. Donne e, in gran parte, uomini sequestrati, assassinati e coperti senza troppa cautela con una manciata di terriccio rosso. «La ditta costruttrice aveva appena cominciato i lavori quando si è imbattuta nelle prime ossa. Ha chiamato la Procura che voleva chiudere in fretta il caso. Ma non gliel’abbiamo consentito», racconta Marcela la “buscadora”. Così – “buscadores” cioè cercatori – si definiscono i familiari auto-organizzati in oltre 250 gruppi sparsi per il Paese e artefici dei principali ritrovamenti mentre le autorità latitano. Marcela, avvocata e esponente di “Luz y esperanza”, in realtà, è la prima a cui, dopo un anno di richieste, è stato riconosciuto il diritto a ricercare l’amica Laura García Munguía, svanita nel nulla a Guadalajara il 22 maggio 2024, frugando in discariche e campi incolti.
Desaparecidos. A lungo associata alle dittature latinoamericane del Novecento, la parola è stata catapultata nel XXI secolo messicano dalla fallimentare offensiva contro i narcotrafficanti portata avanti a partire dal 2006 da quattro amministrazioni di differente colore politico. E si è dilatata a dismisura. Nei numeri: oltre 134mila persone sparite, più del quadruplo degli scomparsi nell’Argentina dei generali, altra collocazione polemica dei Mondiali nel 1978. Ma anche nel significato: non indica più gli oppositori, reali o potenziali, catturati e massacrati dai regimi. Chiunque è a rischio nella narcoguerra, anche se, dopo vent’anni, la droga ormai attiene più alla scenografia che alla sceneggiatura. I narcos, come vengono chiamati, sono multinazionali del crimine che, con il sostegno di pezzi di istituzioni catturati, si contendono il territorio e le sue risorse. Uno scontro violentissimo, platealmente esibito eppure invisibile perché tollerato in patria e nel mondo, pian piano “normalizzato”. E relegato nelle viscere sociali e mediatiche del Paese. Da cui riaffiora, ininterrottamente, nei corpi dei desaparecidos. Carni e vite sacrificabili, con cui i narcos seminano il terrore, esercitano il controllo sociale e si assicurano manodopera schiava usa e getta. Carni e vite ridotte in frammenti, minuscoli eppure capaci di rompere, con il loro apparire, lo strato sempre più sottile di quotidianità, ordinaria e, al contempo, scintillante.
Tra le prime quindici economie del pianeta, il Messico è hub globale di imprese rilocalizzate, paradiso turistico e riferimento culturale internazionale. Ma il Messico è anche – come ripetono gli attivisti – una «fossa comune con inno nazionale». Per un intrinseco surrealismo – per parafrasare André Breton –, i Mondiali hanno riunito questi due Paesi nello stesso spazio ristretto. A Guadalajara – sede della Coppa insieme alla capitale e a Monterrey –, nel giro di quindici chilometri si trovano il campo di calcio, i bus e gli hotel dei tifosi e le necropoli improvvisate dai narcos. «Qui sono state scoperte 63 delle 229 fosse trovate da ottobre 2018, contenenti 620 corpi», spiega Héctor Piña, giornalista, ricercatore e docente dell’Università gesuita di Guadalajara (Iteso).
Secondo le mappe elaborate dall’esperto in analisi dei dati, aggiornate a maggio, otto dei cimiteri clandestini sono stati individuati a cinque chilometri o meno dall’impianto. «È un punto strategico che congiunge la città con il municipio di Tala dove sono stati scovati campi di addestramento e di sterminio del cartello». Non è necessario specificare quale: Guadalajara è il regno di Jalisco nueva generación. Il moltiplicarsi di fosse coincide «con la sua l’espansione rapida e debordante» sottolinea Jorge Ramírez, sociologo dell’Università di Guadalajara, tra i più noti studiosi del gruppo armato. «Un’ascesa cominciata con la produzione e il commercio della metanfetamina – ricorda – e proseguita inarrestabile grazie alla capacità di diversificare il business in una molteplicità di attività legali e illegali e di associare, in una sorta di franchising, le bande locali. Indifferente all’eliminazione a febbraio del superboss Nemesio Oseguera alias “El Mencho”, il gruppo mantiene inalterato il proprio potere». Un indicatore è la prosecuzione delle sparizioni. L’unica novità, da qualche tempo, è l’abbassamento dell’età delle vittime. «Prendono gli adolescenti per arruolarli a forza. Al cartello occorre carne da cannone. Ha perfino ridotto i tempi di addestramento: mettono loro in mano una pistola e li spediscono a combattere i rivali – afferma Ramírez –. Ritengo che circa un quarto dei desaparecidos sia stato reclutato. Dubito che più di un terzo sia vivo».
«Come si fa a pensare di giocare i Mondiali qui, fra le fosse clandestine? La Fifa non poteva andare a fare i suoi affari da un’altra parte?», tuona Jaime Aguilar, pensionato e volontario di Guerreros buscadores, mentre piazza il banchetto per la raccolta fondi per comprare acqua, creme solari, stivali. Il minimo indispensabile per proseguire le ricerche. «Ci autofinanziamo ma molti sono poveri. E i governi – nazionale, statale, municipale – non ci aiutano. Non hanno budget, dicono». In compenso, hanno sborsato l’equivalente di mezzo miliardo di euro per il rifacimento della linea 5 diretta allo stadio, senza riuscire a terminarla. Altri 22 milioni sono finiti nel restauro delle piazze del centro e 15 milioni per il festival collegato alla Coppa. «La Fifa è un partner esigente anche se tiene per sé i profitti» denunciano gli attivisti. Temono poi che il restyling sia l’occasione per “far scomparire gli scomparsi”, cancellando memoriali e foto con cui è tappezzata Guadalajara. «Non glielo consentiremo – conclude Aguilar –. Al contrario, moltiplicheremo le marce qui e nella capitale. I Mondiali sono una vergogna ma almeno, forse, il mondo si accorgerà di noi». Quarantasei anni dopo Argentina ‘78, l’ombra della desaparición proietta il campionato di Mexico2026 ben oltre l’erba degli stadi.