Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  giugno 10 Mercoledì calendario

Daniele Silvestri parla del suo nuovo album

«Artisticamente lo amo, ma penso che De Gregori abbia perso un’occasione per non dire nulla. Sono totalmente contrario alle sue parole. Quando ho sentito Springsteen l’ho trovato strepitoso». Daniele Silvestri non ha mai esitato a esporsi, dentro e fuori le sue canzoni. Lo fa anche nel nuovo disco Canzoni a sdraio, in uscita il 12 giugno. Dei 12 brani registrati live solo uno è inedito, Sana e robusta Costituzione, gli altri sono tratti dal suo repertorio e scritti in età diverse. Una (Illusione) quando aveva 17 anni, un’altra (Il secondo da sinistra) nel 2002 per Mina. Un album dal ritmo «diverso, nato per la gioia di fermare un momento» contro un mercato che promuove frenesia e continua ricerca della novità. Silvestri, affiancato dai musicisti Davide Savarese e Marco Santoro, punta a un ascolto «consapevole e rilassato», ricordando che le canzoni non hanno data di scadenza se sono ancora capaci di raccontare.
Perché la sedia a sdraio?
«È il luogo in cui ognuno di noi tre a turno andava a riposare. Quando siamo in studio non esistono orari, non è abnegazione, ma finché non siamo contenti non smettiamo. Sulla sedia a sdraio ci venivano le idee migliori, non è una postura vacanziera, ma volersi togliere dal flusso in cui le cose si fanno correndo. Eppure ogni tanto capita di sedersi su una sdraio, per me sono i momenti più importanti. La porteremo anche in tour che parte il 26 giugno da Porto Torres».
Cosa pensa degli artisti che non si espongono?
«Ognuno ha le sue opinioni ed è libero di esprimerle. Prendere posizione per un artista non è un obbligo, ognuno ha il diritto di ritagliarsi il ruolo che preferisce. Non sbaglia chi è solo poeta, anche quella è politica, intesa come ciò che mette insieme gli esseri umani come società. Io però non sono mai stato capace di non dire la mia, è l’unico modo in cui sento che quello che scrivo e faccio è vero».
Qual è il costo di essere un artista libero?
«Sono stato fortunato, quando mi è capitato di fare scelte non condivise da tutti, o che mi portavano in direzioni meno popolari, non mi è parso un gran peso. Anzi, forse ho beneficiato di avere preso posizione e difeso delle idee, magari per una fetta non enorme di persone, ma quando pensano che quello che fai ha valore conta più di tutto il resto. Sono stato fortunato anche perché dal primo minuto chi ha deciso di scritturarmi aveva già individuato in quella libertà la cosa da lasciarmi intatta. Lo posso dire a distanza di tanti anni, non succede spesso».
Per i giovani artisti oggi è più difficile essere liberi?
«Credo di sì, quando non c’è il tempo si va sul sicuro, manca la libertà di sperimentare, sbagliare e riprovarci. È vero che oggi se si vuole realizzare qualcosa lo si fa anche con poco, in modo immediato, ma questo non corrisponde a un aumento di originalità, intesa come ricerca e dimostrazione che il mondo è vivo e c’è sempre qualcosa di nuovo che emerge. Oggi c’è più massificazione rispetto a quando ero ragazzo, sembra che valga tutto, ma c’è tanto che si assomiglia troppo. Ciò che attira like e visualizzazioni non sempre c’entra con la qualità e il merito di una produzione musicale che dovrebbe misurarsi con altri criteri».
Quali sono state le sue maestre?
«Gabriella Ferri, forse sono influenzato anche dal festival di musica romana che sto facendo, Roma in musica. Lei non sarebbe stata d’accordo a essere definita maestra, ma lo è, ha trovato forme espressive di una potenza eterna e insuperabile. Simile solo a Anna Magnani, altra maestra. A livello personale penso alla prima manager che ho avuto, Adele Di Palma, le devo molto. Ha sempre avuto un’onestà nei rapporti e nel lavoro che ancora apprezzo a distanza di tempo».
Per quale pezzo vorrebbe essere ricordato tra 100 anni?
«Aria, una canzone a cui tengo tanto».
È vero che sta lavorando a un format tv?
«Sì, con un’idea che a me piace tantissimo, precedente al mio podcast e non così facile da realizzare, ma come tutte le cose in qualche modo difficili c’è bisogno di qualcun altro che ci creda, quindi vediamo, potrebbe succedere qualcosa di bello».