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 2026  giugno 10 Mercoledì calendario

Intervista a Robert Pattinson

Vedendolo seduto di fronte a noi, riesce difficile pensare che siano passati quasi vent’anni da quando Robert Pattinson, nel primo Twilight, conquistava il trono di vampiro più sexy dello schermo. Volto d’angelo e aria finto-trasandata restano i tratti più evidenti di un attore diventato nel frattempo una certezza a Hollywood, ma anche un uomo compiuto (“Marito e padre”, sottolinea lui). Che la sua carriera sia decollata ne sono prova Die, My Love, con Jennifer Lawrence e The Drama – Un segreto è per sempre con Zendaya (li ritroveremo entrambi in Odissea, Dune 3 e Here Comes The Flood di Fernando Mereilles, con Denzel Washington e Daisy Edgar -Jones).
I suoi ultimi film affrontano aspetti differenti del matrimonio. Girandoli, ha scoperto qualcosa di nuovo sul tema?
“Ho capito che non ha senso stressarsi così tanto per organizzarlo. Per me è solo l’occasione per circondarmi di persone che amo, non un saggio di perfezione”.

In The Drama il suo personaggio scopre un segreto sulla futura moglie a pochi giorni delle nozze. È necessario sapere tutto del partner?
“Assolutamente no. Conoscere la verità, anche se poco importante, può avere conseguenze fatali.
García Márquez diceva “ognuno ha tre vite: una pubblica, una privata e una segreta”. Qui Emma (Zendaya, ndr) viene punita per qualcosa che ha pensato e mai commesso, però viene giudicata per le intenzioni”.
È un film che esplora la fragilità dell’amore. Si considera romantico?
“Sì, lo sono. Anche se i miei film preferiti parlano di rottura e separazione. In The Drama il romanticiasmo è nel desiderio di non lasciarsi mai, ma gli ostacoli tra loro diventano sempre più insormontabili. Si amano, e chi ama non può scegliere o prevedere l’oggetto del suo amore”.

In Die, My Love la coppia affronta invece la depressione post-partum. In quanto neo-papà, aveva esperienza di questa malattia?
“È un disturbo che colpisce circa una donna su dieci e richiede attenzione. Tutti i neo-genitori sono preoccupati per il futuro dei loro bambini, ma io non sono ansioso e vivo bene la paternità. Prima pensavo che diventare genitore fosse una limitazione e che non avrei più potuto fare tutto quello che volevo quando volevo. In realtà sono fortunato e felice, la mia visione del futuro si è evoluta insieme a me: se voglio stare con mia figlia, devo ottimizzare al massimo il tempo dedicato al lavoro. Di conseguenza, i progetti li scelgo con estrema cura... Niente può competere con la mia famiglia”.
Dopo il successo ottenuto con Twilight, le è mai passata la voglia di set e fama hollywoodiani?
“In realtà no, recitare è un bisogno, mi piace, è una delle poche cose nella vita su cui ho controllo. Se dovessi rinunciarci, diventerei una pedina nel gioco di qualcun altro. L’unico problema che ho è il rapporto con i paparazzi, odio essere fotografato. Così la mia libertà si è molto ridotta, trovo difficile programmare le cose più normali, come camminare per strada senza essere seguito”.
Smessi i panni di Edward, ha preferito progetti indie. È stata una scelta consapevole o casuale?
“Né l’una, né l’altra. Dopo Twilight mi sentivo un po’ nervoso all’idea di partecipare a progetti sperimentali, perché non avevo la sicurezza e neppure le risorse per un altro lavoro su cui fare affidamento. Ma quando David Cronenberg mi ha proposto Cosmopolis, non ho potuto dire no. Adoro lavorare con registi che, quando hanno l’opportunità di realizzare un progetto, girano esattamente il film che vogliono fare, senza compromessi. E se al pubblico piace, tanto meglio, ma non è una preoccupazione fondamentale”.
Ha cominciato con un fantasy facile: è mai stato vittima di pregiudizi sulle sue capacità recitative?
“Non le dico quante volte mi hanno proposto ruoli stereotipati o che ricordassero la parte di Edward: “Oh, saresti perfetto per entrare nei panni di un lord inglese!”. È il rischio quando lavori in un franchise: è più sicuro rifare sempre ruoli simili. Io però ho iniziato a recitare scegliendo di puntare tutto, mi sono sempre piaciuti i film sovversivi e provocatori. Tendo a voler fare sempre qualcosa di diverso da ciò che ho fatto prima”.
Film o serie con cui è cresciuto?
“In realtà non guardavo molta tv da piccolo, né andavo più di tanto al cinema. La recitazione ha iniziato ad appassionarmi quando, a 15 anni, scoprii Godard e iniziai a guardare tutti i francesi, la Nouvelle Vague. Dopo Fino all’ultimo respiro, volevo diventare come Jean-Paul Belmondo: c’è qualcosa nel suo stile che mi sembra innovativo... Ma è impossibile, era troppo cool! In genere adoro tutti gli antieroi, quelli che vanno per la loro strada senza farsi influenzare da nessuno. Penso a uno come Jack Nicholson”.
La cosa più strana che abbia mai imparato sul set?
“Come ipnotizzare i polli! Basta tracciare una linea per terra davanti a loro e si immobilizzano, convinti di essere intrappolati”.

Ha iniziato a fare il modello a 12 anni. Ricorda i primi lavori?
“Facevo il modello per un magazine da teenager: c’era una specie di gioco a eliminazioni, per cui in ogni numero i lettori votavano per decidere i modelli da tenere o eliminare. Per quasi un anno sono rimasto in cima alla classifica, forse piacevo per il look androgino che era molto di moda in quegli anni. Amavo andare ai casting, anche se le audizioni come modello erano abbastanza deprimenti: facevi anticamera ore e poi, quando era il tuo turno, non ti guardano nemmeno in faccia, sfogliavano solo il portfolio. Le audizioni come attore invece erano molto divertenti. La prima fu per Troy, con Brad Pitt”.
Se non avesse fatto l’attore?
“Mi sarebbe piaciuto fare lo psicologo.
Nel corso degli anni ho conosciuto tante persone andate in crisi a causa di vere sciocchezze. O forse il produttore musicale. Avrei scelto comunque un mestiere creativo”.
Il vantaggio dell’essere celebri?
“La facilità nell’ottenere soldi e finanziamenti per fare i film che vuoi. Avere un nome di richiamo al botteghino ti dà più credibilità”.
Viaggia molto, c’è qualcosa che porta sempre con sé?
“La mia chitarra.
La musica stimola la mia creatività, i dialoghi di un film sono come i testi di una canzone: la musica è istinto ed emozioni”.