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 2026  giugno 10 Mercoledì calendario

Laura Casalis parla del rapporto di lei e del marito con Borges

La leggenda narra che, camminando nel campo di Fontanellato, vicino a Parma, Franco Maria Ricci disse a Borges: «Un giorno costruirò un labirinto, il più grande del mondo». Aveva in mente quelli che il poeta cieco raccontava in Finzioni o nell’Aleph. Lo scrittore gli rispose che un dedalo così c’era già: era il deserto. Dal 2015 il Labirinto della Masone, con le sue trecentomila piante di bambù, è una realtà che sembra uscita dalle pagine dell’argentino. Una promessa mantenuta. Come la casa editrice FMR che il nipote di Ricci, Edoardo Pepino, e la moglie Laura Casalis portano avanti, raccogliendo l’utopia di bellezza dell’editore scomparso nel 2020: la rivista, le pubblicazioni speciali, la biblioteca di Bodoni. Casalis è stata la testimone dell’amicizia speciale tra suo marito e Borges. E la racconta, rispondendo dallo stesso luogo che ha ospitato più volte l’autore di Altre inquisizioni.
Signora Casalis, come nacque il rapporto tra Borges e Franco Maria Ricci?
«La grande passione di Franco erano gli scritti di Borges. Lui era fatto così: quando una cosa gli interessava, si dava da fare, arrivava fino in fondo. Voleva assolutamente conoscerlo. Così, nel 1973, andò a Buenos Aires, si precipitò direttamente alla Biblioteca nazionale di cui in quel momento Borges era il direttore e si presentò. Pare sia nato subito un feeling fra i due. In quel momento, Borges attraversava un momento difficile. In Argentina non era considerato, aveva avuto un po’ di disavventure. Era bloccato a Buenos Aires, ormai non ci vedeva più. E Franco lo invitò in Italia».
Borges utilizzò un’immagine mitologica per descrivere il loro incontro.
«Sì, ripeteva più volte che lui si sentiva come il Minotauro bibliotecario e che Ricci era l’editore Teseo che lo aveva liberato dalla prigionia. Di fatto, Franco gli diede degli incarichi: a partire dalla direzione della Biblioteca di Babele, la collana in cui Borges raccolse le letture fantastiche preferite. E poi pubblicò alcuni libri come Borges A/Z o 25 agosto 1983 e altri racconti inediti».
Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, Borges fu più volte da voi a Fontanellato.
«Era un ospite straordinario. Nonostante fosse quasi del tutto cieco, diceva sempre “andiamo a vedere di qua, andiamo a vedere di là”. Credo che vedesse con la memoria perché era pazzesco: aveva questa memoria prodigiosa che gli consentiva di parlare per citazioni di cose che aveva letto e che quindi ricordava. Discuteva per lo più di letteratura, sempre con ironia: era molto divertente. Franco diceva che era molto meglio parlare con lui che con altri scrittori che normalmente chiacchieravano solo di politica, soldi o ristoranti».
 
Il suo cane non prese bene l’arrivo dello scrittore. Lo ha raccontato in un libro: “La gatta, Borges e il fox terrier” di Giovanni Mariotti.
«Sì, il mio fox terrier, di solito molto compito, per qualche motivo si era scontrato con Borges. E la casa labirintica in cui ci muovevamo non aiutava. Borges chiedeva sempre: dónde está el perro? E quindi, quando passava lui, allontanavamo il perro. Ricordo una cena straordinaria qui in onore di Borges con 700 persone e le signore di Fontanellato che tiravano la sfoglia e preparavano i tortelli. Ci siamo un po’ arrangiati, allora in questa casa di campagna dove ancora mangiamo, avevamo due bicchieri e quattro piatti. C’era tutta l’editoria italiana: Giulio Einaudi, Roberto Calasso, Ulrico Hoepli. Ma quando andammo la prima volta con Borges a Roma l’accoglienza non fu la stessa».
Che cosa accadde?
«Gli intellettuali di sinistra lo ignorarono, gli rimproveravano di avere stretto la mano a Pinochet. Un giorno eravamo nel ristorante Nino, in via Borgognona, e passò Moravia. Vide Borges e si girò dall’altra parte, facendo una smorfia. Franco diceva che lo vedeva come un rivale per il Nobel. Ma poi non lo vinse nessuno dei due. Andò meglio con Argan, allora sindaco, che lo ricevette in Campidoglio e fu molto ospitale. Borges era considerato un conservatore, ma risultava difficile legarlo alla politica: viaggiava proprio su un altro pianeta, rappresentava la letteratura di tutti i tempi».
È vero che c’è Franco Maria Ricci anche dietro il matrimonio di Borges con María Kodama?
«Sì, fu lui a organizzare tutto a Ginevra. Borges lo desiderava tantissimo, molto più di lei che era una donna deliziosa, ma mancava completamente di senso pratico. Gli amici di gioventù dello scrittore e gli intellettuali di Buenos Aires erano a favore della prima moglie, Elsa Astete Millán, e si erano schierati contro María, che forse si sentiva un po’ sovrastata dagli eventi. Era una strana creatura, ma Borges l’adorava. Andavamo spesso insieme a Venezia. Lei mi ha mandato gli auguri di compleanno fino alla sua morte. Non è mai riuscita a vedere il labirinto».
Ecco, il labirinto, l’utopia di Borges diventata concreta.
«Franco diceva sempre che l’idea del Labirinto della Masone la doveva a Borges. Già negli anni Ottanta ne parlava; l’apertura fu solo nel 2015. Ricci aggiungeva romanticamente di avere mantenuto così la promessa fatta allo scrittore, che era lui stesso labirintico con la sua letteratura che torna e rigira su se stessa. Quest’opera la dobbiamo tutta all’amore per Borges».
Ricci scelse il bambù per realizzarlo.
«Perché è una pianta generosa, esuberante, cresce alcune decine di centimetri al giorno e si moltiplica facilmente. Le piantine arrivarono nel 2007 e due anni dopo le siepi erano già foltissime».
Borges è morto nel 1986. Ricci nel 2020. Sa se suo marito ha mai sognato lo scrittore?
«Franco non sognava. O, almeno, non lo ricordava. È successo a me, invece, di sognare lo scrittore quando Ricci era mancato da poco. Nel sogno, Borges appariva seduto su una panchina, dentro il labirinto. Era notte e lui se ne stava lì ad aspettare che qualcuno gli prendesse la mano».