la Repubblica, 10 giugno 2026
Sue Roe: “Le donne di Picasso? Erano più rivoluzionarie di lui”
Una giovane modella, Fernande Olivier, conosciuta quando viveva al Bateau Lavoir di Montmartre. Un’ombrosa danzatrice dei Balletti Russi, la prima moglie Olga Khokhlova, da cui ebbe il figlio Paulo. Poi l’atletica Marie-Thérèse Walter, per la quale lasciò Olga, incontrata quando lei aveva solo 17 anni e lui 45, e che gli diede la figlia Maya. E ancora: la fotografa Dora Maar; la pittrice Françoise Gilot, madre dei suoi figli Claude e Paloma, e infine la compagna dell’ultima stagione della vita, e sua seconda moglie, Jacqueline Roque. Sono loro Le sei donne che amarono Picasso, come recita il titolo del libro di Sue Roe. Una lettura documentata («non ho inventato niente» premette l’autrice parlando dal suo studio londinese) che dà profondità a una galleria di personaggi femminili di cui conosciamo solo i corpi e i volti, interpretati (e spesso deformati) dal tratto unico di Pablo. Non si tratta tanto di “riabilitare” Picasso, oggetto negli ultimi decenni degli strali della critica femminista, quanto di restituire a ognuna di queste donne una personalità. E una volontà: di amare e di vivere a modo proprio.
Un genio della pittura e le donne che lo amarono. Come è arrivata alle loro storie?
«Il mio lavoro è ricostruire le biografie degli artisti. Amo Picasso, l’ho molto studiato. Pensavo di sapere praticamente tutto di lui. Ma in realtà, man mano che tornavo sulla sua vita, mi accorgevo che sulle sue relazioni c’erano solo accenni. Mi sono detta che sicuramente si poteva scoprire di più su queste donne: ho pensato che ne sarebbe uscita una nuova narrazione. Su di lui. E su di loro».
Non ha inventato niente?
«Non è il mio mestiere. Il mio mestiere è fare ricerca e da lì ricostruire il filo di una vita, non inventare. Quella è fiction, non so nemmeno se saprei farlo. Ho voluto scrivere un racconto più ricco, e forse meno stereotipato, sia della personalità di Picasso, sia di chi fece un tratto di strada insieme a lui».
Partiamo dallo stereotipo numero uno: Picasso il donnaiolo, il “maschio alfa” capace solo di relazioni tossiche, e le sue amanti e mogli come vittime. Una di loro, Marie-Thérèse, si impiccò molti decenni dopo la fine della loro relazione. Jacqueline, la sua vedova, si sparò 13 anni dopo la sua morte.
«Il biografo principale di Pablo, John Richardson, l’ha conosciuto e ha parlato con un sacco di gente che lo conosceva. Picasso era famosissimo, molto esposto e invidiato. Pensa che se qualcuno avesse rivelato che era un mostro e maltrattava le donne questo particolare sarebbe rimasto nascosto? Io invito il lettore a considerare l’arco temporale della vita del pittore, e quello delle sei donne di cui scrivo: è una storia del XX secolo, nel corso del quale le relazioni tra uomo e donna cambiano moltissimo, e questo influisce su tutte queste vite».
Cosa intende?
«Fernande Olivier nasce nel 1881 e conosce Picasso nel 1904, dopo un breve matrimonio in cui è stata picchiata e abusata dal marito; una relazione, quella sì, davvero tossica e scioccante. Per Fernande Picasso significò la libertà. Lo stesso vale in qualche modo anche per le altre: ognuna di loro godette di molta più libertà accanto a Picasso, rispetto a chi viveva relazioni convenzionali. E tutto ciò, nella Parigi intellettuale di quegli anni».
Fernande, Olga, Marie-Thérèse, Dora, Françoise, Jacqueline: erano diversissime tra loro, in tutti i sensi. Che cosa cercava in loro Picasso, e loro in lui?
«Sicuramente non cercava lo stesso tipo di donna, ma qualcosa di unico. La sua opera è un esperimento continuo, che coincide con la sua vita. E la figura femminile, l’essenza femminile ne è una parte centrale, che non finisce quando smette di vivere insieme a una donna. La sua esperienza artistica si stratifica continuamente. E credo che, anche a livello mentale, stesse sempre sperimentando».
Non doveva essere semplice vivere dentro questo esperimento.
«Talvolta sarà stato difficile per loro, suppongo. Ma ritengo che, quando si sono legate a lui, lo abbiano fatto alle proprie condizioni, oltre che alle sue. Anche Picasso era un esperimento loro: ad eccezione di Fernande, che incontrò nel 1904, quando lo conobbero era già una celebrità. E tutte, a eccezione di Marie-Thérèse a cui questo non importava, capivano abbastanza di arte per comprendere che lui viveva un’esistenza non convenzionale».
Tranne Olga, che infatti non gli concesse il divorzio…
«Olga era una ballerina dei Ballets Russes, ma veniva da una famiglia di lignaggio: il padre era un colonnello dell’esercito imperiale zarista. Soffrì moltissimo quando scoprì che Picasso aveva una relazione con Marie-Thérèse, ma la sua malinconia aveva altre radici: lasciò la danza per un infortunio, e la Rivoluzione russa la allontanò dalla famiglia d’origine. Picasso la aiutò in tutti i modi a supportare i parenti da lontano».
Che rapporto c’era tra Picasso, le donne e i soldi?
«Diverso da momento a momento. Quando conobbe Françoise, c’era la guerra e lui non ostentava la sua ricchezza, poi vissero in una piccola casa nel sud della Francia. Durante la loro relazione, la portò in una banca dove teneva i quadri della sua collezione e le disse: “Spero che tu sia preoccupata per i soldi, perché chi si preoccupa è bravo nelle questioni bancarie”. Non voleva più sperperare come aveva fatto con Olga. Si occupò di tutte loro dal punto di vista economico, anche dopo che l’amore era finito».
Altra opinione diffusa è che Picasso abbia soffocato il talento di Dora Maar e di Françoise Gilot. Ma lei dà un’altra versione della storia.
«Dora Maar lavorò insieme a Picasso in un modo in cui nessun altro, a parte Georges Braque, ha mai fatto. Lavorava con lui nel suo atelier e Pablo andava nello studio di lei quando lavorava alle incisioni su vetro o su opere d’arte che richiedevano una camera oscura per le fotografie. Allo stesso modo, il dialogo intellettuale con Françoise fu molto intenso: era una pittrice ed era molto colta. Lui le presentò Matisse e Giacometti e lei teneva testa a tutti. Ha vissuto fino a 101 anni e ha dipinto fino all’ultimo. Direi piuttosto che la loro storia di artiste è stata soffocata dai biografi maschi di Picasso».
Che cosa l’ha sorpresa di più?
«Rovesciare la prospettiva. C’è un legame davvero potente tra le persone, ma ognuno conserva una propria vita interiore: Picasso ha la sua, le donne che lo amarono, anche. Non importa quanto fossero legati. E talvolta lui mostrava un lato più tradizionale di loro».
Picasso non era così anticonvenzionale?
«Era un cattolico spagnolo che adorava la madre e la cui famiglia si era disgregata quando la sorellina era morta di difterite. Quindi sì, aveva un lato tradizionale. Credo, e l’ho scritto, che in realtà fosse un tipo da matrimonio. E che non sopportasse l’idea di perdere per sempre una donna».