la Repubblica, 10 giugno 2026
Non abbiamo capito chi era il vero Gramsci
Antonio Gramsci è uno degli autori italiani più noti e più tradotti all’estero. Naturalmente in questo fatto incidono molti motivi: anzitutto quel grande castello che sono i Quaderni del carcere, ma poi la sua esperienza politica, la funzione che ha svolto nel movimento comunista italiano e internazionale e anche il ruolo che ha rappresentato per lungo tempo dell’eroe, del martire della lotta per la liberazione dell’umanità. Intorno alla sua figura è stato costruito un mito, da cui è difficile liberarsi perché ha radici oggettive, nella vita – tragica e tormentata – di Gramsci.
In quella fortuna si sono dunque intrecciati molti motivi che non è facile dipanare, e questo rende complesso confrontarsi con la sua figura, ancora oggi, a circa un secolo dalla morte, avvenuta due giorni dopo la fine della detenzione, il 25 aprile del 1937, novant’anni fa. Quello che si può dire è che nonostante una massa di studi c’è ancora molto da fare, ma per questo è necessario andare al di là degli schermi che si sono lungamente frapposti fra noi e la sua persona, e non uso per caso questo termine. Fra noi e Gramsci – l’uomo Gramsci – si tratta di schermi costruiti a volte da lui stesso, a volte dai suoi compagni di partito, che, nonostante la sua netta opposizione, l’avevano trasformato in un vessillo, una bandiera delle loro battaglie, specie negli anni Trenta del secolo scorso.
Ma c’è anche un elemento specificamente suo, che genera questa difficoltà. Gramsci fin da giovane era abituato a mascherarsi, come scrive in una lettera a Julca il 6 marzo del 1924: «io sono stato abituato dalla vita isolata, che ho vissuto fino dalla fanciullezza, a nascondere i miei stati d’animo dietro una maschera di durezza o dietro a un sorriso ironico (…) per evitare che gli altri intendessero ciò che io sentivo realmente».
È un testo importante, rivelatore, che conviene aver presente per capire la complessa personalità di Gramsci, e il modo con cui si confronta con gli altri e con il mondo. Una volta Tania, a proposito di un testo di Gramsci, parlò di linguaggio esopico, e si comprende che nelle lettere che inviava dal carcere – e anche nella scrittura dei Quaderni, che sono anche la sua “cura” quotidiana per non sprofondare nella noia ed essere travolto dalla solitudine – dissimulasse il suo pensiero. Era una normale e necessaria misura di prudenza in carcere, dove veniva controllato tutto quello che scriveva. E tanto più necessaria per lui, che non rinuncia mai a trovare una strada per uscire dal carcere, per le vie – su questo insiste sempre – consentite dalla legge e dal regolamento. Ma era indispensabile, per riuscirci, rimanere coperto, stare nell’ombra. Quel linguaggio “esopico”, poi, era anche qualcosa che faceva parte della sua personalità, del suo carattere originario e di questo, si è visto, era pienamente consapevole. E di questo occorre tener conto. Gramsci è un personaggio straordinariamente complicato per la pluralità di fili che si raccolgono nella sua figura e nelle esperienze umane, intellettuali, politiche che la caratterizzano, in un ciclo d’anni relativamente breve: muore a 46 anni.
È stato un grande giornalista, un importante dirigente politico, un deputato del Regno, il segretario del Partito comunista d’Italia, ha assunto nell’ambito del movimento a cui appartiene compiti e responsabilità di notevole importanza. Ma tutto questo non toglie che sia stato su una linea autonoma, di frontiera, dentro e fuori il suo partito, e lo confermano l’atteggiamento critico nei confronti del partito bolscevico quando Stalin se ne impadronisce, verso la linea del “socialfascismo”, l’isolamento e l’emarginazione in cui si trova a Turi, a non voler citare il giudizio sprezzante – «famigerata» – che dà sulla lettera che Grieco gli scrive nel febbraio del 1928, a pochi mesi dal processo. In una lettera a Tania, ma anche in un luogo dei Quaderni, ricorda l’esperienza dei naufraghi che diventano cannibali, quando sono ridotti ormai alla disperazione, senza alcuna possibilità e strumento per sopravvivere. Era la condizione in cui egli stesso si trovava, ma erano stati i compagni di partito – e su questo giudizio è fermissimo – a gettarlo in questa situazione.
Gramsci è stato integrato nel Partito comunista italiano dall’azione che svolge Togliatti nel secondo dopoguerra, quando diventa il perno di una sorta di straordinaria rappresentazione, che assume – e qui sta la grandezza di Togliatti – i tratti di una sorta di mito bifronte: da un lato, è rivolto ai “semplici”, cioè ai militanti del suo partito; dall’altro ai “colti”, cioè ai grandi intellettuali che cominciano subito a misurarsi con Gramsci.
Del resto, era stato Croce per primo che ne aveva parlato in termini positivi e ammirato in una riunione del Consiglio dei ministri del 1944 e che, dopo aver letto le lettere, espresse su Gramsci un giudizio molto intenso: «è stato uno dei nostri», scrisse. Esiste dunque un Gramsci dopo Gramsci, costruito con mano sapiente da Togliatti, che non coincide, pienamente, con quello che è stato Gramsci, nemmeno dal punto di vista fisico: era stato colpito da giovane dal morbo di Pott, era deforme, alto 1,50 m: tutti tratti della sua figura cancellati a lungo dall’iconografia del suo partito, che in genere lo rappresenta a mezzo busto, come un giovane dallo sguardo molto intenso, dalla forte e folta capigliatura – un’immagine presente come un’icona in tutte le sezioni del Pci, insieme agli altri padri fondatori.
Riuscire a togliere la maschera a Gramsci è dunque difficile, ma per farlo è pregiudiziale, pur con i rilievi fatti, editarne i testi in modo corretto, mostrando come la sua mente lavori attraverso un vero e proprio sistema di correzioni e di varianti, con cui il suo pensiero si rivela, anzitutto a lui stesso, in maniera più netta, più lucida, più completa, senza naturalmente venire meno, per ragioni oggettive, al ritmo esopico di cui parla Tania. Sono due tensioni – entrambe essenziali – che si giustappongono, e possono anche contrapporsi. Ed è questo che rende difficile entrare in quel castello.
Perciò è importante l’edizione, imperniata nella filologia delle varianti, diretta da Gianni Francioni, il quale, a differenza dell’edizione, benemerita, di Gerratana, ha tenuto ferma la tripartizione gramsciana dei quaderni in tre serie – traduzioni, miscellanei, speciali –, scandendone con grande precisione il ritmo cronologico, mostrando anche come Gramsci lavori, contemporaneamente, a più quaderni. È un’importanza ribadita dalla pubblicazione di questo nuovo tomo dei quaderni miscellanei (quaderni 5, 6, 7, 8). Francioni ha costruito un ponte levatoio che ci fa entrare nei Quaderni, contribuendo a farci conoscere un”nuovo” Gramsci.