la Repubblica, 10 giugno 2026
Sospeso per il caso molestie Khan, il procuratore dell’Aia
C’è un momento, nelle istituzioni, in cui il problema non è più stabilire se un uomo sia colpevole o innocente. Il problema diventa capire se quell’uomo possa ancora restare al suo posto senza trascinare con sé l’ente che rappresenta. È il punto in cui si trova oggi la Corte penale internazionale. E quell’uomo si chiama Karim Khan, il procuratore capo della Corte dell’Aia, il magistrato che ha chiesto il mandato d’arresto contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza. Khan è stato sospeso con effetto immediato dal bureau dell’assemblea degli Stati parte perché accusato di molestie.
Una decisione senza precedenti nella storia della Corte. Non una condanna, ma qualcosa che, dentro il lessico prudente delle organizzazioni internazionali, pesa quasi quanto un commissariamento politico. Il procuratore è al centro di accuse di molestie e condotta sessuale inappropriata nei confronti di una collaboratrice. Accuse che lui respinge integralmente. Ma che hanno prodotto un effetto devastante: paralizzare la Corte. L’indagine dell’Office of Internal Oversight Services delle Nazioni Unite, secondo i documenti esaminati dagli Stati membri, ha raccolto elementi relativi a “contatti sessuali non consensuali” avvenuti nell’ufficio del procuratore, nella sua abitazione privata e durante missioni internazionali. Non una sentenza. Non un processo penale. Ma una base fattuale sufficiente perché il Bureau decidesse di sospenderlo.
Ed è qui che la vicenda smette di essere soltanto una storia di potere, sesso e diritto internazionale. Perché il caso Khan si divide in due piani che ormai si sovrappongono continuamente. Da una parte le accuse personali. Dall’altra la guerra di Gaza. La formula scelta dall’assemblea è chirurgica. La sospensione, spiegano, «non è indicativa dell’esito finale». E tuttavia il procuratore viene fermato. Le sue funzioni congelate. Il procedimento disciplinare deferito all’assemblea plenaria dei Paesi membri. Significa che la Corte che dovrebbe giudicare genocidi, deportazioni, torture e pulizie etniche si ritrova improvvisamente costretta a giudicare se stessa.
Karim Khan, 56 anni, barrister britannico, curriculum costruito nei tribunali internazionali del Ruanda, dell’ex Jugoslavia, della Sierra Leone, dell’Iraq di Daesh, era arrivato all’Aia nel 2021 con una promessa: restituire credibilità a un’istituzione accusata da anni di lentezza, selettività politica e impotenza. Il magistrato cosmopolita capace di parlare insieme il linguaggio del diritto e quello della diplomazia internazionale. L’uomo che avrebbe dovuto rendere la Corte meno burocratica e più aggressiva. Più temuta.
In questa storia le cronologie contano. Nell’aprile del 2024, secondo le testimonianze raccolte dagli investigatori Onu, la collaboratrice racconta ai vertici dell’Office of the Prosecutor di non riuscire più a sostenere la pressione. Pochi giorni dopo, Thomas Lynch, uno dei più stretti collaboratori americani di Khan, affronta il procuratore nella sua abitazione. Secondo le ricostruzioni pubblicate dal Wall Street Journal, Khan avrebbe risposto: “Dovrò dimettermi. Ma penseranno che stia scappando dalla Palestina”. È il punto in cui le due storie si intrecciano. Perché meno di tre settimane dopo quelle contestazioni interne Khan annuncia la richiesta di mandati d’arresto contro Netanyahu, Gallant e i vertici di Hamas. Una decisione storica. La prima volta che la Corte penale internazionale prende di mira il leader eletto di un alleato occidentale. Una scelta che rompe definitivamente il rapporto con Washington e apre una crisi diplomatica globale. Da quel momento tutto precipita.
Gli ambienti vicini a Khan sostengono che le accuse sono parte di una campagna orchestrata per fermare le indagini su Gaza e proteggere Israele. Il procuratore denuncia tentativi di delegittimazione, pressioni, operazioni d’intelligence. Entrano in scena perfino ipotesi di dossieraggi privati, società investigative, presunti interessi qatarioti, sospetti sul Mossad. Una guerra opaca combattuta attorno alla Corte più fragile del mondo. Fragile perché priva di esercito. Priva di polizia. Priva perfino della certezza che i suoi mandati vengano eseguiti. Un esempio è la vicenda di Almasri con l’Italia.
Esiste però un’altra lettura, molto più semplice e molto più brutale. Ed è quella che attraversa l’Office of the Prosecutor. Un gruppo di funzionari della Corte scrive un paio di mesi fa una lettera anonima alla Fédération internationale pour les droits humains. Non contestano soltanto i fatti. Contestano la leadership. Parlano di “cultura della paura”. Di timore di ritorsioni. Di impossibilità a lavorare. La frase centrale è devastante: «La questione non è il livello di prova, ma la fiducia, la leadership, la possibilità stessa che l’ufficio funzioni». È il cuore della crisi. Perché il panel di tre giudici incaricato di valutare il materiale raccolto dall’Onu conclude che le prove non superano lo standard del “ragionevole dubbio”. Ma aggiunge anche che questo non smentisce definitivamente le accuse. E allora resta sospesa una domanda politica prima ancora che giudiziaria: può continuare a guidare la Corte un procuratore rispetto al quale una parte significativa del suo stesso ufficio dichiara di non avere più fiducia?
Nel frattempo, la giustizia internazionale resta bloccata, anche se le indagini su Gaza vanno avanti. Quelle sull’Ucraina restano appese a equilibri geopolitici sempre più instabili. Gli Stati Uniti sanzionano Khan. L’Ungheria rifiuta di eseguire il mandato contro Netanyahu. Paesi africani si schierano in sua difesa. Altri chiedono che venga rimosso. La verità è che il caso Karim Khan sta mostrando qualcosa che la Corte penale internazionale ha sempre cercato di nascondere: la sua dipendenza dalla politica. La Cpi nasce per processare il potere assoluto. Ma sopravvive soltanto dentro i rapporti di forza tra gli Stati. E adesso quel meccanismo si è rotto. La Corte che voleva giudicare i crimini del mondo si scopre incapace di separare il diritto dalla geopolitica, le accuse personali dalla guerra, la tutela delle vittime dalla sopravvivenza della propria leadership. E così resta ferma, sospesa, in una zona grigia dove ogni decisione appare contemporaneamente giuridica, diplomatica e morale.