repubblica.it, 10 giugno 2026
Come i prodotti delle colonie israeliane messi al bando in Ue riescono a violare i divieti
Migliaia di tonnellate di arance, limoni, melograni, datteri, erbe aromatiche e prodotti trasformati come il tahini provenienti dagli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sarebbero finiti sugli scaffali dei supermercati europei e britannici con l’etichetta “Prodotto in Israele”. Global Echo, organizzazione specializzata in violazione dei diritti umani in Palestina, ha ricostruito come questi prodotti abbiano beneficiato di agevolazioni doganali, certificazioni biologiche e passaporti fitosanitari ai quali non avrebbero avuto diritto in base alle normative europee che impongono una netta distinzione tra i beni e servizi prodotti di Israele e quelli provenienti dagli insediamenti.
“Abbiamo confermato i sospetti sollevati da gruppi palestinesi e internazionali da decenni”, spiega a RepubblicaEmily Schaeffer Omer-Man, avvocata specializzata in diritti umani internazionali e direttrice esecutiva di Global Echo. Su oltre 5.900 spedizioni israeliane verso l’Ue, il Regno Unito, la Norvegia e la Svizzera esaminate negli ultimi 8 anni 1 su 6 proveniva dagli insediamenti. “E ora sappiamo come produttori, confezionatori ed esportatori degli insediamenti eludono regolarmente le leggi, violando i diritti dei consumatori e dei produttori europei, per farli entrare”. Ma non è sempre facile per le autorità locali stabilire quali prodotti provengono dai territori occupati a causa di tre strategie messe in luce dall’inchiesta di Global Echo.
I tre metodi utilizzati per importare i prodotti
Già nel 2000 l’Unione europea aveva chiarito, nell’ambito degli accordi commerciali con Israele, che i prodotti provenienti dagli insediamenti non dovessero beneficiare dello stesso trattamento riservato ai prodotti israeliani. Eppure, ancora oggi, alcuni prodotti esportati dagli insediamenti vengano dichiarati nelle fatture come provenienti da Israele, anche quando non è realmente così. “Spetta agli importatori effettuare ulteriori verifiche sull’origine dei prodotti e alle autorità doganali europee controllare la corretta classificazione. In teoria il sistema potrebbe funzionare, ma nella pratica presenta molte criticità”, sottolinea la direttrice esecutiva di Global Echo.
Alcune volte è semplice risalire all’origine dei prodotti perché gli esportatori indicano il luogo della produzione in Cisgiordania, ma scrivono comunque “Israele” accanto come luogo d’origine. Il rapporto ricorda che la normativa europea sulla tutela dei consumatori richiede un’etichettatura chiara dell’origine dei prodotti, affinché i consumatori possano effettuare scelte informate. Altre volte, invece, è più complesso perché mescolano i prodotti prima dell’esportazione, rendendo impossibile stabilire quale parte del carico provenga dagli insediamenti e quale no.
Anche quando queste pratiche vengono smascherate dalle autorità Israele trova il modo agevolare le aziende che esportano da Cisgiodania e Alture del Golan siriane. L’Accordo di Associazione UE-Israele prevede l’azzeramento o la riduzione dei dazi doganali per i prodotti originari in Israele. Questo trattamento preferenziale non si applica ai beni prodotti negli insediamenti dei territori palestinesi occupati da Israele dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, compresa Gerusalemme Est. Quando le autorità europee negano correttamente le agevolazioni tariffarie ai prodotti degli insediamenti, il governo israeliano rimborsa gli esportatori, rendendo di fatto irrilevanti i dazi applicati. L’analisi di oltre 2.000 fatture commerciali ha rilevato che il 16,7% dei prodotti provenienti dagli insediamenti veniva dichiarato come di origine israeliana per beneficiare di agevolazioni doganali, per un valore stimato di 13,1 milioni di euro.
La proposta di legge in Italia e il dibattito in Ue
Tutto questo, si legge nel rapporto, contribuisce a sostenere un sistema di occupazione dichiarato illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia nel luglio 2024, segnato da sfollamenti forzati e violenze. “Dal 2022 abbiamo osservato che circa il 50% dei nuovi avamposti sono agricoli. L’agricoltura viene spesso utilizzata come strumento per acquisire e consolidare il controllo della terra in Cisgiordania e nelle Alture del Golan siriane. Abbiamo visto, ad esempio, che il 93% delle esportazioni dalla Cisgiordania proviene dalle colonie, mentre solo il 7% dai palestinesi”, spiega Emily Schaeffer Omer-Man.
È per mettere fine a questo sistema che diversi Paesi europei, tra cui Spagna e Slovenia, si stanno muovendo per vietare l’importazione di beni e servizi prodotti interamente o parzialmente nei territori occupati. In Italia, una proposta di legge è stata presentata in Parlamento da Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico il 14 maggio. Anche se, secondo il rapporto, l’Italia non figura tra i principali centri di importazione dell’Ue, molti prodotti provenienti dagli insediamenti entrano nel Paese attraverso i porti di altri Stati membri. I dati di Global Echo mostrano che il 71% di tutti i prodotti degli insediamenti monitorati è entrato nell’UE attraverso i porti di Paesi Bassi, Francia e Germania”, continua la direttrice esecutiva dell’organizzazione.
In sede Ue si discute di possibili misure commerciali contro i prodotti provenienti dalle colonie israeliane, sostenute soprattutto da Francia e Svezia. Secondo Schaeffer Omer-Man, sarebbe il modo migliore per evitare che queste violazioni sistematiche continuino. Non si può affermare che l’UE, i suoi Stati membri e il Regno Unito, si legge nel rapporto, stiano adempiendo ai propri obblighi di diritto internazionale di astenersi dal sostenere la presenza continuativa di Israele nei Territori palestinesi occupati, anche attraverso relazioni commerciali ed economiche, fintanto che questo sistema persiste. Global Echo sta avviando azioni legali per costringere Europa e Regno Unito a intervenire su queste violazioni e smascherare il sistema più ampio che permette loro di continuare. Danilo Della Valle, europarlamentare del Movimento 5 Stelle, ha annunciato un’interrogazione parlamentare per chiedere alla Commissione europea di avviare un audit approfondito su tutte le merci etichettate come Made in Israel che entrano nel mercato unico, al fine di verificare il pieno rispetto delle norme di origine e delle misure restrittive adottate dall’Ue.