corriere.it, 10 giugno 2026
L’Ue obbliga Meta a permettere l’accesso a WhatsApp ai chatbot rivali.
Lo scontro fra Big Tech e Ue si riaccende. E il tema è sempre lo stesso. Da un lato le istituzioni europee chiedono che vengano rispettate le regole antitrust. Dall’altro le grandi aziende (americane) della tecnologia vedono negli obblighi di Bruxelles un ostacolo alla competitività.
L’ultima a tornare sul campo di battaglia è Meta. Martedì la Commissione europea ha ordinato all’azienda di Mark Zuckerberg di ripristinare l’accesso gratuito a WhatsApp ai chatbot d’intelligenza artificiale sviluppati da aziende concorrenti. Una misura che è stata fortemente contestata da Meta stessa, che ha già annunciato il ricorso in appello: «Si tratta di un abuso normativo finanziato dalle numerose aziende europee che versano i contributi. Presenteremo ricorso», ha riferito un portavoce dell’azienda a diverse testate.
Il problema dell’accesso gratuito a WhatsApp
La chiave di lettura della decisione europea sta tutta nell’accesso gratuito all’app di messaggistica. Oggi, infatti, le compagnie rivali possono comunque usare WhatsApp come piattaforma di distribuzione dei propri chatbot pagando per l’uso delle cosiddette Api, delle interfacce informatiche che permettono a diversi software o servizi digitali di dialogare. Ma da marzo, chi vuole offrire il proprio chatbot alla vasta platea di utilizzatori di WhatsApp (nel 2025 sono stati raggiunti i 3 miliardi di user) deve mettere mano al portafoglio.
Ma non è stato sempre così. A dicembre 2024, in occasione dei cosiddetti «12 giorni di OpenAI», l’azienda di Sam Altman aveva fatto sbarcare il proprio celebre chatbot su WhatsApp. Gli utenti potevano interrogarlo (o addirittura chiamarlo) tramite una chat sull’app di messaggistica. Una trovata che aveva convinto 50 milioni di utenti di WhatsApp a chiacchierare con ChatGpt, come aveva detto la stessa OpenAI.
Poi, a ottobre, sono cambiate le regole del gioco (o meglio, i termini di servizio di WhatsApp Business Solution): alle compagnie che sviluppano AI è stato vietato in toto l’uso delle interfacce di WhatsApp per offrire il proprio chatbot. Misura che è stata attenuata appunto a marzo, quando Meta ha ammesso la presenza di aziende rivali a condizione di pagare per il servizio.
La misura provvisoria della Commissione europea
A quel punto, l’Ue ha preso in mano la questione, arrivando così alla decisione ad interim «per evitare un danno grave e irreparabile alla concorrenza nel mercato in espansione degli assistenti AI per uso generico».
«In mercati in rapida evoluzione, la concorrenza può essere compromessa molto prima che venga adottata una decisione definitiva», ha dichiarato Teresa Ribera, vicepresidente della Commissione europea e titolare dell’Antitrust Ue. «Per questo motivo tali misure provvisorie rimarranno in vigore per tutta la durata dell’indagine, al fine di prevenire danni che sarebbero quasi impossibili da riparare».
Se tutto suona un po’ come un deja-vu è perché nei mesi scorsi l’Antitrust italiano aveva già lanciato un’istruttoria sull’esclusione di altri provider AI da WhatsApp (ne avevamo parlato qui). Il procedimento si era poi interrotto all’improvviso proprio il giorno prima della decisione di Bruxelles, di fatto lasciando il passo all’istituzione europea per questioni di competenza.
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Per Meta si tratta di un bel grattacapo. Spalancare le porte di WhatsApp ad aziende concorrenti – che spaziano dalla piccola startup a giganti in competizione fra di loro, come appunto OpenAI, Anthropic o Google – significa mettere a disposizione un enorme bacino di utenti, compresi quelli che – per abitudine o minore alfabetizzazione digitale – finiscono per usare poche selezionate piattaforme nella propria quotidianità.
D’altra parte, però, in questo caso Meta sembra trovarsi in una posizione di vantaggio. Oltre a offrire un servizio di messaggistica, al tempo stesso offre il proprio chatbot – cioè MetaAI – ai propri utenti. E su WhatsApp questo è preinstallato e impossibile da rimuovere, come avevano evidenziato sia l’Agenzia per la concorrenza di mercato (Agcm) e la Commissione europea in altre istruttorie dove si fa riferimento a un presunto abuso di posizione dominante in violazione dell’articolo 102 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.
Anche Apple e Google sul campo di battaglia
Lo scontro fra Meta e l’Ue non è l’unico fronte su cui si combatte questa guerra. Appena un giorno prima rispetto alla decisione della Commissione europea, è stata Apple a scagliare una freccia. In occasione della Worldwide Developer Conference di quest’anno, l’evento dedicato agli sviluppatori Apple, l’azienda ha annunciato l’arrivo della nuova Siri, l’assistente che adesso acquisisce nuovi poteri generativi. Una novità attesa da anni da cui l’Europa è esclusa. Secondo la compagnia, infatti, per “colpa” del Digital Markets Act (il regolamento sulla concorrenza del mercato digitale) si sta chiedendo di aprire il sistema e offrire i dati sensibili degli utenti ad altre compagnie che sviluppano AI, mettendo così a rischio la loro privacy. «Abbiamo proposto soluzioni concrete e non sono state accettate. La Commissione Ue ci sta di fatto suggerendo di fare un esperimento su milioni di utenti», ha detto (in questo articolo abbiamo raccontato nel dettaglio la questione).
Il problema dell’interoperabilità – cioè la capacità di sistemi diversi di funzionare insieme, scambiando dati in modo compatibile senza che l’utente debba uscire da uno per entrare nell’altro – presto colpirà anche Google. Il 27 luglio la Commissione europea dovrà decidere anche in merito a due procedimenti aperti all’inizio di quest’anno proprio nell’ambito del Digital Markets Act. Il primo riguarda il funzionamento di Android, cioè come questo sistema operativo interagisce con l’AI di Google e con quelle concorrenti. Il secondo, se possibile ancora più delicato, riguarda i dati raccolti dal motore di ricerca (come le ricerche fatte dagli utenti, i clic effettuati e le visualizzazioni): secondo l’Ue, i dati anonimizzati (cioè trasformati in modo che non siano attribuibili a nessuno nello specifico) devono essere messi a disposizione dei motori di ricerca concorrenti.
Ovviamente in entrambi i casi Google ha alzato bandiera rossa. Per la prima questione sollevata dall’Ue, l’azienda avrebbe dimostrato che l’apertura ad altre AI renderebbe i sistemi vulnerabili a spyware. Nel secondo, invece, l’anomizzazione proposta (e ancora non imposta) dalla Commissione metterebbe comunque a rischio la privacy degli utenti, perché sarebbe molto semplice ricostruire l’identità degli utenti che hanno fatto specifiche ricerche.