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 2026  giugno 10 Mercoledì calendario

Diego Piacentini riflette sulla sua carriera e sugli investimenti nel mondo tech

«Pensavo fossi intelligente. Mi sbagliavo. Se decidi di lasciare Apple per andare a lavorare con un rivenditore di libri, tu non puoi essere intelligente». È il settembre del 1999. A pronunciare quelle parole è Steve Jobs. Jobs è tornato da poco più di due anni dopo essere stato licenziato di fatto nel 1985 dalla casa che lui aveva fondato. Nel giro di 24 mesi con scelte radicali è riuscito a dare nuova speranza a una società che rischiava di essere acquistata da una Ibm o da altri concorrenti. Ha davanti a sé il capo dell’Europa che ha costretto a volare a Cupertino per convincerlo a non andare via. È uno dei pochi manager che non ha cacciato al suo arrivo. Un italiano. Diego Piacentini. Classe 1960. Non deve essere stato facile sentirsi apostrofato così. Anche perché il rivenditore di libri si chiamava Amazon. E Piacentini si apprestava ad affiancare Jeff Bezos come capo delle attività internazionali. È lui stesso a raccontare l’episodio in un saggio che fa da introduzione al libro sugli anni fuori da Apple di Jobs scritto da Geoffrey Cain (Egea editore).
Ma incrociare il manager con passaporto italiano e americano con una vita divisa in due tra Seattle e Milano, più Seattle che Milano, vuol dire incrociare l’Italia nascosta, quella che funziona e che è avanti anche dal punto di vista tecnologico e che nessuno immaginerebbe. Tanto per capirci Piacentini è il papà dell’app IO nonché di quel sistema Spid che ha reso molto più semplice la vita degli italiani («prima che la CIE fosse diffusa», ci tiene a precisare)
Ma il punto di vista di Piacentini è di chi ha vissuto in prima fila e vive come pochi altri l’evoluzione tecnologica e non solo mondiale. Certo per la frequentazione con Jobs prima e Bezos poi, ma anche oggi nel consiglio di DoorDash, una delle principali piattaforme di consegna del food, quella che ha appena comprato Deliveroo. O perché siede nel consiglio dell’Economist accanto a Mustafa Suleyman, il numero uno per l’intelligenza artificiale Microsoft oggi, ma che è stato uno dei tre fondatori, assieme al Nobel Demis Hassabis e Shane Legg, di Deep Mind acquisita da Google. O perché vive a Seattle.
Ma che ci fa lei a Seattle?
«Aspetti un secondo», la telecamera del computer con il quale ci stiamo videochiamando, io da Milano lui appunto dallo Stato di Washington, piano piano gira e inquadra la vista del lago che divide Bellevue da Seattle. «Panorama a parte, che pure conta, qui si fa la tecnologia. E questo, ad esempio, ha aiutato moltissimo la mia partecipazione allo sviluppo di Vento Ventures (il fondo early-stage più attivo in Italia, di cui è advisor, ndr) che ha supportato la nascita di circa 150 start up, qui si capisce dove va l’innovazione».
Ma Seattle non è la Silicon Valley.
«No, ma è come se lo fosse. È sulla stessa costa ma più a nord, due delle 5 grandi della tecnologia al mondo, Amazon e Microsoft, sono però nate qui. Attorno abbiamo poi uno dei retailer maggiori al mondo Starbucks, la Boeing…».
Sì ma concretamente?
«Le possibilità di networking sono moltissime. L’altra sera ero a cena con una persona che ha lavorato all’accordo tra Jensen Huang di Nvidia e Microsoft per costruire il computer con l’intelligenza artificiale integrata».
Ah certo, è questione di talenti da Huang a Satya Nadella...
«Ma no guardi, talenti ce ne sono qui e ce ne sono in Italia. I nomi che fa sono tutti di migranti peraltro...».
D’accordo, ma lì diventano Apple, Microsoft, Amazon...
«Vero, ma non è solo questione di talenti. Le faccio il nome di una società di Milano che probabilmente non dice niente a nessuno: la Ephos, sarà quella che costruirà nell’area della città dove sono nato il primo impianto al mondo di chip fotonici. Tutto in Italia con ricercatori italiani del CNR e Politecnico di Milano».
E allora, dove sta la differenza?
«Se Ephos vorrà crescere dovrà avere una doppia presenza: Italia e California. Avviare le attività anche in America serve sia per creare economie di scala sia per accedere a un mercato finanziario in grado di sostenerne gli investimenti. In Italia ha ricevuto le prime decine di milioni; negli USA riceverà le centinaia che servono per diventare globali. È per questo che Draghi spinge per la creazione di un mercato unico che sfrutti l’enorme risparmio europeo che invece viene investito in America».
E poi, cos’altro oltre al fatto che «regaliamo» 300 miliardi l’anno di risparmio a Wall street?
«Gliel’avranno detto in tanti: cultura dell’errore e del rischio».
Sì, sì, in America non si ha paura di fallire e si rischia. Ma lei è stato vicino a Jobs e a Bezos, quando li ha visti rischiare.
«Pensi al fatto che oggi uno dei servizi al mondo maggiori di cloud (quei server che raccolgono e custodiscono i dati delle aziende mondiali) è di Amazon, AWS».
Be’ normale... Amazon vale più del prodotto interno lordo dell’intera Italia. Dov’è il rischio?
«Bezos decise di creare AWS sulla base di questo ragionamento: abbiamo un elevatissimo numero di server per servire le transazioni di e-commerce del trimestre più elevato (quello natalizio) e che è ridondante per il resto dell’anno. Che ce ne facciamo negli altri mesi? Creiamo un servizio che permetta alle aziende di scalare i propri sistemi senza comprare hardware. Tutti lo criticarono. Anche internamente. Oggi AWS fa i maggiori profitti del gruppo. O il lancio del Kindle che poteva cannibalizzare i libri su cui era stata costruita Amazon».
I successi li conoscono tutti, ma i fallimenti di Jobs e Bezos?
«Gliene dico due. Il Cube di Apple, quel computer cubico che avrebbe dovuto sconvolgere il mercato e che è desaparecido. O Il Fire Phone di Amazon. Chi se lo ricorda, se non gli appassionati di storia dei prodotti fallimentari?»
Se ti chiami Apple, Microsoft è facile rischiare. Vale lo stesso per le banche, JP Morgan Chase vale in Borsa quanto le prime dieci banche europee messe assieme...
«La dimensione, la scala conta sempre. Mi ripeto, è quello che ancora dice Draghi: le aziende europee devono crescere. Ma pensi a una Goldman Sachs che vale un terzo di JP Morgan».
Cosa ha fatto Goldman?
«Be’ per esempio ha preso un italiano, guarda caso, Marco Argenti, da Amazon, nonostante non sapesse nulla di servizi finanziari, e gli ha dato una divisione di 13 mila persone per gestire la tecnologia a riporto diretto del numero uno di Goldman... Un rischio che ha pagato».
Insomma qui in Italia e in Europa abbiamo perso la gara?
«Dobbiamo smettere di paragonare l’Europa agli USA o alla Cina come se fosse una gara sportiva. Come dice il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, abbiamo la manifattura, spingiamo sull’adozione veloce dell’intelligenza artificiale e rischiamo senza aver paura continuamente di sbagliare. Dobbiamo iniziare a pensare in grande».
Forse da Seattle sembra facile...
«Guardi che il fatto che uno dei maggiori fondi mondiali KKR apra a Milano o Anthropic, una delle più innovative società sull’AI, apra ancora a Milano, per quanto iniziative commerciali, qualcosa significherà».
Certo qualcosa di buono si fa anche qui...
«Guardiamo al bicchiere come mezzo pieno. Bending Spoons, la start up che ha comprato Wetransfer, American on line e via dicendo è nata a Milano. Max Ciociola ha creato la più grande piattaforma mondiale di testi e metadati musicali a Bologna che è a 45 minuti di treno da Milano, come Torino, la sede di Vento. Certo, le storie di successo sono decine, e in America sono decine di migliaia. Ma fino a pochi anni fa non avevamo neppure queste decine».
Ma allora un giorno tornerà?
«Per ora continuo ad andare avanti e indietro».
E la famiglia?
«Mia moglie è con me, un figlio dopo essere venuto a 4 anni qui con noi, ora che ne ha trenta è tornato per costruire un agriturismo in Italia, l’altro è a New York a fare l’architetto».
Un futuro ancora da pendolare insomma.
«Insegnando agli USA le potenzialità del tech italiano e portando in Italia un pochino di cultura del rischio, dell’investimento, di non diffidenza...»
Che c’entra la diffidenza adesso?
«Le dico solo questo: quando decisi di fare il commissario per l’attuazione dell’agenda digitale in Italia, lo feci senza prendere alcun compenso. Persino mio padre dubitò di questo. Con la cultura della diffidenza che ci siano sempre poteri forti, interessi chissà quali, spintarelle e spintoni che agevolano i nostri vicini, non andremo da nessuna parte».