Corriere della Sera, 10 giugno 2026
Il progetto del nuovo club extra lusso sul mare davanti a Tavolara (dove è vietato costruire)
Ve lo immaginate, sulle rive di una delle riserve marine più belle e protette (teoricamente) del pianeta, un albergone di 4.350 metri quadri pari a un edificio di due piani, largo a ogni lato 47 metri cioè molto più dell’imponente facciata del Pantheon? E tutto a dispetto delle regole che da anni vietano di costruire nel paradiso della Sardegna a meno di 300 metri dal mare? Eppure il progetto, bocciato dal Comune (la legge è legge), dal ministero della Cultura, dalla Soprintendenza e dalla Regione autonoma, è stato giovedì risuscitato dal Consiglio dei ministri. Che, senza mai nominare (pudore?) il luogo adibito a essere stravolto, un magico promontorio tra acque blu, concede un’anonima «variante urbanistica per convertire un’abitazione e l’area limitrofa in un’area/struttura ricettiva». Una spolverina burocratica utile a offuscare la speculazione edilizia varata con la copertura della Zes (Zona economica speciale) che permette a un’area territoriale del Sud di ottenere iter amministrativi semplificati e autorizzazioni più rapide. A prescindere dalla volontà degli abitanti.
Al centro degli appetiti c’è il promontorio di Cala Finanza, in faccia alle isole di Tavolara e Molara, stuprato tre anni fa dalla costruzione del gigantesco capannone deluxe tirato su «provvisoriamente», con tanto di discoteca e torri per gli altoparlanti, per le nozze degli eredi di due nababbi sauditi spacciati inizialmente, per convincere gli enti locali («ci raccomandiamo la privacy...») come parenti (falso) del re di Giordania. Capannone poi rimosso grazie alla protesta degli ambientalisti e ai dubbi sollevati anche dal Corriere: guai se fosse finita come troppe volte in passato col «provvisorio» manufatto dimenticato lì in eterno.
Dubbi mal riposti? Fatto è, pensa la coincidenza, che dopo quella prova generale Cala Finanza è finita diritta nel mirino di un gruppo turistico brasiliano fondato nel 1902 a San Paulo dall’italiano Vittorio Fasano. Gruppo che dal 2007, grazie alla partnership con la Jhsf di José Auriemo Neto, erede di un altro immigrato italiano, è riuscito in pochi anni a edificare hotel di lusso a Rio de Janeiro e New York, Londra e Cascais, Punta del Este e Miami... Un impero immobiliare di cui fa parte perfino l’unico hotel del Sudamerica, il Boa Vista Village Surf Club a Porto Feliz, dotato di una spropositata piscina dove vengono generate artificialmente onde simil-oceaniche...
Va da sé che Neto, finito mesi fa sul Corriere, dove Mario Gerevini raccontava come avesse comprato per 52 milioni uno dei più prestigiosi edifici di Milano, il Palazzo Taverna Medici del Vascello (dando la disdetta perfino a un inquilino come Adriano Galliani), non era tipo da esordire in Italia con un investimento, diciamo, sobrio. Anzi. E il progetto italo-paulista per il promontorio davanti a Tavolara gronda grandeur, scusate il méli-mélo, come un caco a novembre.
E come se avessero già in tasca tutti i terreni e tutti gli accordi sull’uso del porticciolo comunale e tutte le autorizzazioni paesaggistiche, i soci della «Tavolara Bay» hanno illustrato fin dal 2024 il Fasano hotel Sardegna, on-line e sui depliant, con toni mirabolanti. «Circondato da acque cristalline color turchese, spiagge di sabbia finissima e scogliere spettacolari, il Fasano sorge lungo una costa mozzafiato; questa destinazione esclusiva invita gli ospiti a immergersi in un mondo di raffinatezza senza tempo, splendore naturale e fascino, offrendo un mosaico di paesaggi incontaminati che catturano l’anima del Mediterraneo». Di più: «Immerso in una distesa incontaminata dove oltre il 90% del territorio è dedicato alla bellezza naturale preservata, Fasano Sardegna, un complesso di lusso di milioni di metri quadri, caratterizzato da una perfetta fusione di autenticità e raffinatezza, progettato dall’architetto di fama internazionale Isay Weinfeld, è un rifugio di serenità».
Scusate: «Milioni di metri quadri»? In un’area lodata perché «incontaminata»? Esageratamente più dei «500 mila» citati nelle brossure e nelle ipotesi prospettate al Comune e ai soggetti chiamati a dire la loro sullo stravolgimento di un promontorio che prima ospitava solo un’abitazione privata, «Villa Joy» (denunciata nel 2022 per un pontile irregolare) costruita decenni fa quando non c’erano la sensibilità paesaggistica e le norme di oggi? Dicono tutto il gigantismo del rendering che nel 2025 fu mostrato ai possibili clienti e il depliant in inglese. Dove si annunciano, udite udite, un hotel con 51 alloggi di lusso per «una superficie totale di circa 4.350 metri quadrati, servizi all’avanguardia, tra cui un beach club, un porto turistico, un centro benessere completo, un club di tennis e un campo da golf a 18 buche». Più «26 lotti edificabili per ville con una superficie compresa tra 350 e 750 metri quadrati ciascuna» in vendita al prezzo di «13.200 euro al metri quadrati» e «ricavi totali stimati: circa 141 milioni di euro». Ed eliporto, ovvio. E poi «Spa, palestre all’avanguardia, vivaci beach club, campi da tennis e un centro commerciale... Ogni dettaglio è studiato per esaltare il fascino spontaneo del Mediterraneo, arricchito dal calore dell’ospitalità italiana e dall’eleganza europea». E il dettaglio che l’unico porto di Cala Finanza appartiene al Comune e non è in vendita? Mah...
Vada come vada, una cosa è certa: il caso, spiegano la Regione autonoma e gli ambientalisti, a partire dal Gruppo intervento giuridico, non è chiuso: «Sarà battaglia ricorso dopo ricorso al Tar, al Consiglio di Stato, in Cassazione, fino alla Consulta e alla Corte Europea...». Perché, dicono, «l’assalto a Cala Finanza è il grimaldello per scardinare la legge che tutela le coste sarde e non solo». Resta una curiosità: chi c’è dietro questi volenterosi cementificatori deluxe che si propongono di «abbellire» una delle coste più belle dell’universo?
Le sorprese non sono finite...