Corriere della Sera, 10 giugno 2026
Iran, i 38 annunci di un’intesa (finora) mai realizzata
Esercizi di accordo: per «almeno 38 volte» Donald Trump ha annunciato l’intesa con l’Iran come quasi fatta. A contarle è stata la Cnn. La cifra fa impressione, ma neanche tanto. Se fossero 50 qualcuno si sorprenderebbe?
«Almost all points of agreement» diceva il presidente già il 23 marzo ai piedi dell’Air Force One: ok «su quasi tutti i punti». Pazienza se da Teheran negavano persino la partenza dei negoziati. In due mesi e mezzo il presidente ha ripetuto lo stesso messaggio, a una media di circa una volta ogni due giorni. «Ci siamo quasi». Neanche un crescendo nella narrazione, una variazione di formula. Raymond Queneau nei suoi famosi «Esercizi di stile» aveva saputo narrare un’identica storia in 99 modi diversi. Trump è più ripetitivo: forse conta sull’effetto «dèja vu», vuole prendere elettori e spettatori non tanto per i fondelli ma per sfinimento. Certo, così si perdono alcuni pilastri della sua politica spettacolo: l’effetto sorpresa, il cambio di scenario, il diversivo.
Persino i «cattivi» sono diventati noiosi nella sua descrizione. A parte l’«almost» e il «close», una delle espressioni ricorrenti nei suoi annunci di intesa «vicina» è il «so badly» riferito alla voglia iraniana di arrivare «fortemente» a un accordo. Trump lo dice il 25 marzo e il 26 rincara la dose: l’Iran «implora» l’America, desidera «so badly to make a deal». E tre giorni dopo la sibilla della Casa Bianca ribadisce: «Vedo un accordo, yeah, la settimana prossima». La sua proiezione temporale preferita è «due settimane». Nel caso dell’Iran le previsioni si accorciano a questione di giorni, salvo poi essere posticipate. Il 7 aprile The Donald promette una tregua, che effettivamente si materializza: però dovrebbe durare le consuete due settimane, il tempo per finalizzare la pace fatta. E infatti dieci giorni dopo, il 17 aprile, nel giro di poche ore Trump dichiara in tre occasioni che l’Iran «ha accettato tutto», che «non pensa ci siano troppe differenze» tra le parti e soprattutto che «avremo un accordo domani o dopo».
Invece il tempo passa, il tapis roulant delle scadenze scivola all’indietro e il presidente è sempre lì che corre da fermo: il 30 aprile assicura che Teheran «muore dalla voglia» di firmare. A volte la voglia Usa di riprendere la guerra è frenata su richiesta dei Paesi partner in Medio Oriente (18 maggio), «perché credono di essere molto vicini al raggiungimento di un accordo».
Forse è l’annuncio del 23 maggio quello che il mondo prende più sul serio: i media, i diplomatici, le Borse, gli avventori nei bar. Questa volta ci siamo. I giornali cambiano i titoli in corsa, Trump proclama che ci sarà un annuncio «a breve» perché la bozza di compromesso tra il Grande Satana e «i maledetti ayatollah» è stata «largamente negoziata» e si aspetta soltanto che venga «finalizzata».
«Shortly» mica tanto. I dettagli («final aspects») che «restavano da discutere» si rivelano ancora una volta insormontabili. Sarà forse che la voglia di compromesso dei Guardiani della Rivoluzione in Iran si scontra con quella che Trump è tornato a dipingere di recente come una sorta di cupio dissolvi, resa incondizionata: due giorni fa, segnala la Cnn, durante un comizio a distanza per il senatore Lindsey Graham, il presidente ha vaticinato che «la vittoria totale» arriverà «nelle prossime due settimane» perché l’Iran «vuole darci tutto».
Ecco, le previsioni trumpiane hanno ripreso il ritmo consueto delle two weeks. Per poi tornare a scadenze più vicine. «Lo Stretto di Hormuz riaprirà immediatamente dopo l’accordo», ha detto The Donald a New York l’altra notte. «Il che potrebbe avvenire nel giro di due o tre giorni». Ci risiamo, la scadenza si fa più stretta. Pronti per il 39° annuncio? Troppo, anche per chi volesse fare i soldi in Borsa con l’insider trading scommettendo sull’apertura di Hormuz, la discesa del prezzo del petrolio etc etc. Ci vorrebbe il grande P.J. O’Rourke di «Peace kills» per raccontare con ironia le dilazioni del «nuovo imperialismo americano». Variazioni su una vecchia storia che partendo dal Kosovo lui riassumeva così: «Dovunque c’è ingiustizia, oppressione e sofferenza, l’America si palesa sei mesi più tardi e bombarda il Paese accanto». A volte arriva prima. Bombarda gli oppressi. E ricerca «so badly» un accordo con gli oppressori.