Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  giugno 09 Martedì calendario

Elezioni in Perù, testa a testa tra i candidati: paese spaccato a metà

Hanno vinto entrambi. Meglio: in Perù non ha vinto nessuno. C’è una sostanziale parità tra Keiko Fujimori, candidata della destra di Fuerza Popular, e Roberto Sánchez, leader della sinistra di Juntos con el Perú.
Dopo aver scrutinato il 94 per cento dei voti, la figlia dell’ex presidente e dittatore Alberto Fujimori registrava il 49,7 per cento dei consensi; l’umile lustrascarpe, nato in un piccolo paese lungo la costa a nord di Lima, diventato poi senatore e anche ministro del Commercio Estero, era leggermente avanti con il 50,3%. Una soglia ristrettissima che ha reso il clima in tutto il Perù ancora più carico di attesa e di tensione.
La storia si ripete
La storia dunque si ripete. E per la figlia prediletta dell’oscuro ingegnere giapponese diventato presidente dopo aver battuto a sorpresa il più quotato e noto Mario Vargas Llosa, rischia di diventare una vera ossessione. È al suo quarto tentativo. Ci aveva provato nel 2011, nel 2016 e ancora nel 2021. Ma ogni volta è stata sconfitta. Di misura. Con Ollanta Humala, con Pedro Pablo Kuczynsky, con Pedro Castillo. Raccoglieva valanghe di voti ma non riusciva a battere i suoi avversari. Su di lei pesava il fantasma di suo padre. Un presidente amato e odiato al tempo stesso. L’unico ad essere riuscito a sconfiggere i terroristi di Sendero Luminoso e ad aver reso più vivibili le regioni isolate delle Ande portando luce, gas, acqua potabile nelle barriadas delle periferie delle grandi città. Costruendo strade e alzando ponti per unire territori che restavano ai margini, lontani dalle grandi città dove si decideva e si governava.
Chi è Alberto Fujimori
Ma Alberto Fujimori è stato anche l’autarchico che ha seminato morte e terrore. Nel suo secondo mandato ha dissolto d’autorità il Congresso, proclamato lo stato d’emergenza, coperto l’attività di nuclei di sicari al soldo dei Servizi segreti che uccidevano gli avversari politici con la scusa della minaccia terroristica. Fino alla fuga, di notte, come un ladro, in Giappone e l’arresto quando tentò di rientrare in Perù. È stato condannato a 25 anni nel 2009 per crimini contro l’umanità ed è morto, da libero, grazie a un indulto concesso tra mille polemiche, nel 2024. Keiko cerca di riscattare l’immagine del padre. Punta sugli aspetti positivi della sua azione politica. Invoca l’ordine, misure dure, per contrastare una criminalità che in questi anni di incertezza politica, con otto presidenti sfiduciati e arrestati per corruzione, ha dilagato. I voti che raccoglie sono soprattutto quelli delle città e delle aree benestanti. Nelle regioni andine, quelle del sud del Perù, abitate da contadini e gente umile, i consensi vanno invece a Roberto Sánchez. Il quale cavalca l’onda di quanti sostengono che l’ultimo capo di Stato, il maestro elementare Pedro Castillo, sia rimasto vittima delle élite decise a liberarsi di un indio diventato presidente. Le classi bianche contro quelle povere meticce. La periferia contro il centro.
Entrambi i candidati invitano alla cautela. Bisognerà attendere ancora qualche ora, forse giorni, per sapere il risultato definitivo. Resta questa spaccatura, verticale, con cui dovrà fare i conti chiunque si troverà a governare.
I verbali contestati
Secondo l’Ufficio nazionale dei processi elettorali (Onpe), sono finora 1.517 i verbali contestati inviati ai Giurì elettorali speciali (Jee), pari all’1,61% del totale, con quasi 400 mila voti ancora in attesa di conteggio definitivo. Oltre il 60% dei verbali contestati proviene dalla regione di Lima, dove 924 atti dovranno essere esaminati dagli organi elettorali competenti. Le contestazioni riguardano errori nei conteggi, voti impugnati o richieste di annullamento presentate dai rappresentanti dei partiti.
Anche qualora l’Onpe raggiungesse il 100% dei verbali processati nei prossimi giorni, il risultato definitivo resterebbe subordinato all’esame degli atti contestati e agli eventuali ricorsi. Solo dopo le decisioni dei Jee e dell’eventuale esame da parte del Giurì nazionale delle elezioni (Jne), ultima istanza del sistema elettorale peruviano, sarà possibile proclamare ufficialmente il vincitore.