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 2026  giugno 09 Martedì calendario

Marco D’Amore parla del suo nuovo ruolo romantico

Cronaca di una sorprendente novità. Marco D’Amore, Ciro l’«Immortale», in una commedia romantica. È cresciuto tra fughe, solitudini, morti ammazzati e ferite incancellabili di Gomorra. Prima e dopo tanta altra qualità. Ora con Piccolo miracolo, l’11 al Festival di Taormina diretto da Tiziana Rocca, interpreta Davide, il figlio di un palazzinaro (Giorgio Colangeli), volgare come la sua categoria, che gli affida il compito di demolire un palazzo per costruirvi una residenza di lusso: «Così diventi uomo». Solo che un’inquilina (Greta Scarano), non vedente, non se ne vuole andare.
È il suo primo ruolo romantico.
«In una chiave così definitiva, sì. Mi era capitato in altri film che però avevano cupezza, il giallo del thriller o del dramma sociale. Ciro è un giovane killer segnato dalla sofferenza, che cerca la redenzione nel buio. Però ha qualcosa in comune con Davide: la malinconia. Sono stato agevolato dalla fiducia di chi mi ha voluto, Edoardo Leo e Nicoletta Micheli che portano il soggetto, i produttori e il regista Guido Chiesa. Il film nasce dal romanzo La grazia del demolitore di Fabio Bartolomei».
Interpreta un tipo strano.
«Un uomo indefinito, con un parallelo pirandelliano, è in cerca d’autore, lo insegue nelle maglie della famiglia, per trovare il suo posto nel mondo. Finche capisce che non ci può essere altro autore che sé stesso, e si arma per andare incontro ai suoi limiti e ai suoi difetti. E nasce un amore di cui si sente solo il profumo, mai manifesto».
Anche Ciro l’«immortale» era un irrisolto.
«Provo a non essere mai ultimativo o intransigente rispetto alla natura umana che interpreto. La bellezza del film è di lasciare la porta aperta su un futuro che lo spettatore deve immaginare».
Greta Scarano nel suo cinema passa dal tema dell’autismo alla cecità.
«La cecità ha a che fare con la grande letteratura. Qui non è solo condizione fisica ma foriera di illusione e ricerca della verità. La disabilità viene messa alla prova con gli ostacoli che le si creano intorno. Sarebbe interessante chiedersi: il vero cieco chi è, il padre di lui, la ragazza? Per avvicinarci a quanto costa mettersi nei panni della non vedente, abbiamo vissuto giorni intensi con una ragazza cieca, Vanessa Casu, che firma e canta le due canzoni del film.
L’impegno civile e la responsabilità sociale che connotano il suo artigianato attoriale sono l’opposto del padre palazzinaro.
«Un artista è le scelte che compie. Ho vissuto gomito a gomito con Toni Servillo, la fase primitiva del recitare a Campobasso davanti a venti persone, fino alla sua esplosione, diventando un divo. Rispetto a una popolarità maggiore, Toni ha scelto di parlare attraverso quello che fa. Io continuo in questo solco, cercando di stimolare approfondimenti e di acquisire informazioni, sperando che si operi in modo diverso. Non si tratta di pedagogia».
Ciro è un nome che ricorre nella sua vita.
«Mio nonno si chiamava Ciro Capezzone. L’ho perso a 10 anni. Una persona così rilevante, nel poco tempo che l’ho conosciuto. Era attore nella compagnia di Nino Taranto, ha fatto sceneggiati e film per Francesco Rosi e Nanni Loy. Ma viveva l’insoddisfazione di chi non può vivere appieno il proprio sogno. Infatti rimase impiegato alla Sip. Quell’insoddisfazione di non potersi tuffare totalmente nell’avventura dell’attore ha agito su di me, con una scelta drastica».
Quale?
«Fortunatamente, ho trovato genitori che amandomi e temendo la precarietà, lontani dal teatro (papà infermiere e fisioterapista, mamma insegnava italiano e latino) sono stati i miei primi detrattori. Il loro ostruzionismo è stato il termometro della mia passione. Senza guide o aiuti me ne andai a studiare recitazione a Milano».
La fase bohèmien?
«Vivevamo in quattro al quartiere Famagosta, molto pericoloso per i miei compagni di corso. Facevamo le collette per comprare il pane, dormivamo senza materassi in un quartiere multietnico, divenni amico del barista giamaicano e degli arabi che gestivano un supermercato. Io, capelli e barba lunga, pelle olivastra, ci misi un po’ a convincerli che non ero arabo come loro. Mi dicevano, anche noi fingiamo di essere italiani. Ma io sono di Caserta!».