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 2026  giugno 09 Martedì calendario

Le origini di Ercole. Una divinità di tutti

Eracle, il mitico eroe delle «dodici fatiche», è comparso nel mondo latino e a Roma piuttosto tardi, nota Giovanni Brizzi nello straordinario libro Le vie di Ercole, che sta per essere pubblicato dal Mulino. E comparve addirittura «spazialmente relegato ai margini della città». Venerato esclusivamente nell’Ara Maxima, in corrispondenza del forum boarium, il mercato del bestiame lungo il Tevere, tra il Campidoglio e l’Aventino, «in un luogo frequentato soprattutto da mercanti stranieri, Greci e quasi certamente anche Fenici». È in origine una figura pienamente greca. Quanto alle «fatiche» il catalogo canonico ha trovato la sua forma definitiva solo in epoca ellenistica. Sicché rimangono «discussi e problematici» non solo gli elenchi, ma l’ordine stesso delle imprese sovrumane che l’eroe dovette compiere per espiare l’omicidio della moglie Megara e dei figli commesso a seguito di un attacco di follia scatenato dalla dea Era.
Eracle divenne un dio molto popolare e venne identificato in tutti i Paesi del Mediterraneo «con divinità straniere che condividevano le sue caratteristiche», hanno scritto Michael Grant e John Hazel nel Dizionario della mitologia classica (Sugarco). Questo, secondo Grant e Hazel, «è il motivo per cui molte variazioni e nuove avventure vennero aggiunte al suo mito». Per quel che riguarda la storia di Roma, aveva avuto un ruolo considerevole assai prima che la città nascesse incontrando Evandro, il quale, secondo Virgilio, proveniente dall’Arcadia aveva fondato un villaggio sul colle Palatino. Evandro avrebbe dato a Ercole in sposa la propria figlia che a sua volta diede all’eroe due figli. Uno dei quali, Pallante, si sarebbe alleato con Enea fuggiasco da Troia nella guerra contro Turno re dei Rutuli. In questo modo ritroviamo Eracle alle origini di Roma anche se poi verrà riconosciuto molto dopo e con un ruolo secondario, come giustamente sostiene Brizzi.
I primitivi caratteri del personaggio paiono però mitigati in Esiodo che ne ricorda l’apoteosi, il matrimonio con Ebe (figlia di Zeus), il riconciliarsi con Hera (sposa di Zeus e madre di Ebe), il raggiungimento infine dell’immortalità a compenso delle sue imprese. Questi stessi tratti, secondo Brizzi, si preciseranno via via, ad esaltarne l’immagine in una crescita costante. E fino a stabilirne da ultimo l’idea dell’uomo capace di «innalzarsi tra i Celesti mentre è ancora in vita». Eracle è il viaggiatore instancabile che percorre il mondo intero, dalla Spagna all’India. E nel suo errare è già, secondo la definizione di Pisandro di Rodi, il «più giusto degli uccisori», capace di eliminare ogni mostro purgando la terra. E di elevarsi via via a guida ideale del movimento coloniale greco diventando il civilizzatore. In quanto fondatore di un gran numero di città, è lui, nell’immaginario ellenico, a esportare nell’ambito mediterraneo e non solo il modello della polis. Lungo un tragitto che è lo stesso di Melqart. Si deve a Erodoto, il «padre della storia», in quella che per Brizzi è una «sbalordita agnizione», la descrizione del miracoloso incontro tra Eracle e una sorta di alter ego «in cui il sommo eroe greco finirà per riflettersi, anche nell’immagine corporea, pur senza mai assimilarsi del tutto a lui». Erodoto andrà anche oltre, scrive Brizzi, fino a una fondamentale presa di coscienza e cioè che i nomi di quasi tutti gli dèi «vengono alla Grecia dall’Egitto».
Nella ricostruzione della loro vicenda più antica, i Greci posero Eracle al centro, scrisse Santo Mazzarino in Il pensiero storico classico (Laterza, 1966). Eracle «fu il dio per eccellenza dorico e tuttavia quello nel cui nome si unificava tutta la grande storia del loro popolo». Il ritratto che ne fa Omero, afferma Brizzi, «ci parla certo di un combattente formidabile e di un infallibile arciere, che a sua volta però non si è ancora liberato del tutto dalla sua identità di bravaccio arrogante e violento, la cui energia, talvolta incontrollata e distruttiva, non è esente da pecche morali anche gravi, tali da indurlo addirittura a sfidare gli dèi». Ma c’è qualcosa di più.
In Omero Eracle si dibatte in una contraddizione «apparentemente insanabile» che sottolinea «l’ambigua, multiforme complessità della sua figura». Mentre nell’Iliade neppure lui è sfuggito alla morte, nell’Odissea Ulisse che scende all’Ade incontra – è vero – l’eroe, arciere temibile che fa fuggire i morti davanti a sé, eppure sa che egli gode allo stesso tempo dell’immortalità in Olimpo. Secondo Brizzi, si tratta però di un paradosso «apparente». La soluzione di questo paradosso, già implicitamente adombrata in Omero, è che si tratti di «due protagonisti omonimi, divino l’uno, umano l’altro, onorati in forme diverse e presenti l’uno agli inferi, l’altro tra gli dèi». Ma allora quanti sono gli Ercoli? Eracle, scriveva Robert Graves in I miti greci (Longanesi), «rappresenta il tipico re sacro della Grecia ellenica». Un piolo al quale vennero appesi molti miti spesso contraddittori. In seguito, secondo Brizzi, in questa figura si è venuto esprimendo – come già aveva compreso Erodoto – «il carattere cangiante e sostanzialmente unico ad un tempo di un personaggio comprensibile da tutto il mondo di allora perché universalmente condiviso da ogni mitologia, il nato da una donna e dal dio supremo capace di ergersi al di sopra della natura umana operando per il bene comune».
Erodoto conosce due figure con questo nome. Diodoro, tre. Cicerone, sei. Servio addirittura quarantaquattro, un numero solo apparentemente abnorme che, secondo Brizzi, «potrebbe essere persino insufficiente ove si analizzassero davvero le mille versioni del mito che chiamano in causa l’eroe». Di qui le numerose discrasie in cui si imbatte ogni studioso di questa figura «a causa delle infinite varianti del mito e dell’adattarsi del protagonista alle diverse identità incontrate». Come emerge dal libro di Corinne Bonnet e Laurent Bricault Divinità in viaggio. Culti e miti in movimento nel Mediterraneo antico (il Mulino), Eracle è in sostanza il civilizzatore che deve liberare l’umanità dal male. Sono temi già intravisti in un libro fondamentale di Arnaldo Momigliano: Saggezza straniera. L’Ellenismo e le altre culture (Einaudi), nel quale abbiamo scoperto i lineamenti fondamentali della formazione della civiltà occidentale. Brizzi dimostra adesso che il ruolo avuto dal mito di Ercole forse non è stato fin qui valutato nelle sue giuste dimensioni.
Nell’antica Grecia, precursore di Ercole può essere in qualche modo considerato Odisseo. Ma fuor di dubbio precursore di Eracle è anche, se non soprattutto, il «gemello fenicio» Melqart. Quel Melqart «che Erodoto scoprì in Egitto e poi a Tiro e che all’eroe greco verrà sempre più assimilato». Due figure simili eppure diverse, osserva con finezza Brizzi. Un dio l’uno, Melqart, «che muore nel fuoco e rinasce alla primavera successiva, protettore di sovrani e tramite di continuità dinastica». Eroe l’altro, «che conosce il fuoco anch’egli, per consumare però la sua parte umana e poter ascendere all’Olimpo». Due opposte concezioni del potere che hanno condizionato il mondo (non solo quello antico) e di cui sono l’uno e l’altro i simboli. Dinastico il primo, quello del «Signore della Città» che assicura la stabilità del potere. Umano il secondo, «segnato da una sorta di istinto, quasi una smania, che lo porta a disseminare figli ovunque, figli che sono spesso i capostipiti di vere e proprie nazioni».
Dove si incontrarono le figure di Melqart e di Eracle? Su quasi tutte le rotte mediterranee e in particolare sulla via dell’Occidente estremo, risponde Brizzi, Melqart ha preceduto Eracle. Fu a Cipro che sembra essersi prodotta la trasformazione dell’immagine di Melqart che proprio in quest’isola «venne assumendo i tratti a noi familiari dell’eroe Eracle, armato di clava e con il capo coperto dalla pelle di leone». Luogo di passaggio, Cipro, e crogiolo di culture, «capace di attrarre le potenze che dominarono il Mediterraneo dalla tarda Età del Bronzo in poi grazie ai suoi ricchi giacimenti di rame», l’isola fu più di ogni altra regione il teatro di una fusione, tradotta dall’iconografia, tra Melqart ed Eracle. Fusione che, secondo Corinne Bonnet, la cosiddetta «moda eraclìde» nata sotto Alessandro esportò e rese valida in tutto il mondo mediterraneo. In seguito. l’immagine di Melqart dovrà cedere il posto a quella di Eracle.
Nell’ultima veste, quella intessuta per lui dal mondo ellenistico, Eracle ebbe, secondo Brizzi, due «vessilliferi sommi»: Alessandro Magno e Annibale. Il primo lo aveva condotto, di vittoria in vittoria, fino all’India, aveva fondato molte città con il suo nome e aveva dato vita a una tra le più alte culture di ogni tempo, quella ellenistica. Alessandro, che lo considerava proprio antenato – ha scritto Michael Grant in La civiltà ellenistica (Bompiani, poi Rizzoli) —, «venne costantemente paragonato a Eracle in grazia delle imprese compiute». Una quantità enorme di monete di Alessandro, ha messo in evidenza Grant, rappresenta Eracle con in capo la tipica pelle leonina. Un Eracle «in figura non solo di antenato del monarca, ma con le fattezze del monarca stesso». E discendenti di Dioniso ma anche di Eracle si proclamarono i Tolomei. Però, riprende Brizzi, a pochi anni dalla sua morte l’immenso edificio politico costruito da Alessandro venne meno. L’Oriente fagocitò quasi ovunque il modello ellenico. Nella sua evoluzione ultima, Alessandro finì per isolare e rendere in fondo sterile quella polis che della grecità è stata il simbolo più alto.
Un destino per certi versi simile avrà Annibale. La sua famiglia, i Barca, aveva eletto Melqart come l’equivalente fenicio di Eracle. E i Barca segnalavano quel legame sulle proprie monete. Ritratto di profilo – ha scritto Barry Strauss in L’arte del comando (Laterza) – «Melqart-Eracle appare come un personaggio ostico, il collo taurino, barbuto, con una corona della vittoria sul capo e una clava sulla spalla». Sul verso della moneta un elefante da combattimento «accresce l’immagine di ferocia». In qual modo, si domanda Brizzi, Eracle o meglio il suo gemello diverso Melqart, coinvolge Cartagine nel nostro itinerario? Di Melqart era sacerdote Sicheo, lo sposo di Elissa/Didone, fondatrice di Cartagine e sua futura regina. Le vicende dei profughi da Tiro (altro centro fondamentale per tutta questa storia) vedono al centro proprio questa divinità. Perché profughi da Tiro? Dopo che Sicheo – come narra Virgilio nel libro IV dell’Eneide – era stato ucciso dal fratello di lei, Pigmalione, Elissa/Didone era fuggita dalla sua città portando con sé nell’esilio reliquie tratte dal santuario urbano di Melqart. Il fine era quello di trasferirne la tutela e, secondo Brizzi, «persino in qualche modo la presenza in seno alla fondazione della città che sarebbe nata dai profughi».
E qui si torna alla ferocia dell’elefante impresso sul retro della moneta cartaginese. Ferocia che ritroveremo anche in Annibale ma che non sarà tale da risparmiargli la fine di un sogno. Il fallimento di Cartagine, ha scritto Sabatino Moscati in Cartaginesi (Jaca Book), «appare essenzialmente legato alla sua incapacità di superare l’antica organizzazione per città-stato, di creare non solo un impero ma anche un diritto delle genti, di mutare insomma la natura e le prospettive di una politica che, nata dai commerci, a essi rimase congiunta e da essi condizionata». Quello di Cartagine è stato definito «imperialismo riluttante», proseguiva Moscati, «non perché mancasse di volontà di conquista ma perché questa restò finalizzata alla tutela dei traffici e degli scambi senza assurgere mai al disegno di un impero organico e senza definirne le strutture indispensabili».
Ma, contagiando Scipione, che pure lo sconfisse, Annibale ha condotto Roma al cospetto di Eracle. Ha generato attraverso Scipione il primo imperator, scrive Brizzi. E l’embrione di un’idea, quella che la vittoria possa essere prerogativa di un uomo, non di un popolo. L’uomo generato da Eracle è «destinato a cedere alla tentazione» di sentirsi in qualche modo autenticamente diverso dagli altri e financo divino («finendo forse per credere inconsciamente – secondo Brizzi – nella possibilità di raggiungere quel traguardo»). In questo senso Scipione prefigura Augusto. Così Annibale, è la raffinata conclusione di Brizzi, «forgiando idealmente colui che lo ha sconfitto pur senza raggiungerne l’eccellenza, ha prodotto l’ennesimo guasto all’interno della res publica, ha messo in moto quel processo verso il potere individuale che avvierà il tramonto della Repubblica». Una tesi convincente.