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 2026  giugno 09 Martedì calendario

Intervista a Domenico Procacci

«Facciamo un fandango», cantava Ligabue nel 1990 in «Balliamo sul mondo». Solo che il fandango, anzi la casa di produzione Fandango, quello che poi sarebbe diventato un suo grande amico, Domenico Procacci, l’aveva gia fatta – nel senso di fondata – un anno prima: era il 1989 e Fandango nasceva per produrre il film del debutto alla regia di Sergio Rubini, «La stazione». Amico Ligabue, amico Rubini, amici tanti altri. Come quelli di Gino Paoli al bar che volevano cambiare il mondo? Forse. Sicuramente Procacci e i suoi registi, attori e scrittori ballano sul mondo del cinema e dei libri da ormai quasi 40 anni. Con risultati assai soddisfacenti. Per loro ma soprattutto per il cinema, la letteratura e da poco anche il fumetto con le edizioni Cocconino. Quel viaggio in Texas di cinque amici prima del Vietnam del «Fandango» di Kevin Reynolds, il film del 1985 che probabilmente sta all’origine del nome scelto da Procacci, si è allargato a un numero ben superiore di compagni di strada. Fino a realizzare le cose migliori del nostro cinema degli ultimi decenni, da Nanni Moretti a Sorrentino e Garrone, da Antonio Albanese alle due Francesche, Archibugi e Comencini. Con incursioni nella letteratura di altrettanto valore come casa editrice.
Procacci, niente male per un ragazzo di Bari partito per Roma col sogno del cinema...
«Un ragazzo che all’epoca non era tanto socievole, anzi era perennemente a disagio. Ma questa è una cosa che non è passata anche se faccio finta che lo sia. C’era il mio amico Ennio, un po’ più grande di me, amico ancora oggi, che mi recuperava dopo che me ne andavo dalle feste perché mi veniva male a stare lì. Tra i 18 e i 20 anni non ero un caso umano ma insomma... Forse se mi fossi fatto aiutare sarei una persona migliore oggi».
Quindi il disagio è andato avanti oltre l’adolescenza?
«Certo. Mi ricordo quando alla Mostra di Venezia si annunciavano anche i produttori, come gli attori e i registi. Ecco, solo per il fatto di dover fare così (e mima uno che si alza in piedi e piega la testa da un lato e dall’altro in segno di saluto al pubblico; ndr)il cuore mi batteva a mille, avevo la tachicardia. Adesso non mi fa più effetto e forse neanche questo è bello: era meglio quando mi batteva il cuore in quel modo esagerato».
La stabilità definitiva è arrivata con sua moglie Kasia Smutniak ?
«La mia vita è cambiata molto da 15 anni a oggi. Mio figlio Leone ne ha meno di 12, quindi io ne avevo 54 quando è nato.Il primo figlio biologico quando uno dice basta figli perché ne ha già 2 o 3. Considero però mia figlia anche Sophie, avuta da Kasia con Pietro Taricone, che ha 21 anni. Sì, prima di Kasia la mia vita era disordinata. Con alcune relazioni importanti ma sostanzialmente disordinata».

Torniamo all’arrivo a Roma col sogno del cinema.Già allora voleva fare il produttore?
«No, no, non sapevo neanche bene cosa fosse quel lavoro. Banalmente pensavo alla regia e alla scrittura. E avrei tentato quelle strade se non fossi stato il legale rappresentate di una cooperativa che avevamo messo su, la Vertigo Film, che fece i due primi film di Giuseppe Piccioni e Antonello Grimaldi. Con quel ruolo ho cominciato anche a studiare progetti di altri. Come quello di Sergio Rubini, che diventerà poi “La stazione”, il primo film Fandango. Ma non mi sento un regista mancato, proprio no».
Chissà che idea di film aveva in testa quando, come ha detto, pensava «banalmente alla regia e alla scrittura».
«Era molto presto e non era un’idea precisa ma certo un genere di cinema che ho visto realizzare dai registi con cui ho collaborato. Alcuni sono contenti di dialogare e di averti sul set con loro perché cercano di avere un rapporto più complice: è il caso di Gabriele Muccino, con lui parliamo tantissimo dei suoi copioni già dal soggetto. Stessa cosa succede con Luciano Ligabue di cui ho prodotto tutti i film da “Radiofreccia” in poi. Altri invece soffrono un po’ la vicinanza eccessiva».
Immagino che Nanni Moretti sia uno di questi...
«Lui è partito ovviamente molto prima di me ma considero un privilegio che quando la sua società ha cambiato forma e ha avuto bisogno di qualcuno con cui produrre film abbia chiesto a me».
Con qualche regista avrà pure litigato in questi anni...
«Io non sono una persona portata al conflitto. Però, ecco, se dovessi dire il regista con cui ho litigato di più è Sergio Rubini. Ma è anche una delle persone a cui voglio più bene. È un amico e stiamo parlando di fare un altro film insieme. A Lecce, nell’evento Fandango Live che parte giovedì, prima tappa dell’hub culturale Fandango Factory che mira a fare della cultura un motore di sviluppo dando opportunità ai giovani, con lui ci saranno proprio Nanni Moretti, ma anche Alessandro Baricco, Valeria Solarino e Giovanni Veronesi».
Definizione di cinema?
«Noi produttori diciamo sempre che è un’industria ma io lo definirei artigianato ad altissimo costo che quindi fatalmente non può che diventare un’industria. Naturalmente anche nel lavoro del produttore c’è una parte autoriale e creativa ed è la più bella. Dico no a un approccio alla produzione che abbia poco a che fare con l’artigianalità di chi poi realizza il film o la serie o il libro ma sia solo votata a un calcolo di ciò che piace o no al pubblico. Così non c’è più differenza tra produrre un film o una sedia. Come diceva quello che considero il più grande produttore, Franco Cristaldi, non dobbiamo guardare cosa piace alla gente e cercare di rifarlo ma proporre alla gente qualcosa che la gente non sa che esista e trovare il pubblico per cui l’abbiamo fatto. Ci si prende dei rischi come ho fatto con “Diaz” sul G8 di Genova. Che dal 15 giugno tornerà tre giorni in sala. Un film a cui collaborò alla sceneggiatura anche Laura Paolucci di Fandango, la persona che ha avuto l’intuizione della serie da “L’amica geniale” di Elena Ferrante e che anche questa ha sceneggiato con il regista Saverio Costanzo e Francesco Piccolo».
Come vede i giovani, la generazione dei ventenni?
«Cominciamo col dire che noi siamo la prima generazione che sente di aver peggiorato il mondo, che non ha avuto il raziocinio necessario per non lasciar loro un mondo più difficile del nostro. Parlando di cinema posso dire che oggi è più complicato far esordire un regista».
E fuori dal cinema?
«Io analizzo l’età tra gli 11 di Leone e i 21 di Sophie: due generazioni con tanta energia, lo vedo in loro e nei ragazzi attorno a loro. Non sono “gli sdraiati” sul divano della generazione che Michele Serra descriveva ormai oltre 10 anni fa. Hanno idee, anche tante. Certo partono da un contesto non facile. I social possono tramettere energie negative. Però quando sento Leone che fa i videogiochi collegato con amici anche lontani penso che qualcosa di buono ci sia anche lì. Credo si stiano costruendo un po’ da soli – con poco aiuto da parte nostra – gli strumenti con cui troveranno la strada in un mondo oggettivamente difficile».
E il suo poco (o tanto) aiuto in che consiste?
«A quell’età tutti i ragazzi una passione ce l’hanno. Penso sia giusto cercare in quel momento della vita di far coincidere questa passione con il lavoro che farai. Se ti riesce il lavoro ti peserà meno, altrimenti la coltiverai ancora come qualcosa di importante fuori dal lavoro. In fondo a me è andata così».
Con i suoi?
«Eravamo una famiglia borghese, felice, a Santo Spirito, qualche km da Bari. Mio padre un geometra super preciso col rammarico di non essersi laureato e mia madre che se ne è andata troppo presto e non mi ha visto sbocciare in quella passione che entrambi hanno assecondato».
Altro che cinema, ormai la sua passione è il tennis, le partite con Sandro e Giovanni Veronesi...
«La mia sola regia è “Una squadra” sulla coppa Davis vinta in Cile... Tutti mi sfottono perché parlo solo di tennis. Comunque Sandro lo batto sempre. Giovanni è meno forte di me ma riesce a battermi. E non me lo spiego».