Corriere della Sera, 9 giugno 2026
Agro Pontino, la fabbrica di fantasmi
L’appuntamento, un po’ carbonaro, è in un brutto bar sulla statale 148 Pontina: sedie e hamburger di plastica, famiglie e ragazzini urlanti.
L’ indiano ventisettenne che ho davanti e che chiamerò Gill Singh cerca in effetti di sparire nella folla: si è dato alla macchia da due giorni. «Sappiamo dove stanno tua madre e le tue sorelle in Punjab», gli hanno detto i caporali all’ultima minaccia. Lui ha mollato la baracca a Pontinia dove per sette mesi è rimasto imprigionato dal «padrone» a fare il muratore, «sgobbando dalle cinque di mattina alle undici di sera, vitto e alloggio gratis ma zero paga: mi diceva che ero ancora in debito, dovevo ristrutturargli casa». E s’è nascosto in un altro piccolo centro in provincia di Latina, protetto da una rete informale.
Con quattordici ex schiavi in fuga come lui si prepara – evento inusitato – a denunciare il suo sfruttatore, un indiano che abita a Pontinia da oltre trent’anni e s’è fatto ricco sulla loro pelle, «due case a Priverno, due a San Felice Circeo e quattro macchine di lusso». «Magari, se firmano in tanti, li prenderanno sul serio», mormora Marco Omizzolo, sociologo militante e da lungo tempo anima d’ogni movimento di emancipazione dei braccianti Sikh.
Sicché questa è una storia di vittime e carnefici, sì, di caporalato e padronato, certo. Ma è anche la storia di una filiera: una fabbrica di fantasmi, potremmo chiamarla, nella quale noi italiani abbiamo il ruolo principale benché meno esposto («i veri invisibili sono i padroni», ha scritto l’altro giorno Francesco Riccardi su Avvenire ). Gill è entrato qui ad aprile 2023 sulla base del «decreto flussi», parla ancora male e il suo amico Mandeep traduce per lui.
«La mia famiglia aveva pagato 18 mila euro al mediatore indiano, parte vendendo i gioielli di mia madre e la terra e parte a debito: pacchetto completo, lavoro assicurato. Arrivo a Fiumicino e da lì mi portano a Latina Scalo, abito in una casa con altri dieci come me, pago 200 euro al mese di affitto, doccia esclusa. Il caporale mi ha mandato a lavorare dopo due giorni, ma non nella stessa azienda, quella era sparita. Raccolgo kiwi a Latina, poi a Cisterna, senza contratto. Poi, siccome ero un bravo muratore, è cominciato l’ultimo incubo. Ormai ero tutto del padrone». Gill è una goccia in un fiume limaccioso.
Il mercato della speranza
Secondo il quarto rapporto annuale di «Ero Straniero», realizzato da otto gruppi di tutela dei migranti attraverso accessi civici ai ministeri competenti, sarebbe notevole il gap tra le quote dei decreti flussi e i permessi di soggiorno. Nel 2024, 146.850 contro 24.858: solo 17 su 100 sarebbero cioè riusciti ad avere un regolare titolo di soggiorno in Italia; nel 2025, 181.450 quote da decreto contro 14.349 permessi di soggiorno, con una procedura finalizzata da appena 8 su 100.
«Il nodo è la Bossi-Fini», secondo Omizzolo: «Non è possibile immaginare che migrante e imprenditore stabiliscano un rapporto di lavoro tra loro quando il migrante è ancora a casa sua. Prima c’era lo sponsor. Così diventa invece inevitabile la figura del mediatore: e chi costruisce l’intermediazione del lavoro è il trafficante. Si crea in questo modo la distanza tra i numeri del decreto flussi e quelli dei permessi di soggiorno. Un pezzo criminale del sistema ha capito che può ottenere più dalla tratta che dalla produzione agricola. Se fai l’operazione di Gill con venti come lui ti metti in tasca 360 mila euro. All’azienda italiana, che spesso è fasulla, una semplice “cartiera”, va circa un terzo per non fare nulla tranne che carte false con commercialisti di comodo, che aggirano anche regole più stringenti». Non vedere la mano delle varie mafie nostrane in questi giochi di prestigio vuol dire bendarsi gli occhi.
Dove i controlli non arrivano
Daniela Pompei, responsabile di Sant’Egidio per le migrazioni, ricorda decine di senegalesi incontrati a maggio a Borgo Mezzanone, il maggiore ghetto europeo, nel Foggiano: «Erano appena arrivati col decreto flussi e il visto D, da stagionali: avevano pagato seimila euro ai mediatori ma non avevano più trovato la ditta qui da noi. Li abbiamo ospitati alla Caritas. Sì, mancano i controlli. E poi il sistema ha fame di manodopera. E si sfama… anche a costo di rendere illegale chi arriva».
Insomma, sarà persino suggestiva l’idea del sequestro preventivo contro le aziende che sfruttano i lavoratori, ma può non essere facilissima da applicare se, come emerge da dati di fonte sindacale, nel 2025 l’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha registrato in tutta la Calabria solo due casi di «caporalato o sfruttamento di lavoratori maschi in agricoltura ai sensi dell’articolo 603-bis del Codice penale». Certo, in una regione dove i lavoratori agricoli irregolari sono undici o dodicimila, la distinzione tra lavoro nero e sfruttamento/caporalato penalmente rilevante può essere alquanto sottile. Ma parlare di controlli mancanti può rivelarsi addirittura eufemistico.
I sotterrati e le élite
C’è tuttavia chi si ostina. Omizzolo, nel suo corso alla Sapienza sulla socio-politologia delle migrazioni, porta «i sotterrati verso le élite»: mette in cattedra i braccianti a parlare con gli studenti. Mandeep, 38 anni, l’amico traduttore di Gill, è uno di questi. Uno che s’è salvato. Arrivato nel 2017 da Nuova Delhi col decreto flussi di allora, pure lui finito in un buco nero di truffe, minacce, clandestinità forzata. Suo padre sborsa diecimila euro («prezzo di mercato», gli dicono i caporali), per il suo permesso stagionale e per la sua conversione in lavoro subordinato, ma è sempre tutto fasullo, buste paga taroccate, tutto orchestrato da padroncini italiani in combutta con un pezzo grosso della comunità sikh di Velletri («ero talmente nauseato che mi sono allontanato dalla mia religione», dice adesso Mandeep). Dopo anni di lavoro nero, la risalita, lo studio dell’italiano, un impiego da mediatore culturale. Chiedo: «Perché dopo tanto tempo continuate ad abboccare all’esca dei caporali? «Perché anche se ce la fa solo uno su cento, beh, quella è la speranza».
«E anche perché è dei caporali la narrazione prevalente che arriva in India: venite in Italia e vi farete la Maserati», sostiene Omizzolo che lavora invece alla controstoria. Gli indiani si fidano di lui che, ancora ragazzo, se n’è andato in Punjab a impararne i costumi e, tornato in Italia, s’è infiltrato nelle serre come bracciante, per lavorare con loro prim’ancora di studiarli. Oltre che un sociologo è un agitatore sociale e un confessore di comunità. Meriti per i quali Mattarella l’ha fatto cavaliere e i mafiosi vogliono fargli la pelle in una campagna pontina dove girano racconti inquietanti a due anni dalla morte di Satnam Singh, lasciato a dissanguarsi dal padrone dopo che un macchinario gli aveva troncato un braccio. «Satnam non è l’unico caso» gli ha sussurrato K. Singh, 55 anni di cui gli ultimi trenta a Priverno: «In cooperativa dove lavoro già era capitato… il vecchio proprietario, tanti anni fa, ha buttato dentro una discarica privata un lavoratore come me… un indiano che a Capodanno di notte stava ancora lavorando in campagna… morto di freddo e fatica… No, Satnam non è l’unico, tanti sono morti e i padroni italiani li hanno nascosti». Ma sono favole nere, narrate da fantasmi. Per esorcizzarle, basta girarsi dall’altra parte e tornare a dormire