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 2026  giugno 07 Domenica calendario

Intervista a Fabio Caressa

L’anno prossimo compie 60 anni, è “il” telecronista del calcio da quasi 30, e dal 1999 è sposato con la collega Benedetta Parodi (hanno due figlie di 23 e 21 anni e un figlio di 17 e insieme l’anno scorso per Netflix hanno condotto il dating show L’amore è cieco). E non è tutto. Dal 21 maggio il romano Fabio Caressa su Sky è alla guida di Money Road Ogni tentazione ha un prezzo, una sorta di reality estremo sulla scia di Pechino Express (nel 2024 vi partecipò con la figlia Eleonora) con tanto di trappole “morali” di vario tipo.
Negli ultimi tempi ha fatto di tutto: oggi come si presenta?
«Direi commentatore, conduttore tuttofare, professionista della comunicazione. Sto attraversando un’evoluzione d’identità anche perché uno come me o cambia un po’, facendo nuove esperienze, o si ferma e inizia veramente a invecchiare».
Andiamo. Ha definito il suo reality “un esperimento sociale”, cosa che sembra un po’ esagerata.
«Vabbè, un po’ lo è. Io mi diverto e affronto tutto con professionalità».
C’è qualcosa che, personalmente, l’ha sorpresa?
«Sì. A Pechino Express e a Money Road sono riuscito ad aprirmi con le emozioni sentendo molto la vicinanza delle altre persone».
Chi sono gli italiani di “Money Road”?
«Gente che, se c’è da bere e mangiare, cade facilmente in tentazione. Per il resto, sono persone che accettano di mettersi in gioco nel gruppo purché lo stesso accetti anche l’individualità di ciascuno».
Lei invece a cosa non sa dire di no?
«In generale fatico con la cucina di mia moglie».
Tutto qui?
«C’è anche il fumo. Vorrei smettere, ma non ce la faccio. Da 30 anni».
Ha iniziato a fumare a 30 anni?
«Sì. Con mia moglie, per gioco. Lei ha smesso. Io no».
Fa spesso controlli clinici?
«Sì, abbastanza. Ci tengo. E mi alleno quasi tutti i giorni».
Ossessionato?
«No. Disciplinato».
La tentazione a cui non ha ceduto e che ancora oggi rimpiange?
«Una ragazza romana di nome Maria. Avevo 14 anni e non ci provai: ero timidissimo. Paralizzato».
Problema risolto, mi sembra. Come ha fatto?
«Con il lavoro. Il mio è un mestiere che o te la fa passare o ti uccide».

Quante volte, invece, l’hanno tentata per cambiare tv?
«La verità è che in tutti questi anni ho avuto pochissimi abboccamenti e non ho mai pensato di andar via da Sky. Sono sempre stato bene, mi hanno lasciato una libertà totale di cui sono ancora oggi molto riconoscente».
Per Sky, però, la torta calcistica adesso è diventata molto più piccola: per questo sta provando altro? Le è passata la voglia?
«Per niente. Sky ha la Champions League e tre partite di calcio italiano. Per quello che è oggi il livello del nostro calcio e per quanto invece sia straordinaria la Champions, va bene così. Però dopo tanti anni voglio capire se sono in grado di fare anche altro. Detto questo, se l’Italia fosse andata ai Mondiali sarebbe stato meglio».
Qui la volevo. L’Italia per la terza volta consecutiva non si è qualificata ai Mondiali. Di chi è la colpa di questa vergogna?
«Di tutti. Proprietà, procuratori, calciatori, federazioni. Ognuno per dodici anni ha pensato egoisticamente solo al proprio orticello. E adesso siamo arrivati a un punto in cui si è capito che così perdono tutti».
Il 22 giugno si voterà per il nuovo presidente della Figc: lei è per Giovanni Malagò o Giancarlo Abete?
«Malagò. Rispetto Abete, però credo che Giovanni abbia le capacità giuste per fare gruppo, ricompattare il sistema e portarlo verso nuovi traguardi».
La prima cosa che dovrebbe fare per rimettersi in piedi?
«Sbloccare la situazione dell’impiantistica, degli stadi, non solo del calcio. Bisogna rinnovarli tutti. E poi tornare a investire davvero sui giovani».
Ai Mondiali per chi tiferà?
«Anche se la favorita resta la Francia spero tanto che vinca il Brasile di Carlo Ancelotti. Tifo per loro e per la Turchia di Vincenzo Montella e l’Uzbekistan di Fabio Cannavaro».
Il collega Federico Buffa ha contribuito a rendere molto popolare una narrazione sportiva quasi letteraria: le piacerebbe fare qualcosa di simile?
«Federico è unico e inimitabile. Però l’idea di andare in teatro mi piace tanto».
Andiamo, Caressa. Ci sta già lavorando sì o no?
«Sì. Da mesi. Con il regista Pierluigi Iorio, che ho conosciuto a Pechino Express e ha lavorato anche con Buffa, stiamo lavorando a uno spettacolo sugli anni Ottanta, Novanta e Duemila. Raccontare il Paese attraverso il calcio, ma non solo. Vorrei che fosse una cosa anche divertente, se possibile».
Titolo? Il debutto quando ci sarà?
«E andammo a Berlino, citando la frase che dissi a Bergomi al termine della semifinale vinta dall’Italia ("Andiamo a Berlino, Beppe!”, ndr). Si parte a ottobre, da Bari. Stiamo definendo tutto. Poi lo porteremo in giro».
La medaglia professionale che porta più volentieri è quella del 2006, vero?
«Sì, certo. E poi l’Europeo 2020».
Nel 1990, mentre girava il documentario ufficiale della Fifa, Maradona l’ha detto lei – durante un allenamento la prese a calci in culo per allontanarla dal campo: in generale si considera fortunato o no?
«Forse me l’ha benedetto proprio Diego (ride, ndr)... Sono stato fortunato perché spesso mi sono trovato al posto giusto nel momento giusto, ma la verità è che io non ci credo a queste cose. Contano studio e impegno».
Chi deve ringraziare per primo?
«Michele Plastino. A 19 anni mi mise davanti alle telecamere di TeleRoma 56 dopo avermi detto che aveva avuto una visione: “Tu farai cose importanti”. E poi a Sandro Piccinini, il primo che mi ha fatto fare una radiocronaca».
Le piace il modo in cui Lele Adani, Antonio Cassano, Nicola Ventola – conduttori di “Viva El Futbol” – e tutti i nuovi commentatori lavorano in tv e sui vari social?
«Senza fare nomi dico che non mi piace il linguaggio. Non c’è bisogno di insultare per esprimere un’opinione. È un segno di debolezza comunicativa. Vedo che troppo spesso si cerca di dimostrare di avere ragione invece di analizzare la realtà».
In più occasioni ha detto di essere aperto a tutte le novità in arrivo dal web: in che percentuale? Spesso, per sembrare al passo con i tempi, tanti operatori danno per buono qualsiasi cosa.
«Io credo che non siano mai gli strumenti a essere negativi, ma l’utilizzo che se ne fa. Io avevo un po’ paura dei social, poi ho imparato a capirli e adesso va bene. Non nascondo che di quello che vedo in giro mi piace al massimo il 30 o 40 per cento. Per fortuna, con qualsiasi mezzo, quello che funzionerà sempre sono competenza e certezza delle fonti».
Quando pensa di spegnere la telecamera e andare ai giardinetti con il cane?
«Prima dei settant’anni. Vorrei girare il mondo con mia moglie».
Se nel frattempo le offrissero di guidare Rai Sport, per esempio, accetterebbe?
«No. Con passione e impegno ho fatto un’esperienza come direttore di Sky Sport 24 dal 2013 al 2016 e ho capito che non è il mio mestiere. Mi stava cambiando il carattere, in peggio. Mia moglie me lo diceva sempre».
A proposito, quando ha fatto “L’amore cieco” con sua moglie e gli innamorati in cerca di marito o moglie, non si è mai imbarazzato?
«Mai. Mi sono divertito. Faremo anche un’altra stagione. E in futuro con lei vorrei fare anche un programma di viaggi».
Suo cognato è Giorgio Gori, marito di Cristina Parodi, sorella maggiore di sua moglie, ex super manager di Canale 5 e Magnolia, e poi politico del Pd due volte sindaco di Bergamo e oggi europarlamentare: le ha mai chiesto di scendere in campo, in politica?
«Io e lui ci divertiamo tantissimo ogni volta che ci vediamo a cena perché non parliamo di politica e calcio, ma di tv e comunicazione. E di famiglia, ovviamente».
Lei da giovane era socialista: la politica le piace.
«Sì, ma poi incontrai i Radicali di Marco Pannella e il mondo dei diritti civili».
Scenderebbe in politica sì o no?
«Per il momento mi bastano gli insulti che si prendono con il calcio senza doverli raddoppiare con quelli che si prendono in politica».
Però, non lo esclude.
«Adesso la vedo un po’ lontana, nella vita però non si può mai dire».
Senta, i 60 anni in arrivo la spaventano un po’?
«Sì, lo ammetto. Un po’ mi fanno effetto. C’è poco da fare: l’orizzonte si accorcia, il tramonto si avvicina».