Il Messaggero, 6 giugno 2026
Andrea Rinaldo parla di acqua
Andrea Rinaldo nel 2023 ha vinto il Nobel per l’acqua. Primo e finora unico italiano.
«In parte è una questione di genius loci: sono nato a Venezia, sono cresciuto a Venezia. Avevo 13 anni quando accadde il fenomeno dell’acqua grande, nel 1966, un’esperienza che ha toccato tutti noi. Non era alta marea, era un’intumescenza generata da una tempesta in Adriatico. Nel Dna dei veneziani si è consolidato un senso di fragilità».
Lei stava prendendo un’altra strada: il rugby.
«Sono stato l’azzurro numero 326, ho giocato in tutte le squadre nazionali e sono stato capitano dell’under 20. Ero in campo nella prima partita che una squadra italiana ha disputato contro gli All Blacks, a Padova nel 1977. Seconda o terza linea. Ero un buon atleta: saltavo un metro e venti da fermo e pesavo più di 110 chili. La sindrome della morte sportiva improvvisa è un trauma psicologico che, a 24 anni, ho vissuto in pieno. I legamenti crociati del ginocchio allora non si aggiustavano».
Senza quell’incidente, sarebbe cambiata la sua vita?
«Probabilmente sì. La scienza è stata il mio piano B. Il rugby è parte del mio percorso. Sono stato dirigente nazionale per molti anni e presidente del Petrarca Rugby, con cui avevo vinto tre scudetti. Sono stato candidato alla presidenza di World Rugby, la federazione internazionale, sollecitato dalle federazioni irlandese e italiana. Non sono stato eletto anche per i meriti del suo attuale presidente che vanta un PhD a Oxford e 20 caps (presenze, ndr) con l’Australia. Sono convinto che il rugby di eccellenza sia un viatico straordinario per fare lo scienziato».
In che senso?
«Nel rugby, a differenza che nel calcio, vince sempre il migliore. Il risultato è la logica conseguenza del lavoro che hai fatto: tenacia, dedizione, concentrazione e coraggio».
Il suo è un Nobel tra virgolette?
«La denominazione è Stockholm Water Prize. Se scorre il sito del Premio, vede che il cerimoniale e i patrocini reali sono gli stessi, come il sistema di designazione del vincitore da parte dell’Accademia delle Scienze svedesi».
Qual è stata la motivazione del riconoscimento?
«È legata agli studi sui corridoi ecologici. Mi sono occupato della relazione tra forma e funzioni delle reti fluviali, della relazione tra idrologia e salute, delle epidemie di malattie portate dall’acqua. Sono temi che ho studiato con passione nella mia vita professionale: sono davvero grato alla Ecole Polytechinque Federale di Losanna che mi ha dato le risorse decisive per poter sviluppare studi sia sperimentali in laboratorio, quanto di osservazione sul campo e lavoro teorico. Premiandomi, gli organizzatori dello Stockholm Water Prize mi hanno chiesto un messaggio che ricapitoli lo scopo del mio lavoro. Io credo che i tempi siano maturi per un ripensamento della giustizia distributiva in materia di risorse idriche, come chiave per la riduzione delle disuguaglianze globali».
A quali risultati è arrivato?
«Siamo in grado di prevedere l’evoluzione di un’epidemia portata dall’acqua, su una base molto robusta perché utilizza tutto quello che abbiamo imparato sulla forma ricorrente e universale delle reti fluviali. Se io le mostro la mappa di un fiume e nascondo la scala, lei non sa dire se è il Rio delle Amazzoni o l’Aniene dietro Roma. Le forme fluviali sono statisticamente indistinguibili l’una dall’altra: la natura le fabbrica uguali. Tecnicamente si chiama criticità auto-organizzata. Questa universalità di forma, che noi siamo in grado di misurare, diventa universalità di funzione. E ci consente di predire i movimenti delle popolazioni, le variazioni della biodiversità, la propagazione delle malattie veicolate dall’acqua, che sono a pieno titolo parte di questa ecologia».
Le malattie si sviluppano più velocemente rispetto al passato?
«Certamente. È un corollario dell’aumento della temperatura. I tassi di attività biologica sono controllati dalla temperatura dell’aria. Per effetto della concentrazione di gas serra, tutto quello che noi vediamo – compresa la velocità della propagazione delle malattie – ci sta dicendo in quali condizioni abbiamo ridotto il pianeta. Gli scienziati del clima duri e puri le spiegheranno che l’unico rimedio è la mitigazione, e in via di principio hanno ragione. Ma io credo che sia imprudente immaginare che mitigare sia fattibile in tempi ragionevoli. Jonathan Ledgarard, sull’Economist di qualche anno fa, riportava che entro dieci anni 800 milioni di africani vivranno in città che in questo momento nemmeno esistono e temo che non ci sia alcuna probabilità che queste città saranno carbon friendly. Zero. L’idea che, in queste temperie geopolitiche, sia possibile arrivare a quel tipo di accordo globale che permetterebbe una vera riduzione delle concentrazioni di gas serra mi sembra improbabile. Non ci resta che l’adattamento, l’unico modo perché Venezia porti a casa la pelle».
Come può riuscirci?
«Partiamo dalla diagnosi. A fronte di un metro in più rispetto al livello medio del mare – un’ipotesi verosimile per la fine di questo secolo e nemmeno catastrofica – il Mose dovrebbe chiudere 262 volte all’anno, praticamente sempre. Le conseguenze sono gravi. La prima è che non ci sarà più laguna, perché non sarà più un ecosistema di transizione. La seconda è che non potrà più esserci alcun significativo uso marittimo della laguna, che per secoli è stato il perno della prosperità e di tutta l’innovazione e potenza. Il terzo effetto è di impedire la manutenzione delle barriere, che non possono superare le 50 chiusure l’anno. Infine l’ambiente costruito marcirà, disgregandosi pezzo per pezzo».
Per evitare tutto questo, qual è la sua proposta?
«L’idea è mettere in piedi una consultazione internazionale aperta al mondo, su questo tema: immaginate una città viva e vitale con un metro in più di livello medio del mare. Una chiamata di questo genere dovrebbe poter attirare un grande interesse nel mondo. Venezia potrebbe diventare un modello di pratiche applicabili a casi analoghi, dove l’ambiente costruito non sia ricollocabile. Venezia città compiuta non si può spostare altrove».
Che cosa accadrebbe con le proposte arrivate?
«L’idea è di esporre – magari all’Arsenale se concepibile – tutte le proposte prima di scegliere un numero limitato di progetti che un Brain Trust individui come i più visionari A quel punto la politica potrà decidere, l’importante è che si faccia in fretta».
Qual è la condizione dei fiumi italiani?
«Una legge fisica, la legge di Clausius-Clapeyron, stabilisce la relazione tra un grado aggiuntivo di temperatura dell’atmosfera e il contenuto di vapor acqueo che quell’atmosfera trattiene con sé (dal 6 all’8% per ogni grado). Vuol dire che le bombe d’acqua sono destinate a intensificarsi, insieme a siccità erratiche e prolungate. E i fiumi sono naturalmente esposti a eventi catastrofici. Cosa possiamo fare? Ci sono tanti adattamenti su cui mettere le mani. Per esempio abbiamo sconciato in larga parte il nostro territorio, che ricomprende fiumi meravigliosi. Dico soltanto che nel 1817, quando ha scritto Viaggio in Italia, Goethe descrisse la strada più bella che avesse mai percorso nella sua vita, tra Vicenza a Padova. La sfido a darne la stessa definizione oggigiorno: è cambiata radicalmente. Sono pur conscio che, in un sistema stratificato com’è la storia italiana, sia difficile stabilire cosa siano gli abusi. Pensi al santuario della Madonna del Letimbro: nel 1500 il beato Botta vide la Madonna e decise che lì doveva nascere un luogo sacro. Cominciarono allora le ricorrenti alluvioni dette della Madonna. Ma a distanza di secoli è difficile considerarlo un abuso».
Dunque, torniamo al concetto di adattamento.
«Il clima sta cambiando rapidamente e dobbiamo farlo anche noi, anche ridiscutendo privilegi consolidati nel tempo. Mi riferisco non solo alle strutture visibili, ma alle tradizioni dei luoghi, alle sensibilità collettive, agli assetti politici. Possiamo permetterci ancora agricolture di un certo tipo con le loro irrigazioni dispendiose?».
Piene e siccità sono legate?
«Sono due facce della stessa medaglia. Come lei ricorderà, in Sicilia nel 2024, c’è stata questa siccità estiva imponente, un evento notevole. Ma nei due anni precedenti, contestualmente all’eccezionale siccità che aveva colpito l’Europa centrale e la pianura padana, si era registrata la stagione più ricca d’acqua che mai ci sia stata in Sicilia e Sardegna. Assistiamo a fenomeni erratici: oggi a me, domani a te. Ribaltando la citazione di un bravissimo artista, Georges Braque, per il quale l’arte inquieta e la scienza rassicura, dobbiamo affermare che la scienza, a differenza dell’arte, non può essere consolatoria. Il clima cambia con una velocità che non è mai esistita nella storia di questo pianeta».
Che rapporto dovremmo avere con l’acqua?
«Per prima cosa dovremmo risparmiarla, riscoprendo un civismo per così dire calvinista. E poi ripensare alcuni impieghi. Il 90% dell’acqua serve per l’agricoltura. Per l’agricoltura gli israeliani utilizzano il 90% dell’acqua reflua degli impianti di depurazione. Noi arranchiamo su questa soluzione, ma sarà una strada obbligata. E nemmeno la dissalazione di ultima generazione è un pasto gratis, come dicono in America».
Come giudica la qualità delle acque dei fiumi italiani?
«Dipende, ma in generale molto meglio di una volta. Vantiamo una cultura idraulica colta e competente e un’ingegneria idraulica d’eccellenza. Penso al Canale Emiliano Romagnolo, alle grandi bonifiche ferraresi e venete, e alla bonifica dell’agro pontino: erano interventi legati allo sviluppo economico e sociale del territorio e alla sua tutela, in un’epoca in cui si poteva trasformare radicalmente il contesto in cui viviamo».
Ha fatto molto discutere la Senna balneabile durante le Olimpiadi. I grandi fiumi italiani potranno mai esserlo?
«È stata piuttosto una vetrina propagandistica della grandeur francese. La Senna non è molto diversa dai fiumi italiani, mi sembra. In Italia le cose vanno meglio rispetto al passato recente per i progressi delle ingegnerie sanitarie e ambientali, non per un civismo drasticamente cambiato. Non è questo che mi preoccupa quanto il consumo di suolo che ha un impatto sulle acque superficiali e profonde.. Tranne che a Roma».
Perché Roma è l’eccezione?
«È l’unica grande città in cui l’acqua arriva da sorgenti vere e proprie, privilegi antichi. È un sistema meraviglioso, frutto di un’ingegneria eccezionale. Dai nasoni romani esce un’acqua con proprietà confrontabili a quelle dell’acqua minerale che si acquista al supermercato. Non bere l’acqua del Sindaco e dei nasoni a Roma è offensivo».
Quando parla di redistribuzione del bene acqua cosa intende?
«La dotazione media in Italia è di 260 litri al giorno per abitante. Nell’Africa subsahariana è la quantità che una donna – è compito suo in quel contesto – riesce a portare a casa attingendola da falde superficiali e pozzi non protetti. Più o meno 30-40 litri al giorno per abitante. Questo vuol dire che più le differenze nella disponibilità d’acqua sono grandi, più quei luoghi diventano motori di migrazione e instabilità su scala globale. Il consumo d’acqua potabile è un indicatore affidabile del benessere economico e sociale di una comunità».
Quindi, se noi riducessimo queste differenze, potremmo gestire le ondate migratorie?
«Ma certo. Tenga presente che, per le ricerche sulla diffusione delle malattie, ho lavorato a lungo nell’Africa subsahariana, in particolare nel Burkina Faso. Quando si installavano sistemi alimentati con celle solari per pompare acque sotterranee, la prima cosa che facevano i jihadisti qual era? Distruggere quelle celle. Impedire il progresso a tutti i costi come potente instrumentum regni».
Le cito un rapporto Onu di giugno: nel 2030 il fabbisogno di acqua per raffreddare i data center equivarrebbe al fabbisogno idrico di 1,3 miliardi di persone.
«Tanto è vero che in India hanno cominciato a dismetterli perché insostenibili. L’idea di Musk di mettere un milione di computer in orbita e farli raffreddare nello spazio è significativa a questo riguardo, ma non priva di controindicazioni, come lo smaltimento della spazzatura spaziale a fine vita. In ogni caso, nei data center bisognerebbe proibire per legge l’uso di acqua potabile. Una via potrebbe essere utilizzare l’acqua riciclata dai reflui degli impianti di depurazione».
Si fa ancora la guerra per l’acqua?
«L’acqua è un sistema di relazioni e di interessi primari da tenere sempre attenzionato, perché potenzialmente è causa di rivolgimenti e conflitti. Potenzialmente significa che, in un mondo ragionevole, i conflitti non sono né ovvi né inevitabili. L’acqua è da sempre al centro della storia. Bertrand Russell – credo nel 1932 – quando confutava il materialismo storico circa l’origine della rivoluzione industriale, sosteneva che tutto fosse riconducibile a una siccità che aveva colpito l’Asia Minore, provocando la migrazione dei Turchi verso Costantinopoli. La sua conclusione è che il fattore determinante della storia è l’idrografia. Ai miei studenti raccontavo sempre quello che diceva un grande poeta, Wystan Hugh Auden: “A migliaia hanno vissuto senza amore, non uno senza acqua"».