La Stampa, 8 giugno 2026
Intervista a Massimiliano Gallo
Stamattina, sul set, a Salerno, torna ad essere Vincenzo Malinconico, nella serie diretta da Cosimo Gomez. Eppure, in questa fase della vita, Massimiliano Gallo, nato a Napoli nel 1968, è in uno stato d’animo che non ha nulla a che vedere con il cognome del suo amatissimo personaggio: «Sto vivendo un momento bello, sono abbastanza libero di scegliere i progetti, senza la preoccupazione delle bollette. Questo, per un artista, è uno dei lussi più grandi». Poi ci sono i premi, come quello alla carriera, ricevuto sabato al Festival internazionale del cinema di Pompei (diretto da Enrico Vanzina, ideato da Annarita Borelli), le candidature, come quella al Nastro d’Argento per il miglior esordio alla regia con La salita, le soddisfazioni personali, e anche una bambina di due anni, Artemisia, che gli somiglia tantissimo e lui tiene in braccio, in uno degli spazi del Distretto Campano dell’Audiovisivo a Bagnoli: «L’amore vale tutto, l’amore muove il mondo, per me e così. Per i miei figli, Artemisia, e la prima, Giulia, che ha 26 anni, mi auguro un mondo migliore di quello di oggi, e soprattutto la possibilità di vivere una vita piena di sogni».
È figlio d’arte, ha debuttato in teatro a 5 anni, poi, però, la grande popolarità è arrivata con la tv. Che effetto le fa?
«La vita privata cambia, dovunque vai ti conoscono, ti chiedono selfie e autografi, io mi fermo con tutti, credo sia una forma di necessaria restituzione. Molti miei colleghi, invece, vivono queste cose con fastidio. Io mi chiedo “ma quale sarebbe il tuo potere contrattuale se non ci fosse chi ti chiede la foto?”. Lamentarsi è un contraddizione. La tv è invasiva, le persone ti considerano uno di famiglia. Dopo il Covid, una volta, a Bergamo, al Donizetti due ragazzine mi hanno aspettato all’uscita per ringraziarmi. Dissero “lei ci ha fatto compagnia durante tutta la pandemia"».
Qual è l’incontro fondamentale della sua vita?
«Quello con i miei genitori, mio padre, l’attore e cantante Nunzio Gallo, e mia madre, l’attrice Bianca Maria Varriale. Devo a loro gli insegnamenti basilari, la disciplina quasi militare, come gli artisti circensi che devono saper fare di tutto. Per i miei il lavoro era sacro, una condizione esistenziale, in cui non esistono orari, vacanze, assenze. Sono andato in scena anche il giorno in cui mio padre è mancato, come segno di rispetto verso di lui, mi aveva insegnato che è impossibile saltare uno spettacolo, anche con la febbre a 40».
Tra le nuove leve questi codici valgono ancora?
«Non mi pare, ho l’impressione che i ragazzi di oggi abbiano le idee un po’ confuse, recitano in una fiction di successo e si montano la testa, non capiscono che le carriere si costruiscono nell’arco di 30-40 anni, essere una stella per tre stagioni non significa nulla. Per me conta chi resta nel tempo».
Per esempio?
«Quando vedo Gianni Morandi penso di essere davanti a una leggenda vivente, lui sa mettere insieme chi ha 12 anni e chi ne ha 80. Siamo diventati amici. È uno che si ferma con chiunque, un mito, lavora come un artigiano che conosce bene le tecniche e si gode tutto il bello di un mestiere che, di per sé, è già un privilegio».
Che cosa la lega al protagonista di Vincenzo Malinconico, avvocato d’insuccesso?
«Ha grande empatia, si preoccupa degli altri, mi piace il fatto che faccia spesso cose “di pancia”, senza pensare ai soldi, agisce per sentimento e, in questo periodo storico, mi sembra una cosa poetica. Negli anni, conoscendolo sempre meglio, ho capito che non è un perdente, ma semplicemente uno a cui non interessa partecipare alla gara della vita, non ama la competizione, e, in un’epoca in cui dominano le apparenze, anche questo mi sembra bello».
Che cosa le da fastidio di questa mania dell’apparire?
«L’obbligo della performance, imposto dai social. Dobbiamo essere sempre tutti splendidi, poi succede di vedere un sacco di storie Instagram in cui i due che si riprendono felici al ristorante, finiscono la ripresa, chiudono il cellulare, e non si rivolgono la parola».
Per il suo debutto da regista ha scelto una storia dal valore sociale forte, parla di giovani detenuti e riscatto attraverso l’arte. Quanto conta questo aspetto nel suo modo di intendere la professione?
«Molto e trovo sia grave il fatto che oggi non abbiamo esponenti della cultura che la pensino così. Prima avevamo Eduardo, Pasolini, Dario Fo, Gaber, De Andrè, gente che ti faceva divertire, dicendoti cose importanti, prendendo posizione. Oggi siamo tutti preoccupati di abitare i salotti in cui bisogna stare attenti a non offendere nessuno, altrimenti sei messo al bando. E poi ci sono i social, che hanno creato un’altra distorsione».
Quale?
«Ognuno può scrivere qualunque cosa, a prescindere dal proprio mestiere. Gli unici che non possono farlo sono gli artisti che, invece, proprio per via della loro professione, potrebbero avere una sensibilità maggiore, stare un po’più avanti degli altri. È una follia di massa, nel mio spettacolo Lettera a Eduardo dico proprio questo, “come è possibile che qualsiasi cretino possa dire la sua, e io no?” Ecco, per me ascoltare certe dichiarazioni di De Gregori è stato un colpo…».
Che spiegazioni si è dato?
«È chiaro che è più comodo non dire, però poi mi viene in mente Robert De Niro che, alla sua età, partecipa alle manifestazioni dicendo quello che pensa di Trump, tanto di cappello. Come per Springsteen, che sta facendo una cosa pericolosissima, e fa bene, perché gli artisti devono fare proprio questo, scendere in campo. Noi abbiamo un ministro che non parla con chi fa cinema, un cinema bloccato, e nessuno dice niente neanche i produttori. Ognuno è abituato a curare il proprio orticello».