La Stampa, 8 giugno 2026
Gli italiani e l’eliminazione ai mondiali: un sondaggio
Il 37,1% degli italiani ritiene che l’esclusione della Nazionale italiana dai Mondiali sarebbe semplicemente meritata, perché la squadra, secondo molti, non si è dimostrata all’altezza della situazione. Eppure, accanto al giudizio severo, emerge anche una profonda delusione. Il 35% degli intervistati pensa soprattutto alle nuove generazioni, che rischiano di crescere senza aver mai visto l’Italia protagonista su un palcoscenico mondiale. Il dato che colpisce maggiormente riguarda però i più giovani. Infatti, nella fascia tra i 18 e i 24 anni, il 45,9% si dichiara totalmente indifferente alla sorte della Nazionale. Un numero che apre una domanda più ampia: davvero il calcio non esercita più il fascino di una volta? E quei sogni che hanno accompagnato intere generazioni – diventare calciatore, vincere un Mondiale, conquistare fama e successo – appartengono ormai a un’altra epoca? Secondo il 40,7% degli italiani, l’allontanamento dalla Nazionale riflette in realtà qualcosa di più profondo coincidente con il momento delicato e complesso che sta attraversando il Paese. Un sentimento condiviso in misura ancora maggiore proprio dai più giovani. Come se la crisi di entusiasmo per il calcio fosse anche il sintomo di una più generale crisi di fiducia verso i grandi simboli collettivi. Del resto, non sarebbe la prima volta che accade nello sport italiano. Per decenni il ciclismo è stato una vera religione popolare: le imprese di Fausto Coppi e Gino Bartali prima, quelle di Marco Pantani poi, riuscivano a fermare il Paese e a dividere famiglie e amici in tifoserie appassionate. Eppure, quasi all’improvviso, quel racconto collettivo si è affievolito. Tra scandali, cambiamenti culturali e nuove forme di intrattenimento, il ciclismo ha perso la sua centralità nell’immaginario nazionale. Non è scomparso, ma ha smesso di essere quel fenomeno capace di unire generazioni e classi sociali. Il rischio è che qualcosa di simile possa accadere anche al calcio: non una crisi di risultati, ma una lenta perdita di rilevanza emotiva e culturale...
Il rischio è che il calcio stia percorrendo la stessa strada del ciclismo: non quella del declino sportivo, ma quella dell’abitudine. Quando uno sport smette di essere un racconto collettivo e diventa soltanto uno dei tanti contenuti disponibili, continua a esistere, ma perde la capacità di far sognare un Paese intero. Con l’aumentare dell’età cresce invece l’attaccamento alla maglia azzurra e, di conseguenza, la delusione per i risultati. Chi ha vissuto le notti magiche del 1982, il rigore di Fabio Grosso nel 2006 o persino il trionfo agli Europei del 2021 fatica ad accettare che l’Italia possa trasformarsi da protagonista a comparsa del calcio internazionale. È anche una questione generazionale: chi ha conosciuto un calcio capace di scandire il tempo del Paese vive ogni sconfitta come una ferita identitaria. I più giovani, invece, sembrano guardare alla Nazionale con maggiore distacco. Ed è proprio qui che il calcio rischia di seguire la parabola già vissuta dal ciclismo: da grande racconto popolare capace di unire milioni di persone a passione sempre più di nicchia, schiacciata dalla frammentazione dell’offerta mediatica e dalla concorrenza di nuovi modelli di intrattenimento. Il vero problema, allora, non è soltanto vincere o perdere, ma riuscire a trasmettere alle nuove generazioni quel senso di appartenenza che per anni ha reso il calcio molto più di un semplice gioco. Sul fronte delle responsabilità rispetto alla assenza della nostra Nazionale di calcio ai mondiali 2026, gli italiani sembrano avere le idee piuttosto chiare. Il 33% ritiene che in Serie A ci siano troppi calciatori stranieri, mentre il 23,3% denuncia la difficoltà nel far emergere nuovi talenti italiani. Seguono le responsabilità della governance della Figc (16,1%) e quelle legate alle scelte tecniche e tattiche (9,2%).
Forse il problema, però, è ancora più ampio. Per molti tifosi il calcio ha smesso di essere un gioco per diventare soprattutto un’industria. Le partite distribuite in ogni giorno della settimana, i calendari sempre più congestionati, i tornei che si moltiplicano e i diritti televisivi che dettano legge hanno progressivamente eroso quel senso di appuntamento collettivo che per decenni ha accompagnato gli italiani. Sono lontani i tempi delle radioline accese la domenica pomeriggio, di “Tutto il calcio minuto per minuto”, delle famiglie riunite davanti alla televisione. Il calcio c’è ancora, forse più di prima, ma è diventato un prodotto da consumare individualmente, non più un rito condiviso. Quanto al futuro della Nazionale per offrire un nuovo sprint, il nome più invocato dagli italiani è quello di Antonio Conte (21,9%), seguito da Roberto Mancini (12,7%) e da Silvio Baldini (10,7%). Da milanista, confesso che quest’anno conosco bene la sensazione della delusione. Restare fuori dalla Champions fa male, così come vedere una Nazionale che fatica a ritrovare la propria identità; tuttavia, il problema non è soltanto perdere. Nel calcio, come nella vita, si può anche accettare una sconfitta. Quello che preoccupa davvero è l’indifferenza, perché una squadra può tornare a vincere, una generazione di talenti può nascere, un commissario tecnico può cambiare il destino di una Nazionale. Più difficile è recuperare la passione di chi ha smesso di emozionarsi... E forse la sfida più importante del calcio italiano oggi non è qualificarsi al prossimo Mondiale, ma convincere le nuove generazioni che valga ancora la pena aspettarlo.