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 2026  giugno 08 Lunedì calendario

Intervista a Giuseppe Zeno

ha compiuto 50 anni l’8 maggio. Più della metà della sua vita l’ha trascorsa recitando. Teatro (dalle Troiane di Euripide a inizio carriera fino A casa tutti bene di Muccino, quest’anno), qualche film (con Gianni Amelio, ma anche l’americana Catherine Hardwicke), ma è la serialità televisiva ad avergli regalato la popolarità: Mina Settembre, Storia di una famiglia perbene e soprattutto Blanca e il suo ispettore Liguori.
Ora sta lavorando?
"Ho finito la tournée dello spettacolo di Gabriele Muccino a fine marzo e da allora mi sono fermato, devo dare il cambio a mia moglie che sarà impegnata da qui ad ottobre. Ho dovuto rifiutare un paio di proposte ma l’ho fatto volentieri perché ne approfitto per stare a casa con le bimbe e mi riapproprio un po’ del mio tempo. Mentre da novembre avrò in sequenza due progetti, sarò occupato per dieci mesi”.
Quindi un’estate in versione papà a tempo pieno. Cosa farete?
"Lo scopriremo mano mano, ci divideremo tra Roma e la Sicilia compatibilmente con gli impegni che avrà Margareth (Madé ndr). Ho intenzione di trascorrere con le bambine molto tempo a Roma, perché succede che con Angelica e Beatrice, otto e cinque anni, finisci per non goderti mai bene la città. Mi sono reso conto che conoscono poco di Roma soprattutto la grande voglio che cominci ad appropriarsene un po’. Ho intenzione di portarle a vedere siti archeologici e bellezze artistiche”.
Poi c’è l’uliveto a Noto da curare.
"Sì, l’abbiamo acquistato con Margareth nel 2017, era un sogno comune. Volevamo regalarci un’esperienza diversa, ci siamo portati avanti rispetto alla pandemia. Quando tutti volevano un luogo proprio nel verde, noi lo avevamo già. Io non ne potevo più del mare, mi sono avvicinato alla campagna, abbiamo dovuto ridargli vita perché la terra – passata da un erede all’altro – era stata un po’ abbandonata. Al sud è una vera emergenza perché se i terreni non vengono curati possono diventare un pericolo, fonte di incendi. Abbiamo comprato un appezzamento di terreno con un mandorleto e un uliveto, abbiamo cominciato a fare l’olio prima per noi poi a commercializzarlo, dop e igp. Lo abbiamo chiamato Gioi come la contrada”.
Scarlett Johansson ha detto che l’equilibrio tra vita e lavoro non esiste, c’è sempre qualcosa che pende. Lei come se la cava?
"Trovare l’equilibrio è impossibile, ognuno deve fare i conti con la propria ambizione artistica e professionale. E poi cercare di essere coerente come genitore. Negli ultimi anni mi sono dovuto “assentare” molto per lavoro, anche quando ero a Roma tornavo a casa la sera tardi, con le bambine che già dormivano. Ho cercato di recuperare nel fine settimana. Margareth si è sacrificata molto in termini di impegno. Pensa cosa significa preparare un provino mentre stai dietro alle bambine, tutta la settimana… Dopo due tournée di seguito, lei aveva un provino da preparare, le ho detto: ‘se il provino va bene io mi fermo’”.
Intanto in autunno sulla Rai arriva il film tv su Giovannino Guareschi, un progetto ambizioso.
"Per un attore interpretare un personaggio realmente esistito è sempre un’occasione preziosa. Poi Guareschi ha uno spessore particolare e poterlo riproporre con la propria voce e la propria fisicità senza farne un’imitazione è stato bello. Abbiamo evitato il dialetto forzato o la mimesi eccessiva, ci siamo concentrati soprattutto sulla sua autorevolezza, ogni parola che diceva aveva un peso. Di Giovannino Guareschi c’è pochissimo materiale video, tante foto ma video no. Ho lavorato molto per il provino, mi sono chiuso cinque giorni in casa con libri e materiali per trarre più suggestioni possibili. Sono andato con un leggero accento e uno sguardo di chi ti scruta come se ti stesse leggendo dentro, Guareschi aveva una testa incredibile… mi sono rifatto alla sua materia letteraria cercando di leggere il più possibile. Lui l’aveva detto: “Sono sia Don Camillo che Peppone” mi sono rivisto tutti i film, ho riletto la favola di Natale che aveva scritto per suo figlio Alberto nel lager…”
Alberto, ha avuto modo di incontrarlo?
"Io al provino sono andato cercando di fare del mio meglio però non ci speravo tanto. Quando mi hanno detto che ero stato preso ho fatto un viaggio per incontrare Alberto Guareschi. Sono andato a Roncole dove c’è la casa museo di Guareschi curata da Alberto. E dove una volta c’era un ristorante dove lavoravano sia lui che la sorella Carlotta, poi quando hanno smesso l’attività lo spazio è diventato il museo: la motocicletta, il presepe che aveva fatto nel lager, la radio che Giovannino e gli altri avevano costruito e che smontavano e rimontavano ogni volta per via dei controlli. Alberto ha parlato ininterrottamente di suo padre per due ore e mezza e io ho capito la chiave per interpretarlo. Ha condiviso con noi tutti i documenti, le lettere alla madre dal lager… materiale prezioso. I suoi personaggi sono molto conosciuti grazie ai libri e ai film ma è arrivato il momento di conoscere di più anche lui”.
Nelle tre stagioni di Blanca come è cambiato il rapporto con Liguori?
"Il rapporto è maturato insieme al personaggio, più lo vivi più ti avvicini. Come attore mi muovo insieme al personaggio attraverso quello che gli accade. Ci sono molto affezionato innanzitutto per la cifra di scrittura, sia quella di Patrizia Rinaldi, che è autrice dei romanzi, che quella della sceneggiatura. È una serie innovativa che ha osato su una rete generalista e ha avuto un ottimo riscontro”.
Lei è superstizioso?
"Da morire. Da napoletano cresciuto in Calabria non potrei non esserlo. Sono un uomo di fede ma allo stesso tempo sono scaramantico. Soprattutto a teatro, ho una serie di abitudini, un rituale. Sono esercizi che mi servono anche come forma di riscaldamento che mi permettono di entrare in scena già pronto. Come se la storia del personaggio fosse iniziata molto prima”.
L’8 maggio ha compiuto 50 anni. Più festa o più bilancio?
"Non amo festeggiare i compleanni. Cerco di dare il giusto peso a ogni giorno ma è normale che poi il compleanno sia un giorno un po’ diverso e ti porta verso la data di scadenza della carta di identità. Nella vita non ho avuto grandi cose, non sono fanatico di macchine o orologi, ci siamo regalati un viaggio. Le bambine volevano vedere New York, insieme come famiglia non eravamo mai stati. Io ero stato nel ’99 per girare i Sopranos e poi 14 anni fa con la nazionale attori per la sfilata del Columbus day”.
Quand’è che ha capito che la passione della recitazione poteva diventare un mestiere?
"In realtà non lo capisci mai. Come diceva un mio ex agente ‘ricordati che sei sempre una partita Iva’. Bisogna imporsi il pensiero di non essere arrivato mai. Anche quando ho lavorato a teatro con Albertazzi e Patroni Griffi o ho fatto serie televisive da 8 o 9 milioni spettatori. Ogni volta che finisco un lavoro ho il buco allo stomaco perché non so cosa succede dopo. Però oggi se mi guardo indietro non rimpiango niente di quello che ho fatto, magari qualche anno fa mi rammaricavo… il grande cinema. Oggi penso che non mi sono perso niente, mi sento soddisfatto se penso a quel ragazzetto di diciotto anni che ero quando ho lasciato la Calabria”.
E con che animo l’aveva lasciata?
"Avevo tanta paura, paura di deludere le aspettative. Non c’è un ufficio o una scrivania a cui appoggiarsi quando vuoi fare l’attore. Avevo un’attività, quella di mio padre, che mi avrebbe garantito un futuro, lasciare tutto per non si sa cosa. Mi sentivo un giocatore d’azzardo, puntavo tutto su un numero secco. Vedo tanti colleghi anche alla mia età che ancora aspettano un ruolo che gli dia gratificazione e visibilità. In una situazione, quella del cinema e dell’audiovisivo italiano, disastrosa”.
Che desiderio esprime per il futuro?
"Quello che auguro per me e tutta la categoria è essere messi nelle condizioni di fare al meglio il nostro lavoro. Io non penso con ostinazione a un ruolo in particolare, con l’età maturi delle esperienze che ti permettono di non dare importanza a una serie di dinamiche. Io metto passione, dedizione e poi come diceva un regista ‘se sei pure bravo’… è una fortuna. Oggi c’è anche chi fa il casting a seconda del numero di follower che hai sui social però poi non c’è un riscontro diretto. Spero che si attenui tutto questo fumo anche perché si rischia di confondere il pubblico. Che magari viene da me a chiedermi ‘perché non fai questo reality?’. Non potrei farlo, farei una figuraccia perché non ci saprei stare dentro. Mi auguro di poter fare bene il mio mestiere d’attore e che l’intero comparto possa riprendersi attraverso una serie di azioni di sostegno e una certa serietà. È vero che la cultura va sostenuta, ma bisogna anche imparare a ottimizzare le risorse che mi auguro vengano messe in campo presto”.