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 2026  giugno 08 Lunedì calendario

Angelo Caroli parla di vintage

Angelo Caroli ha collezionato nella sua Lugo di Romagna quasi trecentomila capi di abbigliamento, tra archivio storico solo per il noleggio (150 mila), vendita (80 mila) e quelli ancora da rigenerare (50-60 mila o forse più) per un valore di circa 15-20 milioni di euro, «ma non per le banche che preferiscono altre garanzie». Francesca Zerbetto lo ha raccontato in un bel documentario, prodotto da Kamera Film: Angelo, il principe del vintage, in anteprima al Biografilm di Bologna mercoledì 10. Principe, perché non è lui che cerca i pezzi da collezione indossati dalle star, ma sono le star che vanno a cercarli da lui, da Richard Gere a Lady Gaga, da Laura Pausini a Ligabue.
Chi meglio di lei, Angelo, può definire cos’è il vintage?
«È salvare abiti di qualità del passato trascurati e dimenticati per riscoprirli trovando in loro la contemporaneità che renda orgogliosi di indossarli».
La differenza tra vintage e usato?
«Il vintage deve avere almeno vent’anni ed essere di qualità. Il second hand è più economico e di valore inferiore».
Lei quando è diventato vintage?
«Ci sono nato forse. Ero vegetariano e ambientalista fin da ragazzo, mi piaceva riutilizzare gli abiti di mio padre. La parola vintage l’ho incontrata poi per la prima volta nel 1988 in California, ma anche lì non era ancora abbastanza nota, e l’ho fatta mia e importata, ne ho capito subito il potenziale».
L’etica è arrivata dopo?
«Sono sempre stato sensibile a certi temi e contrario allo spreco, ma magari inconsapevole. Questo concetto è stato compreso solo negli ultimi 10-15 anni».
Non si abusa un po’ di questo termine?
«Sì, lo si è fatto molto soprattutto nella seconda metà degli Anni ’90».
Se lei è il principe del vintage, c’è un re?
«Una mia amica mi ha appena scritto che principe è poco, il re sono io. Mi ha fatto ridere. Mi riconoscono una certa autorevolezza perché sicuramente sono stato io ad aprire una strada. Oggi è una filosofia diffusa ridare vita, quando io ho iniziato tutti buttavano e basta. Ho cominciato in tempi non sospetti e sono stato uno dei primi in Italia e forse del mondo a creare un archivio consultabile dagli stilisti. Ora ce ne sono tanti di magazzini, ma forse così strutturati come il mio ancora nessuno. È la mia forza».
Da dove è partito?
«Conducevo una trasmissione di moda in una radio libera dove davo consigli di stile. Al mercato della Piazzola di Bologna a 17 anni prendevo, da quello che sarebbe poi diventato il mio socio per tanti anni, capi in conto vendita a mille lire e li rivendevo a mille e cento. Jeans, roba militare, hawaiana… Quando ho venduto due camicie alla prof di chimica ho capito che poteva diventare un lavoro. I primi clienti dell’archivio sono stati Massimo Osti di CP Company e Stone Island, Rossella Goldschmied, Frank Scozzese».
Nel film dice “ho migliaia di capi e penso solo a quello che mi manca”: è compulsivo?
«Assolutamente sì, sono un accumulatore che è riuscito a gestirsi e non farsi seppellire, ma a trasformare la passione in lavoro e business. Sogno di lasciare un museo che vada oltre me».
Quali sarebbero i pezzi forti?
«Non sono il collezionista che va a caccia di abiti indossati dalle star. Però Richard Gere ha comprato da me un capo in pelle anni ’50, Lady Gaga una giacca di Versace anni ’80 e anche Kanye West è venuto qualche volta in negozio. Ho vestito i Måneskin per il loro debutto a X Factor e Stefano Accorsi nel suo primo film, Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Laura Pausini è una mia affezionata cliente e l’ho vestita per un paio di copertine di dischi, videoclip e tournée. Anche Ligabue veniva spesso e gli abiti del suo film Radiofreccia sono miei».
In quale epoca vorrebbe vivere?
«Gli anni Sessanta nella Swinging London, ma anche a New York o a Parigi, raccoglierei tutto».
Che rapporto ha col presente un principe del vintage?
«Non sono un nostalgico, vedo il passato solo in chiave attuale recuperando quel che può avere un senso oggi, e mi incuriosisce il futuro, anche se sono preoccupato come ecologista: sembra che per motivi economici o politici abbiamo di nuovo dimenticato che di Terra ce n’è una sola».
Come si vestono gli italiani oggi?
«Non giudico mai, osservo. Le mode passano. Non metterei mai le cose che indossano mio figlio e i suoi amici, ma mi incuriosisce capire da cosa sono attratti».
Cosa sarà vintage tra vent’anni?
«Il vintage intanto dev’essere bello e venire dalla nostra forte tradizione manifatturiera, per noi vestirsi è un valore culturale e industriale. Siamo nell’epoca del fast fashion, si vende troppa roba che dopo due lavaggi è da buttare e non potrà mai essere recuperata. In un’epoca di maggiore sensibilità al riciclo, per assurdo si produce molta più merce irrecuperabile destinata ai rifiuti. Ma per fortuna i ragazzi hanno capito che non servono più i guardaroba zeppi delle generazioni precedenti: si comprava troppo, ora la mentalità sta cambiando. Meno cose, ma migliori».
Qual è il posto più vintage del mondo?
«Giappone e Corea. I giapponesi sono stato lungimiranti e hanno capito negli anni ’90 che dovevano comprare in Europa e Usa quel che noi buttavamo. I paesi meno moderni sono quelli che conservano più a lungo, ma serve anche una cultura dell’abbigliamento e quindi Italia e Francia sono i territori migliori».
La regista l’ha definita “fedele alle radici”.
«Lugo mi va benissimo. Sono sempre riuscito a stare qui, anche aprendo negozi dappertutto, perché la provincia dà un valore aggiunto».
Quand’è che butta qualcosa, magari di nascosto?
«Quand’è proprio agli sgoccioli, perché adoro portare anche le cose macchiate o con i segni del tempo se di buon tessuto. Butto solo le cose che non possono più essere usate nemmeno come straccio. Ma ne soffro».