corriere.it, 8 giugno 2026
Milano, dopo 18 anni via l’ultima «gabbia» sul Duomo
Arrivando da San Babila si comincia a vedere: basta alzare lo sguardo per rendersi conto che qualcosa è cambiato. Lassù in vetta il profilo del Duomo di Milano appare finalmente per intero: Madonnina, guglia maggiore e, adesso, il tiburio (la struttura ottagonale che circonda e contiene la cupola). Il ponteggio inerpicato tra i 60 e gli 80 metri d’altezza è stato quasi del tutto rimosso, un pezzo alla volta, senza clamori. Ma finalmente riecco il colpo d’occhio: mancava da 18 anni.
Il cantiere in quota
Nel 2008 la sommità della cattedrale è «sparita» dentro a uno degli interventi più imponenti della storia recente del Duomo: il restauro che ha progressivamente impacchettato la guglia maggiore e, appunto, il tiburio e la sua cupola. La parte superiore (fino a 108 metri, con la Madonnina) è stata liberata, mentre dal 2017 restava ingabbiato il resto. Per l’ultima tranche della manutenzione le maestranze hanno lavorato sia all’esterno che all’interno, grazie a un ponteggio agganciato 60 metri sopra l’altare maggiore. Adesso siamo al traguardo, come conferma l’ingegnere Francesco Canali, direttore dei cantieri per la Veneranda Fabbrica: «I lavori sono finiti». Il conto: venti milioni di euro. «E conferma l’impegno della Veneranda per tutelare questo luogo straordinario». Se fuori la novità si intuisce, dentro la cattedrale il mistero resta: per rimuovere la maxi-impalcatura volante serviranno altri sei mesi. «La rimozione stessa è un cantiere», dice Canali. Si dovrà intervenire nel vuoto, tra pesi e contrappesi, smontando un castello ingegneristico composto da «otto chilometri di tubi d’acciaio. Se fosse una linea di metallo, sarebbe lunga quanto la M4 da Linate a San Babila».
I numeri monstre
Due gli obiettivi dei lavori. Primo: il consolidamento statico di una struttura dai numeri monstre. «Tra cupola, tiburio, gugliotti e guglia maggiore il peso del complesso è 3.600 tonnellate (pari a 1.800 automobili). La cupola da sola si estende su 995 metri quadrati, il tiburio esterno arriva 1.370». Secondo obiettivo: la cura dei marmi. Sui prospetti esterni il marmo di Candoglia, già ricoperto dalla crosta nera dovuta a tempo e inquinanti, è tornato all’aspetto originario.
Sopra l’altare sono state restaurate 60 statue mai toccate prima: «Erano annerite, principalmente per il fumo delle candele, tanto da confondersi con la volta e diventare illeggibili». Rimozione a secco dello sporco, lavaggio con acqua e impacchi in carbonato d’ammonio: rieccole candide. «Tra restauratori e tecnici del consolidamento, il calcolo che cumula le giornate dei lavoratori arriva a 15 mila». La pulizia, aggiunge il direttore dei lavori, «non è un vezzo estetico, è operazione indispensabile per capire il degrado e arginarlo».
Capolavoro di ingegneria
I ponteggi, fuori, si appoggiano alla copertura: ancorché in quota, sono tradizionali. Quelli interni, come detto, proprio no. Serviva uno stratagemma per non bloccare la vita della cattedrale, che ospita funzioni religiose e 3,5 milioni di visitatori l’anno. «Una impalcatura semplice avrebbe reso l’area dell’altare inagibile». Come fare? «Con una struttura sospesa nel vuoto a forma di croce, ancorata alle impalcature esterne attraverso le finestre. Per smontarla dobbiamo ora stabilizzarla con un sistema di funi».
La rete di sicurezza protegge il passaggio sottostante: è l’unica cosa che fedeli e turisti vedono da sotto. Sconosciuta ai non addetti ai lavori, la «fabbrica» oltre il velo. Qui, per la prima volta, ne pubblichiamo le immagini. Un unicum studiato in tutta Europa: il cantiere è arrampicato tra i 40 e gli 86 metri, con una larghezza massima di 18 metri, «tanto è il vuoto che hanno sfidato gli antichi i progettisti del Duomo costruendo la cupola e il tiburio», prosegue l’ingegnere. Gli elementi sono stati ultimati alla fine del XVI secolo: chiamati a dire la loro anche Bramante, Filarete, Leonardo da Vinci. Ancora oggi non è certo quale firma porti la copertura: salire fin lassù ha permesso anche di raccogliere dati che in questo momento sono allo studio.
Gli anni Sessanta
Il tiburio era già stato restaurato negli anni Sessanta: i pilastri interni avevano iniziato a dare segno di cedimento. In quell’occasione Carlo Ferrari da Passano, direttore dei cantieri della Fabbrica, guidò anche il risanamento dall’umidità; le decorazioni geometriche della volta, troppo danneggiate, vennero sostituite da intonaco tinteggiato. Mezzo secolo dopo si è deciso di intervenire «anche se non c’erano urgenze drammatiche come allora: dedicarsi alla manutenzione programmata è indispensabile per prevenire problemi». Dunque, ecco (anche) il ponteggio sospeso: «La difficoltà principale non è stata progettarlo, quanto installarlo: gli specializzatissimi operai della Fabbrica si muovevano nel vuoto». Toglierlo adesso è complicato per lo stesso motivo. «Le procedure sono già cominciate». Canali stima «la fine della rimozione per l’autunno. L’intervento complessivo non ha subito ritardi, se non per via del Covid: segno della grande professionalità di chi lavora a questo scrigno che da oltre 600 anni ci stupisce».