corriere.it, 8 giugno 2026
Intervista a Elsa Fornero
«Questo è il luogo delle mie radici, la casa a cui sono legata. Apparteneva ai miei genitori. È la mia oasi di pace». L’incontro con Elsa Fornero avviene sotto un pergolato di vite, di fronte al grande orto della sua casa di San Carlo Canavese. All’entrata, un bellissimo roseto fiorito; nessun rumore, oltre al canto degli uccelli, dell’oca, del gallo. Il luogo ideale per il racconto di sé.
Tutto parte dall’infanzia…
«La mia infanzia è un ricordo gioioso. La mia era una famiglia molto modesta ma dignitosa. Mia mamma era casalinga, mio papà era custode al poligono di tiro della Vauda. Non avevamo molto ma non ci mancava nulla».
L’orto che oggi domina il giardino?
«È un retaggio di allora. Il nostro piccolo benessere derivava dai prodotti dell’orto e dagli animali che possedevano i genitori: galline e conigli».
Un ricordo sensoriale?
«È legato ai profumi. Mia mamma era una bravissima cuoca e ricordo ancora il profumo inconfondibile delle cosce di coniglio impanate che cucinava con il purè di patate».
Che bambina è stata?
«Mia madre sosteneva che fossi testarda e indomabile».
Quali erano i giochi di Elsa bambina?
«Ovviamente non si andava in vacanza e tutto il tempo libero lo trascorrevo con i bimbi della borgata nei cortili delle case o nel boschetto che si trovava a ridosso della strada. Allora erano spazi sicuri e il divertimento più grande era “giocare ai cowboy”. Era il tempo de “Le avventure di Rin Tin Tin…».
Quando capì che non sarebbe rimasta a San Carlo Canavese?
«Da bambina non avevo idea di quello che avrei fatto da grande ma un episodio può essere considerato rivelatore. In terza elementare vinsi un premio per avere scritto un tema: la storia di un uccellino in gabbia che, finalmente, riesce a fuggire».
Divenne una studente modello molto presto…
«Beh, capii in fretta l’importanza dello studio. Ricordo che, durante l’adolescenza, osservavo la vita quotidiana scorrere dalla finestra della stanza in cui studiavo. Il tempo del gioco era finito».
Ecco l’adolescenza…
«Con l’adolescenza arrivò il disagio. Erano gli anni in cui iniziò il mio rapporto difficile con il cibo. Allora non esisteva ancora la diagnosi di “anoressia” ma ricordo le parole del medico del paese: “Ricordati, è meglio un asino sano di un dottore malato”».
Quanto tempo durò?
«Qualche anno ma non sono mai stata a rischio. Da allora, in realtà, tutta la mia vita l’ho vissuta all’insegna della ricerca dell’equilibrio».
Negli anni della ribellione, come era il rapporto con i suoi genitori?
«I miei genitori non mi capivano molto anche se erano orgogliosi di me. Con mio padre discutevo soprattutto per motivi politici. Lui era conservatore e, qualche volta, per contrapposizione, diventavo eccessivamente rivoluzionaria anche oltre le mie stesse idee».
Quando si accorse di aver esagerato?
«Molti anni dopo. A causa di un tumore mio papà perse la vista, motivo per cui l’accompagnai al seggio elettorale come delegata ufficiale. Gli chiesi a chi volesse destinare il suo voto. Quando rispose “al partito socialista” mi stupii e provai un po’ di rimpianto per non averlo capito davvero».
Lei ha vissuto il “Sessantotto”?
«Sì, l’ho vissuto ma non in piazza. Appartenevo a un gruppo di studenti con una spiccata sensibilità sociale che all’interno della Facoltà di Economia organizzava “seminari progressisti” che proponevano momenti di riflessioni. Uno di quelli lo intitolammo: “Il dividendo della pace”».
E come ha vissuto il movimento femminista?
«Da sempre mi colpisce il trattamento di disparità nei confronti delle donne e anche allora ne soffrii molto. Ho imparato a non accettare le ingiustizie ma non sono mai stata una femminista combattente».
Il primo torto subito?
«Ricordo l’amarezza per un concorso universitario per il posto di assistente, non superato, pur avendo la consapevolezza di esser più meritevole. Sento ancora la frase famigerata che seguì quell’ingiusta bocciatura: “In fondo, sei già moglie e madre, puoi sentirti realizzata”. Per un po’ ho pensato di lasciare l’università».
Le appartiene il pudore sabaudo?
«Sì, l’ho imparato in famiglia. Mi hanno insegnato l’importanza della discrezione e il rifiuto dell’esibizionismo, una modalità dal duplice effetto: evitare di esporsi al giudizio e di creare imbarazzo altrui».
Come arrivò la chiamata al Ministero del Lavoro?
«Mario Monti mi telefonò alle 9.40. del 15 novembre 2011. Mi disse: “Confido che tu mi dica di sì, ma devi darmi la risposta entro le 11”. Risposi: “Tu sai che non posso darti una risposta fino a quando non parlerò con Mario” (Deaglio, ndr)…».
Quale fu la risposta di suo marito?
«Mi avvertì che la scelta avrebbe sconvolto la nostra vita ma che non avrei potuto rifiutare per senso di responsabilità».
Un dettaglio?
«Lucia Annunciata mi telefonò per dirmi, tra le altre cose, di pensare a cosa indossare. Non ne avevo idea. Chiesi consiglio a Loredana, giovane collaboratrice domestica, pensando che avrebbe interpretato il gusto dei giovani. Optò per una giacca bianca piuttosto che nera. I giornali commentarono quel colore chiaro come la volontà di emergere nella prima foto del gruppo ministeriale».
Se potesse tornare indietro, cambierebbe qualcosa di quel periodo?
«Sì, starei più attenta a fidarmi delle persone».
Cosa scoprì al ministero?
«Data la difficoltà di far approvare un provvedimento dalle camere, scoprii che talvolta si escogitano espedienti per “nascondere” tagli evidenziando nel contempo benefici. Io scelsi la trasparenza».
Come venne accolta dall’ambiente della politica?
«Come una signora torinese poco esperta delle sottigliezze romane e, più ancora, dell’ambiente politico. Una visione paternalistica secondo la quale avrei dovuto “essere guidata”».
A cosa fu dovuta la “vicenda esodati”?
«A tre fattori: alla mancanza di tempo che mi portò a fidarmi dei dati provvisori; all’oggettiva carenza di dati sugli accordi di esodo tra impresse e lavoratori. Aggiungerei, anche alla volontà di danneggiarmi».
Cosa pensò quando si commosse in conferenza stampa?
«Mi bloccai pronunciando la parola “sacrifici”, quelli che stavamo chiedendo agli italiani, in particolare già pensionati, in un momento di crisi. La commozione prese il sopravvento perché rividi nel volto degli italiani quello dei miei genitori, che di sacrifici ne avevano fatti tanti».
Un equivoco su di lei?
«Sono sensibile, anche se posso apparire dura».
Un rimpianto?
«Forse, avrei dovuto passare più tempo con i miei due figli, non solo preoccuparmi del loro futuro».
Se potesse riportare in vita una persona cara, chi sarebbe?
«Vorrei rivedere i miei genitori per chiedere loro: “Avete visto quanta cura dedichiamo alla vostra, ora nostra casa?».