Corriere della Sera, 8 giugno 2026
Intervista a Cesc Fàbregas
Cesc Fàbregas è stato un grande giocatore di calcio, un centrocampista geometrico e geniale. Da calciatore ha vinto tutto il possibile, campionati in Spagna e in Inghilterra con Barcellona e Chelsea e con la sua nazionale spagnola gli Europei e il Mondiale.
G li manca solamente, nella sua vita, di sollevare la Champions che ha più volte sfiorato. Viene il dubbio, ma per scherzo, che si presenti l’occasione la prossima stagione, quando il suo Como giocherà nella massima competizione per club. Ci è arrivato con un gioco frizzante, allegro, spensierato e ci è arrivato accompagnato dallo stupore di tutti gli esperti che all’inizio dell’anno non avevano degnato la sua squadra di nessun pronostico favorevole.
Com’era la sua stanza da bambino? Era già innamorato del football?
«Sì la mia coperta era del Barcellona, sul muro campeggiavano i poster dei miei idoli: Figo, Guardiola, Laudrup. Il primo pallone che ho avuto era un Mikasa, ancora lo ricordo».
Qual era la condizione della sua famiglia?
«I miei mi hanno messo al mondo quando erano molto giovani, non avevano neanche venti anni. Vivevamo in un paesino di quattordicimila abitanti, in un appartamento di due camere. Tutto qui».
Dove ha imparato il football?
«Per strada, davanti a casa, mi divertivo a giocare tirando la palla contro il muro o la saracinesca dei negozi».
Ricorda quando ha capito di avere il talento giusto?
«Se vado molto indietro con la memoria mi rivedo giocare in quelle partite monumentali, venti contro venti, sui campetti del paese. Sì, dribblavo, facevo molti gol. Non avrei mai smesso. Andavo dal portiere, mi facevo dare la palla e partivo per l’attacco. Mio padre, che aveva iniziato a lavorare, la sera, dopo l’ufficio, mi portava a giocare a calcetto con i compagni di scuola e forse lì si è capito che non ero poi male».
Il calcio ha occupato la sua infanzia?
«Totalmente. D’estate i miei mi lasciavano dai nonni. Davanti alla loro casa c’era un campetto da cinque contro cinque e io, dalla mattina alla sera, stavo lì. Mi bastava sentire dalla finestra il rumore del pallone e scendevo di corsa. Era una magnifica ossessione. Mi piacerebbe che i miei figli provassero quella gioia, quella sensazione di libertà creativa. Ma ora il tempo è occupato dall’iPad, dai social, da tutta quella merda lì che divora il tempo dei bambini».
Lei è padre e genitore, quale le sembra il pericolo della società digitale?
«L’illusione di vivere in un mondo che non è reale, non esiste. Tutta la gente che ti esalta o che ti insulta sui social, non esiste. Spesso sono dei robot, persone frustrate, rancorose, gente che abita dall’altra parte del mondo e dopo cinque minuti neanche si ricorda di essersi occupata di te. È difficile. Mia figlia di tredici anni è l’unica della sua classe che non ha telefono. Ma anche se lei si innervosisce per questo, io tengo duro. Fino a sedici o diciassette anni, l’età minima che dovrebbe essere prevista, non lo avrà. No Instagram, no Twitter, cerco di proteggere la sua adolescenza. Voglio che faccia di questo un uso consapevole, non che si faccia mangiare il tempo della sua vita da un telefono».
Come le sembrano i ragazzi che lei frequenta, anche in campo?
«Non hanno pazienza, non riescono più a concentrarsi per più di due minuti, devono cambiare sempre tema, non riescono a fare una cosa per volta. Se un giocatore sbaglia un passaggio sembra sia la fine del mondo, ma sbagliare è naturale, direi necessario. Chi debutta in prima squadra dovrebbe essere emozionato, legato al collettivo. Invece no, alcuni di loro stanno seduti con il telefonino in mano. Dov’è la gioia?»
E lei che fa, in questi casi?
«Li faccio festeggiare. Tutto. Un esordio, un compleanno, il primo gol. Devono percepire l’importanza di quello che fanno, di quello che sono. Bisogna vivere la gioia, celebrare ogni piccolo passo della vita. Non è tutto normale, tutto scontato».
Lei è andato via da casa a quindici anni, in Spagna, e a sedici era in Inghilterra. Si è mai sentito solo?
«No, mai. Io ero molto indipendente e molto determinato. Il mio sogno era diventare un calciatore di qualità. Quando avevo otto anni giocavo con quelli di dieci. Il sabato andavo da mia nonna a pranzo ma volevo che mi preparasse solo il menu di un atleta, insalata e pollo, non i suoi manicaretti. Ero già un professionista, a otto anni».
Come spiegherebbe a suo figlio che cos’è il calcio?
«Che è uno stile di vita. Un modo di essere. Il calcio è speciale, lo si può giocare sempre e ovunque. Spesso non serve neanche un pallone, basta immaginarlo».
Poesia, dunque, che si sta un po’ perdendo?
«Sì per la pressione della gente che sta intorno al calcio, perché non è consentito sbagliare, non c’è pazienza per formare, per far migliorare i giocatori, ci sono pochi educatori nel calcio. E poi i social, che cercano sempre di gettare fango su ogni cosa, su ogni persona. Non si parla più di calcio, ci si insulta. Basta sbagliare una partita e sei una nullità. Tutto rapido e violento».
Il calcio non è diventato lento? Novanta minuti per vedere, se va bene, sei tiri in porta.
«Oggi il calcio è più veloce, tutti devono controllare tutto, programmare tutto. E questo finisce con l’imprimere un carattere robotico al gioco. Non c’è spazio per il talento, la creatività. Se uno cerca di fare una giocata complicata e sbaglia, viene massacrato. Tutti difendono bene, ma pochi attaccano. Come nella finale di Champions, in cui una squadra difendeva e l’altra cercava di fare gioco. Tutto ormai è più difensivo che offensivo».
Il suo Como era divertente da veder giocare, ma in generale non è che la formazione dei giocatori, fin da piccoli, è ora più orientata sugli schemi tattici che sulla preparazione tecnica?
«Nelle giovanili del Como si insegna soprattutto la tecnica, e questo mi piace molto. Costruire, dribblare, attaccare la profondità, questo fa divertire i ragazzi. Ma poi quando vado a vedere le partite, anche dei bambini, rimango deluso perché le altre squadre pensano solo a vincere, a fare falli, gli allenatori urlano ai bambini “Corri, attacca, mettiti quattro quattro due!”. Il calcio, per i bambini, deve essere gioia. E comunicazione. Non c’è migliore tattica che parlarsi in campo, si vede meglio con gli occhi anche dei tuoi compagni».
A proposito di comunicazione, è vero che ormai i giocatori nello spogliatoio sono tutti con cuffie e telefonini? Come si fa così a fare squadra?
«Quando siamo in ritiro a pranzo io metto il mio tavolo davanti ai giocatori per vedere le dinamiche tra i ragazzi e mi piace che parlino, scherzino, si capiscano. La nostra regola è che almeno a pranzo non si usi il cellulare. Io non capisco quando i giocatori, anche miei ex compagni, durante il riscaldamento, a due minuti dall’inizio della partita, usano il telefono. Con chi devi parlare? L’arbitro sta per fischiare…».
Le dispiace non avere giocatori italiani nel suo Como, e perché non ci sono?
«Sì mi dispiace. Quando eravamo in serie B il 95% della squadra era composto da italiani e abbiamo vinto. Anche l’anno scorso ne avevamo molti. Quest’anno non abbiamo avuto la fortuna di trovare giocatori italiani funzionali al nostro modo di stare in campo. Ma mi rendo conto del problema. Io mi sento parte del calcio italiano e voglio dare una mano alla ripresa del calcio di questo Paese. A cominciare dal potenziamento del settore giovanile».
Da dove nasce il successo del Como?
«Da una società ben organizzata, dal nostro modello di gioco e dal fatto che abbiamo dato continuità. Quest’anno a gennaio non abbiamo comprato nessuno. A me non piacciono le rose che col mercato invernale vengono rifatte da capo, alimentano instabilità nel gruppo. Se cambi dieci giocatori ogni sei mesi diventa impossibile costruire una squadra. Quest’anno siamo rimasti come eravamo e siamo andati in Champions. Sarà un caso…».
È difficile il mercato interno, acquistare un italiano?
«Sì, in Italia o in Inghilterra è la stessa cosa. Alcuni giocatori buoni, ma non fuoriclasse, ormai sono valutati 40 milioni di sterline, il mercato è questo. Io cerco i giocatori funzionali al nostro modo di giocare. Mi arriva una lista e io scelgo quelli più organici alla nostra visione. Quest’anno spero di trovare anche giocatori italiani».
Cosa servirà al Como in Champions?
«Migliorare tanto la squadra. La Champions non è uno scherzo, se non sei adeguato ti stroncano anche con punteggi tennistici. Una cattiva giornata o dieci minuti sbagliati possono compromettere tutto. Non basta dire che l’anno precedente è andato bene, bisogna fare un salto di qualità».
La Champions è anche rischiosa, ci sono molti esempi.
«Dobbiamo goderci, qui a Como, la Champions. Ma sapendo che spesso squadre che hanno fatto bene un anno come Girona, Leicester, Nottingham Forest poi hanno conosciuto un’involuzione. Bisogna essere pronti per il più importante torneo per club del pianeta. Non si può sbagliare. E tenendo d’occhio il campionato. In Italia è difficile. Noi abbiamo fatto 71 punti e siamo arrivati quarti, in altre leghe saremmo stati più in alto. Una rosa adeguata è necessaria per affrontare una stagione con tante partite di qualità».
Nico Paz rimarrà?
«Non si sa, lui è molto contento di stare con noi. Vediamo cosa succede».
Le dispiace che l’Italia non sia per la terza volta ai Mondiali?
«Le sfide con Del Piero, Pirlo, Buffon erano storiche, per noi spagnoli. L’Italia è una grande nazione calcistica e la sua assenza dalla World Cup è un peccato. Tutti dobbiamo aiutare la ripresa formando gli italiani. Stiamo lavorando sul settore giovanile, questo è il mio contributo. Se poi ci saranno occasioni di mercato per calciatori italiani, li prenderemo».
Nel calcio italiano non le sembra che ci sia troppa fretta, troppa ansia da risultato? Troppi esoneri e pochi progetti?
«Quando tanti allenatori vengono esonerati dopo tre partite vuol dire che si è sbagliato a monte. Un allenatore deve avere autorità sui giocatori e la società deve aiutarlo. Se scegli un allenatore devi valutarlo dopo uno o due campionati, non puoi cacciarlo perché il pubblico fischia. Devi avere un progetto e tenere duro. Come ha fatto l’Arsenal con Arteta? Nelle prime tre stagioni erano arrivati due volte ottavi. Non per questo hanno cambiato guida tecnica. Poi, dopo sette anni, in questa stagione hanno vinto la Premier e sono arrivati in finale della Champions».
È giusto che i giocatori che perdono una partita debbano andare a capo chino davanti ai tifosi?
«Tutti vogliamo vincere, a cominciare dai giocatori. Noi siamo la terza squadra in Europa che ha giocato con più calciatori under 23. Io ho detto alla società che era un investimento sul futuro, ma che non si potevano aspettare subito tutto. Vogliamo fare una squadra giovane ma non vogliamo il tempo di farli crescere? Bisogna smetterla di pensare che se arrivi secondo in campionato hai fallito. Vince uno solo, tutti gli altri hanno fallito? Io non la penso così, il mio mondo è diverso».