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 2026  giugno 08 Lunedì calendario

Il Kosovo in stallo sceglie ancora Kurti

Tre elezioni in diciotto mesi, e il premier resta lo stesso: Albin Kurti, etnia albanese, al governo dal 2021, alla chiusura delle urne era in testa con il 43 per cento. È il 25 per cento in più della Lega democratica del Kosovo dell’ex alleata ora rivale Vjosa Osmani, al 18; l’8 per cento in meno di dicembre, quando il partito Vetëvendosje, «Autodeterminazione» di Albin Kurti aveva il 51,1%; non abbastanza, soprattutto, perché il nuovo Parlamento possa concordare l’elezione di un nuovo capo di Stato, su cui si scorna da un anno e mezzo, e senza il quale il Paese è ingovernabile.
È l’impasse politica più grave dal 2008, quando il Kosovo ha dichiarato l’indipendenza dalla Serbia. Si è votato a febbraio 2025, a dicembre, ieri; diciotto mesi senza un governo funzionante hanno già lasciato un segno sugli indicatori economici e sui rapporti con Bruxelles di un Paese che tenta di candidarsi sia a entrare nella Ue sia nella Nato. La sfiducia degli elettori si esprime nel crollo dell’affluenza: 36,5 per cento, otto punti in meno di dicembre. Ancora da scrutinare i voti della diaspora, 120 mila elettori contro i 2 milioni in patria. Ma la situazione è drammatica.
Lo stallo istituzionale a Pristina si riassume così: ad aprile 2026 il mandato della presidente della Repubblica Vjosa Osmani finisce. Kurti e i suoi, maggioranza in parlamento, a dicembre le negano i voti per un nuovo mandato, definendola improvvisamente «divisiva e con ambizioni personali». Fine di un’alleanza. Per eleggere il capo dello Stato devono essere d’accordo 80 parlamentari su 120.
Nel frattempo Kurti prende iniziative nel Nord del Paese, dove i rapporti con la Serbia sono più delicati: militarizza la zona, smantella le istituzioni serbe e aumenta la tensione, attirandosi critiche dagli Stati Uniti e dalla Ue (il processo per candidarsi a membro, da parte del Kosovo, deve passare proprio per un rapporto pacificato con Belgrado). D’altra parte, Vjosa Osmani ha usato gli ultimi mesi di mandato da presidente della Repubblica per far aderire il Kosovo al Board of Peace promosso da Trump, verso cui ha parole quasi servili. Vjosa Osmani in campagna elettorale si è battuta «contro l’idea di un Paese in mano a un uomo solo». Dal voto di ieri, però, il Kosovo esce proprio così: a meno che i partiti di opposizione si uniscano per formare loro una maggioranza, ipotesi di cui gli analisti disperano.