Corriere della Sera, 8 giugno 2026
Elezioni in Armenia, il premier europeista in testa
Nelle Politiche di ieri gli elettori armeni, con un’affluenza del 59%, hanno premiato il partito Contratto civile del premier uscente Nikol Pashinyan che, secondo un exit poll indipendente, avrebbe ottenuto il 33%, anche se ieri notte i primi dati, molto parziali, dello scrutinio gli attribuivano un risultato decisamente migliore. Ma, anche nel caso di una vistosa flessione rispetto al 54% del 2021, il calo sarebbe compensato dal generoso premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale. Il movimento Armenia forte di Samvel Karapetyan si sarebbe invece attestato tra il 20 e il 30%.
Gli armeni ieri non sceglievano solo il premier, ma anche la collocazione del loro Paese sull’asse Est-Ovest. Pashinyan, che è al potere dal 2018 in seguito alla Rivoluzione di velluto, vuole avvicinarsi all’Ue, che lo lusinga con promesse e atti concreti, tra cui un pacchetto da 50 milioni di euro per aiutarlo a sostenere le pressioni economiche da parte di Mosca, che è il primo partner commerciale dell’Armenia e le vende il gas a prezzo di saldo. Pashinyan ha poi trovato uno sponsor in Donald Trump, entusiasta di averlo ospitato, ad agosto, alla Casa Bianca per firmare con il presidente azero Ilham Aliyev una carta che ha posto fine a un conflitto che si protraeva, a intermittenza, da 37 anni. I tre principali sfidanti di Pashinyan – il miliardario Karapetyan, l’ex lottatore Gagik Tsarukyan e l’ex presidente Robert Kocharyan – erano tutti favorevoli a riannodare i tradizionali vincoli con Mosca.
Nei mesi scorsi, la popolarità di Pashinyan sembrava in calo. Molti gli rimproverano di aver «svenduto» il Nagorno Karabakh all’Azerbaigian in cambio della pace, costringendo i 100.000 armeni che lo abitavano a rifugiarsi nella madrepatria, e di voler normalizzare i rapporti con la Turchia, rea non confessa (anzi) del genocidio degli armeni del 1915. E altri ritengono che da ultimo Pashinyan abbia ceduto a tentazioni autoritarie e ci siano stati troppi arresti arbitrari. Ma anche chi rimpiange la «resa» sul Nagorno Karabakh non è animato da particolare simpatia per il Cremlino che nel 2023, violando il patto di mutuo aiuto dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, un’alleanza difensiva guidata da Mosca e di cui faceva parte anche l’Armenia, non ha mosso un dito per aiutare Erevan a contrastare l’offensiva militare con cui l’Azerbaigian si è preso la regione contesa.