Corriere della Sera, 8 giugno 2026
Merkel: «Solo chi ha potere politico può mediare con Putin»
«Ho qualcosa da dire». È il titolo della ampia intervista con cui Angela Merkel, ex cancelliera tedesca, per sedici anni figura di primo piano nello scacchiere sociopolitico mondiale, torna a parlare dopo un lungo silenzio sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung. «Prima di tutto, avevo bisogno di un periodo di riposo», spiega das Mädchen, «la ragazzina», come la chiamava paternalisticamente anche l’ex cancelliere Helmut Kohl, tra i grandi del suo partito, la Cdu, di cui fu discepola. «Poi io e Beate Baumann abbiamo scritto le mie memorie. Ci sono voluti due anni. Ma dalla pubblicazione, a novembre 2024, ho partecipato a diversi eventi».
Né un ritorno né una sparizione: «Non sono più un politico attivo. Ma non significa che io sia diventata apolitica. E naturalmente, con la mia esperienza professionale, ho qualcosa da offrire. E c’è anche richiesta in questo senso. Ma non voglio interferire nella politica attuale». Bolla come giochini le voci che la vedono papabile in ruoli come quello di presidente federale. «Ogni cosa a suo tempo, ho avuto una vita politica lunga e appagante, non ho più l’energia che certi ruoli richiedono».
Anche per farsi mediatrice, come qualcuno ha ipotizzato, con Putin per la Ue. «Per esperienza so che si può negoziare con il presidente russo solo se si possiede il potere politico, che in una democrazia è concesso per un periodo limitato. Io e François Hollande non avremmo chiesto a nessun altro di condurre i negoziati con Putin a Minsk al posto nostro. Certo, questo non significa che io tenga per me le mie conoscenze quando qualcuno chiede consiglio. Chi? Non lo dirò, ma succede».
Delegare. Un problema. Per Merkel anche lasciare agli Usa il rapporto con lo zar è un errore. «Nel 2021, Biden ha incontrato Putin a Ginevra, e io, al mio ultimo Consiglio europeo, dissi che non avremmo dovuto lasciargli esclusivamente questo compito. All’epoca, la mia proposta di trovare un format europeo di dialogo fallì. C’era chi sosteneva che non avessimo una politica unitaria verso la Russia. Dissi che avremmo dovuto restare seduti insieme finché non l’avessimo trovata».
Su Trump è netta: «È un partner difficile. Non riesce a concepire che in politica non sia solo una parte, ma entrambe, a vincere. Forse per la sua carriera di immobiliarista, lì il principio è che solo uno può possedere un terreno. Se lo ottiene un altro, allora io ho perso. E ciò si riflette anche nel suo scetticismo per le organizzazioni multilaterali, che si basano sul presupposto che tutti ne traggano beneficio. Nel secondo mandato Trump mi sembra molto meglio preparato, anche dal punto di vista intellettuale».
Per l’Europa non è una buona notizia: «Non c’è più una base comune di valori, quello che chiamavamo Occidente ne esce indebolito. E la Cina osserva interessata». Mentre i droni volano a pochi chilometri dall’Europa, gli eserciti nazionali sono indeboliti. «A nudo», addirittura, come il generale Mais definì la Bundeswehr tedesca dopo i ridimensionamenti e la sospensione della leva in era merkeliana. «Non condividevo quella valutazione, all’epoca eravamo in linea coi requisiti Nato. Quanto alla leva io ne ero una sostenitrice, fu la commissione per la Difesa a deciderlo». E sulla Nato? «Il 2% è un obiettivo che abbiamo raggiunto troppo tardi».
E al tempo del boom dell’ultradestra di AfD (anche nella «sua» Germania Est) il mea culpa è parziale, da colei che sui migranti e sulle frontiere da non chiudere disse nel 2015 «Wir schaffen das», «Ce la facciamo». «Non ce l’abbiamo fatta al 100%. I respingimenti di Merz? Non li ho mai sostenuti, ma l’AfD è cresciuta non con le mie scelte sui migranti, piuttosto durante le politiche nella crisi dell’Euro. Per combatterla i partiti trovino proprie soluzioni, non la inseguano».
E se Merz si lamenta di essere esposto come nessuno mai al giudizio social, per Merkel la stella polare è ancora Kohl: «Diceva che nessuno ci ha costretti a farlo. Servono soddisfazione interiore, una certa fermezza e un cuore grande».