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 2026  giugno 08 Lunedì calendario

Il dossier Libano (e i beni congelati). I due ostacoli a un vero accordo

Sessanta giorni di cessate il fuoco. Poi la matassa negoziale si è ulteriormente ingarbugliata attorno al destino del Libano e allo sblocco dei 24 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati.
A riaccendere la miccia è stato l’ultimo raid israeliano sulla capitale libanese, insieme ai nuovi ordini di evacuazione per Tiro, che ha provocato la reazione di Teheran. Più che una «risposta decisa e dolorosa», come aveva minacciato Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione parlamentare iraniana per gli Affari esteri e la Sicurezza nazionale, quella andata in scena finora appare come un’escalation contenuta: per il momento colpisce il nord di Israele, non Tel Aviv o Gerusalemme.
Fonti vicine al governo libanese osservano che, se l’Iran disponesse davvero di leve capaci di costringere Israele a ritirarsi dal Libano o di obbligare gli Stati Uniti a cambiare posizione, le avrebbe già usate. Il Libano è entrato nel conflitto il 2 marzo, quando Hezbollah ha lanciato razzi contro Israele in rappresaglia per un attacco israeliano che aveva ucciso la Guida suprema dell’Iran. Israele ha risposto con una campagna aerea su tutto il Paese e con un’invasione di terra nel sud, intensificatasi nelle ultime settimane. Dal 17 aprile è formalmente in vigore un cessate il fuoco, ma la tregua è stata violata a più riprese da entrambe le parti. E se per tutto il fine settimana Israele ha continuato a colpire il sud del Libano, il raid di ieri su Beirut segna il terzo attacco sulla capitale dall’entrata in vigore della tregua. Un’escalation a tutti gli effetti. Il presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri, leader del movimento Amal e figura vicina a Hezbollah, questa settimana ha respinto l’accordo mediato dagli Stati Uniti e annunciato dopo i colloqui tra il governo israeliano e quello libanese. Berri lo ha definito «una trappola», perché non prevede un parallelo ritiro israeliano dai territori occupati nel sud del Paese. A pesare sulle trattative, oltre alla richiesta del disarmo di Hezbollah, è anche l’assenza del Partito di Dio al tavolo negoziale. Il suo leader, Naim Qassem, ha dichiarato giovedì che disarmare il gruppo equivarrebbe a realizzare «gli obiettivi del nemico».
L’Iran è riuscito, almeno in parte, a impedire agli Stati Uniti di negoziare da una posizione di forza grazie al blocco dello Stretto di Hormuz. Ma questa leva, pur avendo avuto un effetto boomerang sull’economia iraniana, non si è trasformata in un vero strumento di vittoria diplomatica. Un possibile accordo tra Stati Uniti e Iran dipende infatti dal via libera dell’amministrazione Trump allo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati, aveva dichiarato venerdì alla Cnn Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Un concetto che lo stesso Rezaei aveva riassunto così: «La palla è nel campo di Trump». Il presidente Usa, però, ieri, in un’intervista a «Meet the Press» della Nbc, ha ribadito che i negoziati sul Libano non sono vincolati a quelli con Teheran e ha subordinato lo sblocco dei 24 miliardi al raggiungimento di un accordo.
Israele, tuttavia, vede le cose diversamente: per lo Stato ebraico, collegare i due dossier è fuori discussione. Per Teheran, al contrario, i due tavoli restano inseparabili. In mezzo c’è Donald Trump, finito in un vicolo cieco dal quale, per il momento, non riesce a uscire.