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 2026  giugno 07 Domenica calendario

Intervista a Volfango De Biasi

Deciso. “Già a 12 anni andavo sempre al cinema, non pensavo ad altro. Tornavo a casa all’una di notte”. Intransigente. “Gli amici mi chiamavano ‘Samurai’ perché non accettavo divagazioni alcoliche o sigarette”. Situazionista. “Per girare il mio primo film ho rotto le palle a tutti, per anni. Magari chiamavo Ettore Scola o Giuseppe Tornatore e mi presentavo; oppure rubavo la pellicola sugli altri set di Cinecittà”.
Se la gavetta ancora esiste, Volfango De Biasi ha trovato la sua sintesi negli anni trascorsi a sognare, studiare, progettare, ragionare su pellicola e set, attori e luci, maestri e necessità; convinzioni stratificate e realtà oggettiva del quotidiano.
A 54 anni è uno dei più acclamati protagonisti della commedia italiana, quella che fa ancora botteghino (“però fino ai cinquant’anni sono stato definito un giovane regista”), quando in teoria le idee iniziali vivevano altrove: “Pensavo ai noir, ai film politici, alle pellicole che, come sosteneva Cesare Zavattini, ‘entrassero nel petto del sistema come pallottole’”.
Eppure…
Invece vent’anni fa scrivo con la mano sinistra la commedia Come tu mi vuoi e la propongo a De Laurentiis, ma mentre stavamo per chiudere la trattativa, arriva Claudio Saraceni che segna la strada: ‘È il seguito perfetto di Notte prima degli esami’. La riprendo e la do a Medusa. E loro: ‘La giri tu’. E prendiamo Vaporidis e Capotondi.
Proprio i protagonisti di Notte prima degli esami.
E usciamo dopo il successo di Fausto (Brizzi); con Fausto siamo amici, lo ringrazio da allora, e poi non ho rivalità con i colleghi.
Mai.
Se vedo un bel lavoro, chiamo o scrivo a tutti.
Quando il lavoro è brutto?
Mi faccio i fatti miei, il vago; (pausa) sono poco sociale.
Su di lei riconosce i complimenti sinceri?
Parto da un presupposto: nell’ambiente cinema qualsiasi cosa hai realizzato è brutta, e lo capisco da come i miei colleghi parlano degli altri.
Torniamo all’esordio.
Esce il film, subito un grande successo: incassa circa 8 milioni di euro.
Spesso i problemi arrivano con l’opera seconda.
Come un deficiente giro Iago: lì sono stato massacrato, hanno scritto pagine obbrobriose, violentissime. Ci sono stato male.
Quando ha capito l’errore?
Già sul set: ero nervoso. E inconsciamente sapevo che quel film sarebbe stato la mia morte, che avrei fallito, perché era andata troppo bene con il primo, e quando va troppo bene hai il terrore di perdere quell’anello del potere.
È accaduto…
Da lì mi sono fermato come regista, ma ho scritto tre film, il primo da un libro di un mio compagno di scuola, Aureliano Amadei (Venti sigarette, sull’attentato del 12 novembre 2003 contro la base militare italiana a Nassirya), gli altri due sono le pellicole di Natale prodotte proprio da De Laurentiis; la fortuna è che quell’anno inseriscono nel cast Lillo e Greg, un pezzo di cuore.
Li conosceva già.
Visti sul palco del Forte Prenestino (storico centro sociale di Roma, ndr); da ragazzo uscivo con il chiodo (giubbotto di pelle), gli anfibi e la felpa Moscat. Ero un perfetto figlio di genitori cresciuti con in testa il ’68 e il ’77. Non a caso mi chiamo Volfango Igor Alessio.
Quante volte le hanno chiesto del nome?
Tutta la vita, rappresenta uno degli argomenti principali di discussione. E Volfango ha funzionato benissimo.
Gli altri argomenti utilizzati?
La mia altezza, l’amore per il cinema; con i maschi anche il calcio e in particolare la Roma, ma i temi virili finiscono qui perché non amo né le macchine né gli orologi. Sono nella dimensione dell’uomo-micio.
E al Forte Prenestino…
Eravamo tutti resistenti, credevamo nel Sol dell’avvenire.
Si sarà commosso sul finale del Sol dell’avvenire di Nanni Moretti.
(Sorride) A quel tempo, per noi, Moretti era troppo borghese; ero più da Indiani metropolitani e Democrazia proletaria.
Era più rivoluzionario o radical chic?
Radical chic lo siamo diventati dopo.
Chi voleva essere?
Un regista impegnato che vinceva Cannes con un film alla Costa-Gavras o Ken Loach.
Magari Tarkovskij.
Stalker è uno dei miei preferiti; invece giro commedie.
È soddisfatto?
Molto; (passo indietro) insomma sono ripartito dal film di Natale grazie a Luigi De Laurentiis, conosciuto a Los Angeles quando con un mio amico eravamo andati lì per il cinema.
Come è arrivato in California?
Prima ero stato a Parigi, sempre per scrivere un film, ingaggiato da una piccola casa di produzione. Ma quel film non l’hanno mai girato, così, depressissimo, sono partito per gli Stati Uniti con un amico e ci siamo rimasti, illegalmente, due anni.
Come si manteneva?
All’avventura.
Tradotto?
Andavamo a raccogliere le mele, ci fidanzavamo, scrivevamo roba a cottimo poi utilizzata per gli spot; e vivevamo con poco, magari dormivamo in due sul divano di un amico. Siamo stati aiutati e sfamati più volte, con il nostro salvatore, Luigi, che arrivava e ci portava le bistecche.
Quanto si è divertito?
Tantissimo.
Ha rischiato di perdersi?
Mai, sono sempre stato un ossessivo compulsivo e ho sempre mantenuto la barra verso il cinema; (torna ai film di Natale) a un certo punto Neri (Parenti) esce dal gruppo e io, con grande sofferenza, vengo incoronato da Aurelio.
Grande sofferenza, perché?
Aurelio è tosto, esigente e da giovane non è stato semplice raccogliere il testimone appartenuto a Vanzina e Neri, soprattutto in un momento in cui la commedia è entrata in crisi.
Tosta.
Aggiungo: sono refrattario alle volgarità.
Com’è Neri Parenti?
Un signore, un maestro, un uomo di grande cultura e ironia.
Come sono i set di Volfango De Biasi?
Dei collettivi, sono morbido.
Non urla mai?
Solo una volta a film e sempre con la produzione: serve a farsi rispettare; il set è un luogo democratico dove comando io.
Le piace comandare?
Se giri un film è necessario, e poi bisogna rientrare nei tempi industriali: per il mio primo film giravamo due minuti al giorno; oggi siamo a quattro.
Ha il cassetto pieno di copioni?
Strapieno dei miei film preferiti, sceneggiature che presento, mi pagano e che poi non vengono realizzate.
Che tipo di sceneggiature?
Magari sulla ghettizzazione degli omosessuali nella Seconda guerra mondiale o noir dedicati alla discriminazione delle donne o testi sociali sul reinserimento; (sorride) questi film vengono sviluppati, poi non si realizzano con il solito motivo: non incasserebbero.
E lei?
Rosico.
Ma…
Ho l’esigenza di girare un film all’anno, sento il bisogno di stare con il pubblico, di mettere insieme il mio gruppo di lavoro, vivere per due o tre mesi al centro di una festa meravigliosa.
Dove tutto è giustificato.
Fino a un certo punto: da ‘con calma’ e ‘per favore’ non si prescinde.
Lei ha un gruppo di attori che si ripete.
Paolo Calabresi, Elisa D’Eusanio, Massimo Ghini, Lillo e Greg, Paolo Ruffini…
Paolo Ruffini ha pagato la battutaccia a Sophia Loren durante la cerimonia dei David.
Anche ingiustamente; la penso come Remo Remotti: ‘Volemose bene brutti stronzi’.
Lo ha conosciuto?
Il mio primo lavoro è stato quello di suo assistente in teatro e mi combinava di tutto.
Cosa?
Mi bullizzava con simpatia perché ero pignolo e rompipalle, un maestrino con la penna rossa: ‘Remo, devi dire così questa battuta…’. Però mi voleva molto bene; (ci pensa) la mia vita è stata costellata da persone che mi hanno dimostrato affetto nonostante il mio caratterino.
Esempio di caratterino.
Da ragazzo ero spigoloso, credevo che c’erano due modi di affrontare i casi: il mio e quello giusto che stranamente coincidevano.
Al lei quel rompipalle ventenne oggi piacerebbe?
Non lo so. Forse sì, anzi lo spero. E almeno sono riuscito a girare 17 film.
Li rivede?
Raramente e se capita li giudico con l’occhio terzo: come se li avesse girati qualcun altro.
I suoi tre film da isola deserta.
La dolce vita, Stalker e uno di Lynch o Kubrick. Come sosteneva Silvano Agosti (regista, montatore e proprietario del cinema Azzurro Scipioni, ndr): ‘Certe pellicole sono dei buoni amici da rivedere’.
L’Azzurro Scipioni, un punto di riferimento.
E io 12enne presi l’autobus e mi presentai da lui come ‘giovane regista povero’. E Silvano, ogni sera, mi permetteva di entrare gratis e vedere Truffaut, Bergman, Buñuel.
Li capiva?
A 12 anni hai tutto il cervello che ti serve e io ero già andato in treno da mia zia in Germania per vendere il gelato.
A 12 anni?
Allora si poteva; (sorride) dal cinema tornavo a casa all’una di notte e sempre con l’autobus.
Amici che la seguivano?
Ma va! Ero amico di gente più grande, filosofi falliti, compagni da isola giapponese armati di fucile.
Sigarette, alcol, droga…
No, duro e puro. Gli amici mi chiamavano ‘Samurai’, mi temevano. Ero un comunista da pantaloncini corti che andava al cinema e scomponeva i film su un quadernetto, scena per scena: cercavo di capire dove stavano le luci.
Ossessione.
Al mio primo film da regista, a 36 anni, sapevo tutto.
36 anni, non prestissimo.
La vera sofferenza è stata l’attesa dopo i 18-19 anni, quando ho tentato e scritto di tutto, ma non ero inserito.
Il “però”.
Ho avuto numi tutelari come Ettore Scola che chiudeva un occhio e mi permetteva di stampare le mie cose a Cinecittà.
Addirittura Scola?
Una volta sono entrato da lui e gli ho detto: ‘Non ho soldi per sviluppare un film…’.
Pronto a tutto.
Ho anche rubato pellicole sul set di Amelio. Che non lo ha mai saputo. Lo scopre ora.
Bene.
Giuseppe Tornatore mi ha prestato la moviola per montarli. Scocciavo tutti.
Come ci arrivava?
C’era la guida del cinema con dentro i loro numeri di telefono: li chiamavo e mi presentavo sull’uscio. Ho scritto anche a George Lucas che mi ha spedito un cappelletto e il giacchetto della Lucas film; ho imboccato a casa di Dario Argento…
Qualcuno l’avrà mandata a quel paese.
Tutti, sia a me che al mio amico Felice.
Quindi, Scola.
La frase esatta con la quale mi sono presentato è stata: ‘Non c’ho i sordi per paga’ i miei corti, mi devi aiuta’, io so’ un compagno’. Una roba indecente.
Che grinta…
Dei situazionisti, era tutto un gioco. Andavamo in giro con una Fiat 126 scassata che ha pure fuso.
Dove viveva?
Sono andato via di casa a 18 anni, a volte mangiavamo a mensa con 1.000 lire o organizzavamo la colletta per chiudere la settimana.

Ha mai pensato di mollare?
L’estate prima di girare il mio primo film.
Il debutto sul set.
Ho chiamato Tornatore.
Perché proprio lui?
Prima delle riprese mi ha voluto per tre giorni a casa sua per darmi delle dritte su come mi dovevo comportare.
Esempio?
Sono consigli che resteranno tra di noi; comunque se penso alla sua generosità ancora mi commuovo e ancora oggi prima di iniziare un film gli mando un messaggio.
Mario Monicelli lo ha conosciuto?
Una volta, sul set, mi avvicina e indica due che stavano parlando: ‘Volfa’, secondo te quelli sono attori?’. ‘Sì, certo’. ‘No! So’ pupazzi’. E se n’è andato.
Lei chi è?
Un uomo molto grato agli dei.