il Fatto Quotidiano, 6 giugno 2026
Urso dà lo scudo erariale ai tre commissari dell’Ilva
Giusto giovedì l’Ocse ha rivelato che la sovra-capacità globale dell’industria siderurgica, soprattutto “grazie” alla Cina, è talmente aumentata tanto da aver portato l’utilizzo degli impianti ben al di sotto della sostenibilità economica. Assai sotto la media, nel settore, c’è l’ex Ilva, che produce pochissimo acciaio, ma in compenso brucia 50 milioni di euro al mese solo per restare aperta. È in questo contesto che il governo ha appena stanziato altri 100 milioni per il gruppo siderurgico che prova inutilmente a vendere da tre anni: fanno parte del “prestito ponte” da 390 milioni approvato dall’Ue a febbraio, soldi che bastano al massimo per arrivare a settembre (sempre che ad agosto il tribunale di Milano non chiuda l’area a caldo, come ha promesso di fare se non verrà adeguata l’Autorizzazione ambientale).
L’ultima novità è che, in questa tragedia industriale, l’esecutivo ritiene di dover fornire uno scudo erariale – cioè una protezione da eventuali contestazioni della Corte dei Conti – ai tre commissari che gestiscono gli impianti un tempo della famiglia Riva: Giancarlo Quaranta, Giovanni Fiori e Davide Tabarelli.
Andiamo con ordine. Nell’ultimo decreto accise, quello del 22 maggio, il governo ha inserito la seconda tranche del prestito ponte per l’Ilva: 100 milioni dopo i 149 già erogati e ormai quasi finiti. Quella disposizione, operativa grazie al decreto, è stata poi infilata come emendamento del governo in Senato in un altro decreto accise, quello del 30 aprile (evidentemente l’ultimo decreto sarà lasciato decadere, salvando quel che serve in un veicolo legislativo che è già in via di approvazione). È a questo ramo che è stato appeso il sub-emendamento con lo scudo erariale per i commissari dell’ex Ilva.
Come funziona? È semplice. La legge prescrive che la responsabilità di un amministratore pubblico davanti alla Corte dei Conti è “limitata ai fatti e alle omissioni commessi con dolo o colpa grave”: la nuova norma esclude la “colpa grave” per chi – i commissari – sarà chiamato a spendere i soldi del prestito ponte per le “indifferibili e urgenti esigenze di preservare la funzionalità degli impianti siderurgici di proprietà della società Ilva”.
Il sub-emendamento, presentato dal capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Finanze Fausto Orsomarso, è in realtà una richiesta del governo e più precisamente del ministero delle Imprese di Adolfo Urso: un decreto del 2023 garantisce infatti ai commissari dell’ex Ilva uno scudo sul fronte penale, ma non su quello erariale. Fino al 31 dicembre, in realtà, esisteva anche quello (sempre per i casi di “colpa grave”, perché sanare pure il dolo è sempre parso troppo) e riguardava tutti gli amministratori pubblici: era stato introdotto nell’estate 2020 per le riaperture post Covid e poi via via prorogato fino a fine 2025. Risultato: i gestori di una fabbrica, quella di Taranto, che resta aperta solo grazie a leggi approvate per derogare o aggirare altre leggi, erano esposti (ora e in futuro) all’azione dei magistrati contabili.
Adesso il problema è risolto, “nelle more della procedura di vendita in corso”, dice il governo concedendo all’Ilva gli ultimi 100 milioni. Urso è un ottimista, ormai dovrebbe essere chiaro, i commissari e i tecnici ministeriali evidentemente meno e partono dal presupposto che la vendita non sia così certa e che lo Stato quei soldi non li vedrà più: meglio non rischiare spiacevoli contestazioni ai tre commissari.