il Fatto Quotidiano, 6 giugno 2026
Flotilla di terra, i 10 attivisti sequestrati da Haftar tra sciopero della fame e violenze. Slitta la liberazione
Oggi i detenuti del Global Sumud Land Convoy entrano nel quinto giorno di sciopero della fame e della sete. Si tratta dei dieci che erano entrati nella città di Sirte per negoziare un passaggio dei beni umanitari diretti a Gaza e fatti prigionieri dalle forze di Haftar. Lo sciopero avviene “per protestare contro la loro detenzione illegittima, il diniego di assistenza legale, il prolungamento della custodia e i maltrattamenti subiti” denuncia nell’ultimo comunicato la Global Sumud Italia, ponendo particolare attenzione alla condizione di salute degli attivisti “in rapido peggioramento”, osservano, come dimostrano i ripetuti episodi di svenimento. I dieci, nelle rare comunicazioni con l’esterno, hanno denunciato interrogatori intensivi e quella che la Sumud ha definito una “guerra psicologica”. “Alternano giorni di isolamento a giorni in celle condivise, viene detto loro che il giorno seguente potrebbero essere liberati e poi invece negano, è una vessazione psicologica” ha raccontato al Fatto Maria Elena Delia, portavoce italiana della Flotilla. “Infatti quando la pressione psicologica è diventata esagerata i prigionieri si sono messi in sciopero della fame e della sete portando i libici a cedere qualcosa”, ha continuato Delia, secondo la quale proprio questa pratica l’altroieri “ha permesso loro di riavere i loro telefoni per una chiamata”. Lei personalmente è stata contattata dai familiari di una dei due italiani trattenuti a Bengasi, Leonarda Alberizia, detta Dina, che le hanno annunciato di averla sentita e che sta bene. Un’altra telefonata è stata ieri pubblicata via social dalla stessa organizzazione, quella dello spagnolo Matías Álvarez, “siamo in una prigione segreta in stile Cia, la mia glicemia è 40, non abbiamo potuto parlare con un avvocato, fallo sapere”, dice velocemente, e poi annuncia che la delegazione spagnola avrà un colloquio di 5 minuti con il Papa. Ma, secondo quanto comunica la Farnesina, gli attivisti potrebbero non essere liberati fino a martedì, data in cui è stata fissata una seconda udienza.
Oltre all’accusa di immigrazione illegale se ne è aggiunta una seconda, quella di assembramento illegale, per via dell’accampamento da loro organizzato alle porte di Sirte, accusa che potrebbe portare al pagamento di una multa come a una condanna da scontare in prigione. Tale accusa potrebbe esser stata formulata a seguito dei pressanti interrogatori che gli attivisti hanno ricevuto. “Volevano sapere a chi fossero legati, come fossero finiti nel convoglio”, Maria Elena Delia ha raccontato di come nella Libia orientale fosse stata attivata una campagna denigratoria che associava il movimento ai fratelli musulmani. Sia a est che a ovest, la Libia non è nuova nelle campagne d’odio, la Missione di supporto delle Nazioni Unite e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati hanno emesso ieri un comunicato, preoccupati per la “disinformazione e l’incitamento all’odio riguardo al lavoro delle Nazioni Unite in Libia”. Proprio ieri infatti le missioni internazionali sono state oggetto di manifestazioni davanti ai loro uffici con l’accusa di lavorare per far rimanere i migranti in Libia. Delia si è detta preoccupata perché questioni interne potrebbero pesare sulla detenzione degli attivisti, cosa che a maggior ragione dovrebbe smuovere la diplomazia, “ci stiamo rendendo conto che per sbloccare la situazione sarebbe necessario un intervento dai più alti livelli del governo” ha dichiarato. Haftar cerca senza dubbio il riconoscimento internazionale, ha arrestato i dieci attivisti proprio con la scusa di non aver richiesto il visto e in passato aveva espulso una delegazione europea da Benghazi perché vi si era riunita con un ministro di Tripoli. Tra loro vi era il ministro Piantedosi, dichiarato da Haftar persona non grata.
La Sumud Flotilla tiene alta l’attenzione e continua a far pressione affinché si smuovano le acque internazionali.