Specchio, 7 giugno 2026
Francesco De Carlo riflette sulla sua creatività
Francesco De Carlo l’America l’ha trovata davvero. L’ha fatto a suon di battute, facendo ridere in una lingua che non è la sua e conquistando anche il pubblico americano come stand-up comedian. Il suo successo è stato certificato dall’ospitata al Tonight Show di Jimmy Fallon, mica una cosa che capita tutti i giorni. Il 19 maggio è uscito anche il suo primo sorprendente romanzo, I malviventi (Rizzoli): una storia che vede il suo protagonista passare da un guaio all’altro, un misurato mix di divertimento e dramma che ti fa continuamente venire voglia di dire: e adesso che succederà? Intanto De Carlo è in Italia con il suo nuovo spettacolo, Limbo, per un tour nei teatri che si concluderà il 5 luglio.
Francesco, “i veri malviventi sono quelli che vivono male”, in questa battuta, secondo me, c’è molto dello spirito del suo romanzo.
«Al centro sia della vita che di questa storia ci sono due disadattati, due emarginati: Vito, che è “lo scemo del quartiere” ed è stato bullizzato fin da bimbo, e Carolina che ha problemi psichiatrici. Per loro questa è anche una storia di riscatto. A mio avviso c’è sempre la possibilità per chi vive male di cercare di reagire magari usando cuore e cervello. Vito scopre per la prima volta le emozioni e l’innamoramento e per riuscire a salvarsi deve fare una cosa che non gli era mai riuscita prima, farsi furbo».
Quella di romanziere è una dote, o una vocazione, che ha sempre avuto?
«Ho sempre sognato di fare lo scrittore o lo sceneggiatore cinematografico, raccontare storie è la mia passione fin dal liceo. Poi ho scoperto la vena comica e salire sul palco è semplicemente stato più facile perché sono cresciuto in un ambiente divertente, lo erano i miei amici e lo erano nella mia famiglia. Ora sono contento di avere avuto la possibilità di scrivere un romanzo. Dentro ci puoi mettere i tuoi ricordi, i tuoi sogni, le tue paure, le tue aspirazioni. È un processo completamente diverso dal monologo comico, non fosse altro perché il monologo comico non sopravvive allo spettacolo. Lo vedi qui e ora, finché il comico sta sul palco, poi svanisce, invece il libro è parola scritta. Resta. Sì, lo so, lo dicevano già i latini…».
I malviventi si presterebbe facilmente a una trasposizione filmica, è un aspetto al quale ha pensato scrivendolo?
«Questo è il mio modo di scrivere, solo che fare un film è un lavoro di squadra, qui la responsabilità è al 100% mia, il che significa però anche maggiore libertà. Proprio come per un monologo comico».
Nel romanzo ci sono alcune frasi che non possono non colpire i lettori. Ne cito due: «Non capiva niente, ma gli piaceva tutto», «portami lontano, però stammi vicino». Gliele invidio molto e quindi le chiedo: sono nate di getto?
«Sono figlie del mio amore per le canzoni dei cantautori. Mi piace l’idea di mettere quel tipo di parole nella bocca di personaggi semplici. Io nella periferia romana ci sono cresciuto, lì c’è tanta ingenuità e davvero mi sono trovato davanti a frasi di grande poeticità. È una cosa che mi ha sempre colpito e non vedevo l’ora di scrivere un libro proprio per mettere dei personaggi molto semplici, capaci però di parole profonde».
L’esibizione al Tonight Show di Jimmy Fallon ha dato o darà un’accelerazione alla sua carriera?
«Non scherzo quando dico che prima del Fallon ho capito il senso della vita (ride, ndr): ho sempre pensato una cosa, diventa bravo e poi arriveranno le occasioni, io già sto pensando a cosa scrivere nel prossimo spettacolo. E se non vivi, non hai niente da scrivere. Quindi è vero che può essere un’accelerazione, però non devi perdere di vista la necessaria riconnessione con affetti, famiglia. E poi fare esperienze, errori, uscire dalla comfort zone perché altrimenti non hai più materiale».
Prima Londra, poi New York. Com’è l’Italia vista da lontano?
«Mi manca tantissimo. Ho conosciuto migliaia di italiani all’estero e noi dovremmo dedicare a queste persone un po’ più di attenzione perché magari hanno un accento per il quale vengono presi in giro, mangiano male, il tempo è pessimo… L’Italia è bellissima e ogni tanto ci dimentichiamo di quanto sia bello viverci. Quando sono lontano la vedo così, poi però atterro in Italia e alla prima telefonata di lavoro che io faccio, voglio risalire sull’aereo e tornarmene a New York. Lavorare qui è estremamente più complicato, ma questo ci fa avere una marcia in più all’estero. Se c’è un imprevisto, noi troviamo una soluzione».
Dalla Gran Bretagna della Brexit all’America trumpiana, sebbene NY, sia una notevole eccezione. La prossima tappa sarà la Russia di Putin?
«No (ride, ndr), sono molto contento di ciò che ho realizzato, rimbalzare tra Roma e New York mi va benissimo. Ora stiamo lavorando a un tour europeo, ma poi tornerò là. Il mio sogno americano durerà ancora a lungo, però se mi chiedi dove mi vedo mettere le radici, allora ti dico nella mia Roma».
Trovo meraviglioso che lei abbia iniziato a esibirsi a Londra senza sapere l’inglese.
«Nel 2009 decido di fare il comico, cominciavo a fare stand-up, nel 2010 ero a Londra e non parlavo inglese. Non so perché ma ho deciso di buttarmi, ho imparato a memoria 5 minuti con l’auto di un’insegnante che in quattro o cinque incontri mi ha aiutato con la pronuncia. Sono salito sul palco di quel locale e ho fatto tanto ridere. Mi sono detto: “No, vabbè, ho trovato l’America”. In quel momento ho capito che poteva essere la mia strada».
La comicità sta cambiando anche in Italia?
«Sicuramente ci sono nuovi comici, più giovani e capaci di intercettare un pubblico diverso. C’è un nuovo linguaggio, più inclusivo e iniziamo a somigliare un po’ agli altri paesi. Ma la comicità mainstream resta molto conservativa, siamo fermi ai cliché degli Anni 80 e 90. Rassicurano il pubblico. Negli spettacoli dal vivo invece sta succedendo altro, il pubblico viene numeroso e sul palco noi ci sentiamo più liberi. In tv e al cinema no, ma se i numeri ti danno ragione, è difficile cambiare».
Ha dei maestri?
«Se mi facessi un tatuaggio, sarebbe Alberto Sordi. I suoi film continuo a mangiarmeli, sono ancora perfetti. Poi è arrivato Carlo Verdone. Ho rivisto l’altro giorno Un sacco bello, la camera è praticamente fissa, la ripresa filmica è al servizio del contenuto. La comicità è al centro. Che è la stessa cosa che succede da Fallon».
Mi pare un ottimo periodo per la stand-up comedy italiana, un po’ di merito se lo prende anche lei?
«La mia generazione ha avuto il merito di aprire le porte, i comici più giovani ce lo riconoscono. Abbiamo dimostrato che è possibile fare stand-up anche in Italia, sebbene qui ci sia stato prima l’avanspettacolo e poi è arrivato il varietà. Il monologo c’era, ma c’erano le ballerine, il mago, la scenetta… Anche il cabaret è un’altra cosa. In Italia non abbiamo l’abitudine di andare in un locale a sentire sei comici che si alternano sul palco, con nome e cognome, senza parrucca. Un giorno siamo arrivati noi e abbiamo iniziato a farlo nei ristoranti, poi sono arrivati i teatri. In mezzo dovrebbero esserci i comedy club, nelle grandi città stiamo iniziando a vederli. Una cosa che mi rende particolarmente orgoglioso della partecipazione al Tonight Show è avere dimostrato che si può fare il comico anche in un’altra lingua e arrivare addirittura in tv».
Si vede tutta la vita su un palco?
«No. Mi piace starci, amo girare il mondo con i miei spettacoli, ma se scrivi un libro, quello rimane. Non so cantare, non so disegnare, ma so raccontare delle storie e quello voglio continuare a fare. Anche come sceneggiatore».