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 2026  giugno 07 Domenica calendario

Intervista a Fabrizio Gifuni

«Ci siamo abituati a dimenticare, ci viene suggerito con una certa insistenza che la memoria storica è inutile, faticosa, divisiva, meglio non pensare, magari vivere in una specie di eterno presente in cui si può dire e fare tutto e il contrario di tutto, senza rendere conto a nessuno. Il cinema e il teatro svolgono, in questo senso, una funzione emotiva e intellettuale di un certo peso». Innamorato del suo mestiere, attento alle parole, preciso nei ragionamenti, mimetico ma sempre riconoscibile, Fabrizio Gifuni, 60 anni a metà luglio, è in quella fase della vita in cui i bilanci acquistano respiro ampio e il futuro è ancora tutto da costruire: «Il mio modo di lavorare richiede tempo, vorrei sempre che un film iniziasse sei mesi dopo la data delle riprese, la preparazione è importante, e lenta, perché richiede l’interiorizzazione di tutti i materiali che poi devono trasformarsi in corpo, carne, sangue, emozioni». Con Marco Bellocchio, che lo ha diretto in Portobello, Serie dell’anno appena premiata a Napoli, con il Nastro d’Argento, dal Sngci, Gifuni condivide questa e altre visioni dell’esistenza. Un sodalizio forte, nato anni fa, col dubbio di uno scherzo sullo sfondo.
Quale scherzo?
«Ho incontrato Marco appena uscito dall’Accademia, in un modo molto divertente. I cellulari non erano ancora così usati, mi arrivò una telefonata a casa, era lui, o almeno diceva di essere lui, ma io ero abbastanza sicuro che dall’altra parte della cornetta ci fosse Pierfrancesco Favino, grande imitatore. Diceva che aveva visto una mia foto sull’Annuario degli Attori. Mi sembrava impossibile, finché mi disse che mi avrebbe chiamato la casting per fissare un appuntamento. E infatti, dopo un po’, fui convocato».
Che cosa vi lega adesso?
«Per molti anni, fino a Fai bei sogni, non siamo riusciti a lavorare insieme. Se avessi incontrato Marco 20 o 30 anni fa, probabilmente non sarebbe stato lo stesso, né per lui, né per me. Penso che abbia sviluppato, negli ultimi anni, una curiosità sincera per gli attori, e gli piaccia avere intorno a se una specie di compagnia teatrale, come quelle della tradizione inglese. È affascinato dal mistero dell’attore, il che si riflette sulle riprese».
Che significa per lei recitare?
«Avere la meravigliosa possibilità di frequentare le vite degli altri attraverso la più bella delle attività umane che è il gioco. Una pratica che frequentiamo istintivamente da bambini e poi, purtroppo, abbandoniamo da adulti. Recitare significa provare ad avvicinarsi al mistero dell’essere umano, ogni volta che lavoro su un personaggio guadagno un pezzettino in più di riflessione su me stesso».
Lei recita trasformandosi. È difficile finita la giornata di lavoro, tornare ad essere Fabrizio Gifuni?
«Sì, può succedere di portarsi a casa un po’ di tutti i personaggi, per esempio con Moro è accaduto. Le mie figlie mi dicevano “basta, ma perché parli e ti muovi così?”. Non me ne rendevo conto, ma era vero, mi capita di portare con me il bagaglio delle vite altrui, ma non mi pesa affatto. Il mio mestiere arricchisce, dopo ogni ruolo mi sento una persona diversa da prima».
È sposato con l’attrice Sonia Bergamasco. È facile o difficile far durare una coppia quando si fa lo stesso mestiere?
«Con Sonia ne abbiamo parlato tanto, ma per noi questa coincidenza ha reso le cose più semplici. Complicata, invece, è l’organizzazione concreta della vita quotidiana, gli incastri, gli arrivi, le partenze. In generale, però, almeno per noi, il fatto che l’altro capisca senza aver bisogno che si spieghi nulla, rende tutto più semplice. Non abbiamo mai avuto problemi di ego, io e Sonia abbiamo sempre avuto una grammatica comune, è anche una questione di caratteri».

Cosa ci dice, oggi, la storia di Enzo Tortora?
«Ci impone un cambio di sguardo. Quella linea di confine che divide gli Anni 70 dagli 80 non è ancora abbastanza esplorata. Portobello è proprio su quella faglia e quella vicenda serve a capire meglio il nostro presente. Se le tracce si cancellano, può sembrare che quello che accade oggi sia un incubo distopico, in cui siamo precipitati all’improvviso. Se, invece, si riannodano pazientemente i fili di quella tela, si capisce che la storia fa il suo corso. E poi c’è il tema universale, l’incubo kafkiano, la materializzazione della paura di qualunque essere umano, che qualcuno di notte bussi alla tua porta e ti dica “venga con noi”, senza spiegare perché».
Riguardando oggi la vicenda, cosa salta di più agli occhi?
«È stata una pagina nera. Della giustizia ma anche della stampa italiana. A 360°, da destra a sinistra, sono state scritte cose terribili. È una riflessione importante, che va fatta: se la stampa avesse svolto il proprio compito in maniera più seria, forse le cose si sarebbero svolte diversamente. Su quell’errore giudiziario si è innestata una valanga mediatica che sembrava dire “finalmente l’avete preso, ora paga anche lui”, confondendo il piano personale con quello giudiziario. Bisognerebbe riflettere non solo sulla responsabilità sovrumana che ha un giudice, ma anche su quella delle parole e del giornalismo».
Di cosa è più soddisfatto in questo momento della vita?
«Di non aver perso la curiosità, il che vuol dire non aver perso la voglia di vivere: credo che uno dei segreti dell’eterna giovinezza sia non dare tutto per scontato, non pensare mai che la persona con cui stai parlando non possa darti più niente di nuovo, sia nei sentimenti che nel lavoro. Marco Bellocchio ascolta tutti, pensa sempre che qualcuno possa dirgli qualcosa che lui ancora non sa».
Che cosa si augura oggi?
«Gran parte delle mie giornate sono abitate dalla preoccupazione per quello che accade nelle zone devastate, martoriate del mondo. Sento forte il pericolo che gli anticorpi possano cedere e prevalga la legge del più forte, decidendo sulle sorti dell’umanità. Questo mi spaventa moltissimo. Continuo anche a non darmi pace per il nostro mare Mediterraneo, trasformato da anni in un cimitero, e per il fatto che ci si possa abituare alle persone respinte e fatte morire in acqua. Cerco di evitare l’indifferenza, se non si prende posizione, significa che una parte di se stessi sta morendo. E io a questo non voglio abituarmi».