La Stampa, 6 giugno 2026
Beatrice Iannozzi racconta la storia del suo Jackie O’
Jackie O’, non solo un night, ma un capitolo della storia del costume del paese. Perché se Roma è la città dove è nato e ancora vive le notti, il simbolo di quello che è stato e che ancora è va oltre i confini fisici, come un filo rosso capace di tracciare un racconto di epoche diverse e svelarne i retroscena, vizi e virtù. Il 1973 è l’anno di nascita, un tempo in cui il ’68 è ancora un monito, e si respira un’aria immobile, di crisi, prima del grande buio degli anni di piombo. In questa parentesi Gilberto Iannozzi, visionario imprenditore della notte e la giovanissima moglie Beatrice decidono di far tornare la Dolce Vita, proprio a due passi da via Veneto, in via Boncompagni, creando, sulle ceneri di un piccolo teatro il Jackie O’ che ancora scandisce le notti romane. 53 anni e non sentirli, come anche la padrona di casa, Beatrice Iannozzi: «Ma lo sa che La Stampa è il mio giornale preferito? Io sono stata i primi 18 anni della mia vita a Torino dove mio padre lavorava, poi Roma e Gilberto mi hanno stregata e sono rimasta qui».
Diventando la regina delle notti romane.
«Mi piace quando lo dicono, non sono una falsa modesta».
In piena austerity decideste di lanciarvi nel business della notte. Perché?
«Mio marito Gilberto era del campo, già aveva dei locali ma era un uomo che buttava sempre il cuore oltre l’ostacolo e riuscì a comprare per 60 milioni il teatro San Carlino a via Boncompagni. E abbiamo avuto ragione perché il Jackie O’ ebbe immediatamente un grande successo nonostante il periodo difficile. Pigmalione del locale fu Gil Cagnè, il visagista ma soprattutto grande uomo di pubbliche relazioni. Gil truccava tutte le star che passavano da Roma e la sera le faceva venire da noi»
Il nome Jackie O’ chi lo scelse?
«Sempre Gil a consigliarlo. Non esisteva donna con più fascino e glamour. La vedova Kennedy, la signora Onassis».
Da cui la “O”?
«Certo».
Ma Jackie è mai venuta?
«Dicono di sì ma io non ne sono certa. Furono i camerieri che fecero girare la voce».
In compenso tutte le star sono passate da voi
«Ricordo Liza Minnelli che cantava New York New York al pianoforte e a fine serata mi trascinava in giro per Roma. Ci portava un dipendente con una macchina sgangheratissima e lei si immergeva in una normalità che le era negata. Una notte a Fontana di Trevi due ragazzi la fissavano, certi che fosse la grande diva, ma io dissi loro che era una sosia».
Notti magiche
«Al Jackie O’ ha cantato anche Ringo Starr dei Beatles, venne con sua moglie che era la ex di un mio amico e si mise al pianoforte. Ma le storie in questi 53 anni sono tante e si affollano nei ricordi. Qui si sono innamorati Laura Antonelli e Jean Paul Belmondo, lei era una mia carissima amica».
Oggi chi è una sua carissima amica?
«Alba Parietti, anche lei è una habitué e si mette a cantare al pianoforte prendendosi la scena».
Showbiz ma anche politici da voi, almeno nella Prima Repubblica. I più affezionati?
«Gianni De Michelis, Renato Altissimo, Enrico Ferri. Gianni ballava tutta la sera, adorava scatenarsi e scrisse anche un libro sulle discoteche Dove andiamo a ballare stasera?»
Tanto che Enzo Biagi lo definì “avanzo di balera”. Oggi i politici si divertono meno?
«Per niente, rarissimo vederli in pista a ballare. Più facile al ristorante, ma vanno in posti meno in vista».
È vero che avete messo alla porta Denzel Washington, già divo, perché in bermuda?
«Sullo stile non si fanno sconti a nessuno, e Denzel andò in albergo, all’Excelsior, dietro l’angolo, si cambio e tornò lindo e pinto».
Attori italiani degli anni d’oro?
«Paolo Villaggio stava seduto e osservava tutto, Vittorio Gassmann, Stefania Sandrelli. Helmut Berger aveva un tavolo fisso. Fece una mitica festa, il party del cattivo gusto. Lui era stravagante».
La festa più elegante invece?
«Quella di Valentino, c’erano tutte le attrici vestite benissimo, ovviamente da lui. Su tutte Claudia Cardinale».
Sophia Loren?
«È venuta solo una volta a cena. Non ama la vita notturna. A differenza di Gina Lollobrigida che veniva spesso».
Anche i Reali erano di casa
«Sì, Margaret d’Inghilterra tante volte. Arrivarono una sera anche i reali di Monaco senza farsi annunciare. Non c’era posto e così il principe Ranieri si dovette accontentare del bancone del bar e Grace di uno sgabello. Fantastici».
53 anni di vita per un locale sono tanti. Alti, bassi, e anche una parentesi in cui lo avete ceduto ed è finito in mani pericolose. Nel 1990 il locale venne chiuso dalla questura, perché la proprietà del momento risaliva a Enrico De Pedis, boss della malavita, freddato poche settimane prima e che sognava una dolce vita criminale. Cosa accadde?
«Nel 1982 morì mio marito, avevo una figlia, altri locali da mandare avanti, il Much More, l’Histeria, l’Easy Going, il Notorius e anche il King’s a Porto Ercole, non ce la facevo e lo cedetti»
De Pedis sognava una dolce vita criminale?
«Guardi non lo so, non sapevo che c’era lui dietro quella cessione. Comunque dopo poco mi aiutarono a riprendermi il Jackie O’. E il capo della polizia di allora dichiarò a un giornale: “Finalmente riconsegniamo il Jackie O’ alla legittima proprietaria"».
Nel 2023 il rilancio e oggi il Jackie, come lo chiamano a Roma, è sempre pieno. Come è la nuova mondanità?
«Ci sono tanti giovani, under 40, pochi politici e gli attori preferiscono vedersi nelle case e comunque non ci sono più i nomi di un tempo. Ad esempio se Tognazzi e Gassman adoravano il locale adesso i figli non li vedo mai».
Ora al timone c’è sua figlia Veronica.
«Veronica si occupa soprattutto del ristorante, delle serate, e sta diventando più brava di me, io sono lì 4 giorni a settimana, fino alle cinque di mattina».
Mitici i vostri buttafuori, un loro cenno ed eri dentro o fuori il cerchio magico.
«Alla porta da 40 anni c’è Carmelo, un’istituzione e tiene alla larga le persone che non vanno bene. Tiene tutti a bada, solo mettendogli una mano sulla spalla».
Roma sta tornando ai vecchi splendori, la dolce vita può tornare?
«La vedo dura. Non ci sono più quei personaggi giganteschi e il divismo è un’altra cosa, i red carpet sono sulle storie di Instagram».