repubblica.it, 7 giugno 2026
I movimenti messianici dirottano l’esercito di Israele
Tra le colline della Cisgiordania centrale occupata, il rabbino Yitzhak Nissim accoglie i visitatori con un sorriso cordiale. Da ventotto anni dirige la mechinà Elisha, un’accademia premilitare nazional-religiosa nella quale giovani israeliani si preparano a entrare nelle unità combattenti delle Forze di difesa israeliane (IDF). L’allenamento fisico è quotidiano, ma l’essenziale si svolge nelle aule: sionismo religioso, Talmud, halakhah. «Il nostro compito è fornire una formazione religiosa e ideologica», afferma senza esitazioni.
Alle pareti, i ritratti dei rabbini Abraham Isaac Kook e Haim Druckman ricordano la matrice ideologica dell’istituto: un sionismo religioso secondo cui il ritorno degli ebrei nella Terra d’Israele, lo Stato e l’esercito si inseriscono in un processo di natura divina. Qui il soldato non si limita a difendere lo Stato. Si colloca all’interno di una storia religiosa nella quale la sovranità ebraica, l’esercito e la conquista della terra partecipano a un unico processo di redenzione. «Stiamo realizzando oggi ciò che i nostri padri hanno sognato. Non è soltanto la nostra visione: è quella del popolo ebraico», sostiene il rabbino Nissim.
La scuola fu fondata nel 1998 nella Valle del Giordano, vicino a Gerico, all’indomani degli Accordi di Oslo, percepiti dagli ambienti nazional-religiosi come una minaccia esistenziale. «È da Gerico che gli ebrei conquistarono la Terra d’Israele. Era un modo per dire che non avremmo mai abbandonato questa terra», spiega il rabbino. «Formiamo giovani affinché diventino leader. Nell’esercito o nella vita civile, per cambiare il nostro Paese», prosegue. Oggi il 98% degli studenti di Elisha entra nelle unità combattenti, e circa la metà viene assegnata a reparti d’élite.
Su un tavolo sono sparsi piccoli libretti di preghiera. «Entrano facilmente in un giubbotto antiproiettile», spiega uno studente. Su un altro tavolo c’è una preghiera ancora più esplicita, da recitare «in qualsiasi momento e in particolare prima di partire per un’operazione militare». Il testo invita ad adempiere ai comandamenti: «Vendica la vendetta dei figli d’Israele», «Cancellerai il ricordo di Amalek», «Prenderete possesso del Paese e vi stabilirete in esso». Dal massacro del 7 ottobre e dall’apertura dei fronti di guerra a Gaza e successivamente in Libano, parole come «Messia», «Amalek» (la figura biblica del nemico da cancellare), «vendetta» e «Terra promessa» ricorrono sempre più spesso all’interno di alcune unità dell’esercito israeliano.
Un mese dopo gli attacchi di Hamas, il rabbino militare Amichai Fridman dichiarava davanti ai soldati di vivere «il mese più felice» della propria vita. «La nostra terra! Tutta la terra! Compresa Gaza, compreso il Libano, tutta la Terra promessa», esultava.
In Libano alcuni soldati si sono fotografati mentre distruggevano una croce votiva. A Gaza altri hanno esibito i colori di Gush Katif, l’ex blocco di colonie evacuato nel 2005. Sulle uniformi sono comparsi distintivi con la scritta «Messia», al punto che il capo di stato maggiore è dovuto intervenire, infliggendo trenta giorni di carcere militare a un soldato che ne portava uno sulla spalla. «È una ribellione contro i valori delle IDF», aveva dichiarato.
Quasi il 50% dei nuovi ufficiali di fanteria
Per lungo tempo confinati nelle scuole religiose, nelle colonie della Cisgiordania e nelle frange più ideologizzate del sionismo religioso, questi discorsi sono ormai diffusi in alcune unità dell’esercito israeliano. Essi accompagnano un’evoluzione più antica: l’ascesa, nelle unità combattenti, nelle accademie premilitari, nelle scuole ufficiali e nel rabbinato militare, di una corrente nazional-religiosa radicale secondo la quale l’esercito non deve limitarsi a difendere lo Stato, ma deve servire una missione religiosa e nazionale superiore.
Conosciute con il nome di Hardal, le componenti più radicali di questo sionismo religioso combinano ultranazionalismo, rigorosa osservanza religiosa e una lettura messianica della storia. Per esse, la nascita dello Stato d’Israele, la conquista del 1967 e la colonizzazione dei territori palestinesi rappresentano le tappe di un piano divino di redenzione che l’azione politica e militare dell’uomo deve contribuire ad accelerare. «Hanno un solo obiettivo: trasformare Israele in uno Stato teocratico governato dalla Torah», afferma l’avvocato Yair Nahorai, impegnato da oltre vent’anni contro l’influenza messianica nella società israeliana. «Per riuscirci, i messianici cercano innanzitutto di conquistare l’esercito: chi controlla l’esercito controlla lo Stato», aggiunge.
Gli Accordi di Oslo del 1993, che avrebbero dovuto aprire la strada a uno Stato palestinese, e successivamente il ritiro da Gaza del 2005, accelerarono il fenomeno. «Hanno concluso che dovevano aumentare la loro presenza nell’esercito per creare un esercito che non si sarebbe mai più ritirato dalla Cisgiordania», sintetizza Yagil Levy, direttore dell’Istituto per lo studio delle relazioni tra settore civile e militare dell’Università Aperta d’Israele. Oggi quasi il 50% dei diplomati delle scuole ufficiali di fanteria proviene dall’ambiente nazional-religioso, benché questa componente rappresenti soltanto il 12-14% della società ebraica israeliana. Nel 1990 erano appena il 2,5%.
Questa avanzata è stata favorita dal progressivo disimpegno delle élite laiche dalle unità combattenti. «La classe media laica, storica spina dorsale dell’esercito, ha abbandonato i ruoli di combattimento per orientarsi verso le unità tecnologiche e l’intelligence», spiega Levy. A corto di volontari motivati, le IDF si sono rivolte ai giovani delle colonie, considerati più impegnati, più resistenti e più disposti a prestare servizio nei territori occupati.
«I sionisti religiosi hanno capito che esisteva un’opportunità», osserva Nadav Weiman, direttore dell’associazione di veterani dell’ONG Breaking the Silence.
È in questo contesto che le accademie premilitari nazional-religiose sono diventate uno dei principali canali di questa offensiva all’interno dell’esercito; Elisha ne è soltanto un anello. Israele conta oggi circa 150 accademie, di tutte le correnti. «In trent’anni sono riusciti a inserirsi in tutti i livelli dell’esercito. Se un tempo erano semplici soldati, oggi sono numerosi nei ranghi degli ufficiali superiori», spiega Nadav Weiman.
Il volto dell’esercito israeliano è ormai segnato dalla presenza di questi ufficiali impregnati di discorsi messianici. David Zini, generale apertamente messianico, ha assunto la guida dello Shin Bet, il potentissimo servizio di intelligence interna. Roman Gofman, oggi alla guida del Mossad, è passato da Bnei David, l’accademia premilitare più radicale, come Avi Bluth, a capo del Comando centrale per la Cisgiordania, o Yehuda Vach, dato come possibile prossimo segretario militare del primo ministro.
Forze delle tenebre, forze della luce
Parallelamente, gli ambienti messianici investono nel rabbinato militare. Nominato rabbino capo militare nel 2006, Avichai Rontzki pone le prime basi di una strategia d’influenza metodica. Rafforza il rabbinato militare, aumenta il numero dei rabbini riservisti e recluta nelle yeshivot, le scuole religiose, più ideologizzate della corrente nazional-religiosa.
Nel 2008 il rabbino Eli Sadan, fondatore dell’accademia premilitare Bnei David, si compiaceva di questa avanzata: «Ha fatto entrare 90 nuovi rabbini militari. Li ha selezionati tra 300 candidati, tutti provenienti dalle nostre yeshivot». Il loro ruolo non si limita più soltanto all’accompagnamento spirituale. I sermoni pronunciati prima dei combattimenti e le preghiere collettive spostano progressivamente il confine tra sostegno morale e inquadramento ideologico.
Samuel – il nome è stato cambiato, perché presta ancora servizio nell’esercito – racconta di avere ascoltato per mezz’ora le giustificazioni di un rabbino militare durante una delle sue rotazioni a Gaza. «Non era affatto facoltativo», ricorda questo ebreo laico. Durante la predica, il rabbino invita i soldati ad affidarsi a Dio. «Ha spiegato che combattevamo per difendere la terra che Dio ci ha dato. Mi ha anche assicurato che la morte che infliggevamo era necessaria, che questa guerra era benedetta», racconta il giovane soldato.
A Elisha, i rabbini insegnano che le guerre condotte oggi da Israele sono “guerre di mitzvah”, cioè “guerre di comandamento”, considerate dalla tradizione halakhica ebraica religiosamente obbligatorie.
Dopo il 7 ottobre, una parte ampia dell’ebraismo religioso ha considerato la difesa d’Israele una guerra di mitzvah, senza che questa qualificazione fosse necessariamente messianica. Ma a Elisha questo comandamento si accompagna a una lettura manichea. «Ci sono forze delle tenebre che cercano di colpire le forze della luce», sottolinea il rabbino Yitzhak Nissim.
Nel cortile dell’accademia, Yosef, studente franco-israeliano del primo anno, dice di avere visto cambiare la propria visione della guerra alla luce dell’insegnamento ricevuto. «Ora so perché dovrei uccidere. Se verrò ucciso, saprò anche perché», confida.
A tutti i livelli della piramide militare, questa retorica religiosa giustifica un uso della forza sempre più svincolato dai limiti regolamentari. Diversi ufficiali controversi per la loro condotta a Gaza o in Cisgiordania sono passati da Bnei David, la più influente delle mechinot nazional-religiose.
Yehuda Vach, comandante della 252ª divisione nel centro di Gaza, nel 2025 avrebbe ordinato di sparare senza preavviso contro qualunque gazawi oltrepassasse una «linea immaginaria». «Non ci sono civili. Sono tutti terroristi», ripeteva alle sue truppe, secondo un’inchiesta del quotidiano Haaretz.
Barak Hiram, ex comandante della 99ª divisione poi nominato alla guida della divisione di Gaza, è stato richiamato dall’esercito israeliano per avere ordinato la distruzione di un edificio dell’università Al-Israa senza le autorizzazioni necessarie. Il suo nome resta inoltre associato a uno degli ordini più controversi del 7 ottobre: il tiro di un carro armato contro una casa del kibbutz Beeri, dove combattenti di Hamas tenevano in ostaggio civili israeliani. Avi Bluth, attuale comandante dell’esercito israeliano per la Cisgiordania, è regolarmente criticato per il ruolo dell’esercito nell’armamento delle unità di autodifesa delle colonie e nella protezione accordata ai coloni durante episodi violenti contro villaggi palestinesi.
Per questi comandanti, la violenza oltrepassa spesso i confini militari che dovrebbero regolare l’uso della forza. Le loro traiettorie illuminano un’evoluzione della cultura militare israeliana. «Questi ufficiali sono stati particolarmente rilevanti nel promuovere un discorso di vendetta, che in precedenza era stato marginalizzato perché considerato illegittimo», analizza Yagil Levy.
La questione riguarda l’essenza stessa dell’autorità militare. Chi stabilisce i limiti dell’uso della forza: il governo, lo stato maggiore, la legge o rabbini esterni alla catena di comando? «Una minoranza, appena qualche punto percentuale della popolazione, sfrutta la propria influenza sull’esercito per porre una minaccia strutturale: se le sue richieste non vengono soddisfatte, incoraggerà i propri studenti a non servire nelle unità combattenti», ritiene Yagil Levy. «Questa proliferazione delle fonti di autorità indebolisce la democrazia», aggiunge.
Yagil Levy, come Yair Nahorai, teme che questa frammentazione dell’obbedienza possa rendere qualsiasi de-escalation con i palestinesi – e ancor più un’eventuale evacuazione delle colonie – molto più difficile di quanto non sia stato nel 2005. Lo stato maggiore ribadisce regolarmente che i soldati restano soggetti alla catena di comando. Tuttavia, le correnti nazional-religiose più radicali hanno tratto una lezione precisa dal ritiro da Gaza: oggi i loro diplomati prestano servizio nelle unità combattenti, comandano battaglioni, accedono ai livelli intermedi dello stato maggiore e incidono sui dibattiti interni delle Forze di difesa israeliane.
Ad Elisha, il rabbino Yitzhak Nissim ammette implicitamente di essere consultato. «La situazione oggi è migliore per noi di quanto non fosse in passato», afferma sorridendo. Nel 2005 l’esercito aveva evacuato le colonie della Striscia di Gaza. Vent’anni dopo, le scuole nate da quel trauma formano una parte dei suoi futuri quadri dirigenti. «Per le IDF, la prossima crisi non sarà soltanto militare. Sarà una crisi di obbedienza», conclude Yair Nahorai.