la Repubblica, 7 giugno 2026
Corrado Guzzanti parla dei suoi progetti di oggi e del passato
«Diciamo la verità, è orrido e ha tutti i difetti, ma piace anche ai bambini: li fa ridere». Corrado Guzzanti ha vinto il Nastro d’argento Grandi serie per il ruolo del sindaco di Pineta Paolo Pasquali nei Delitti del Barlume. Ha girato per Sky la quattordicesima stagione. «Il premio è una sorpresa, ero già felice per la candidatura, faccio questo personaggino da anni». Protagonista della migliore satira, ha interpretato sé stesso in Call my agent.
Nella serie è l’artista pigro che prende tempo e finge di lavorare ad altri progetti. Confessi: lo fa?
«Tendenzialmente sì, sono un procrastinatore. Mi impegno solo all’ultimo, e mi dico: “Che scemo, potevi cominciare prima”. Sono rimasto come ero a scuola, studiavo alle 5 del mattino l’ultimo giorno».
Perché Pasquali è veneto?
«Anni fa, Roan Johnson, regista e autore delle sceneggiature, mi chiamò per un cameo, un furbo mascalzone. Non doveva essere toscano: ci scambiavamo i messaggi. Romano banale, siciliano e napoletano, già sentiti. Abbiamo provato con il dialetto veneto».
Come le è venuto in mente?
«È musicale, da bambino passavo molte estati a Venezia; da questo, a parlare il veneto, ce ne corre. Ma mettiamoci i politici della Lega che ho imitato… A Roan è piaciuto e Pasquali è di Canisano Vicentino».
Chi rappresenta?
«L’italiano medio, furbacchione, provolone, tirchio. I furbi, completamente idioti, mi divertono. Lo avrebbe potuto fare Peter Sellers. Se la cava nonostante i guai. Diciamolo, fa schifo».
Sono passati 20 anni da “Fascisti su Marte”. Che effetto fa?
«È il suo “Ventennio di Marte”. L’effetto è, forse, non portare fortuna secondo me. Era nato in un momento di apertura alla destra, il ritorno di un retaggio populista con strani figuri, l’idea era: rivediamoli e archiviamoli. Principalmente era un lavoro sul linguaggio della propaganda, ed eccoci qua. Mi fa impressione vedere che è attuale, mi colpisce che quel linguaggio, un po’ trasformato, resiste ancora».
Lo studente Lorenzo?
«Ne ho conosciuti tanti così. Lorenzo è nato perché volevamo raccontare la storia di un tifoso, e io di calcio non ho mai capito nulla: la Nazionale o lo Schiaccianoci per me sono la stessa cosa».
Era tornato in “Aniene” con il figlio Luco.
«L’ho rifatto ai tempi del Covid, intrappolato col figlio a casa, vive il dramma che è laziale, la considera una malattia. Credo che lo rifarò anche a teatro».
Quindi tornerà in scena?
«Sto scrivendo. Mi piacerebbe tornare in teatro l’anno prossimo».
Lo sa che lo dice tutti gli anni?
«Lo so. Sono lento. Stavolta torno».
L’ispirazione per Vulvia?
«Un altro personaggino particolare che si è candidato a essere universale. Doveva essere un’annunciatrice di documentari strambi, poi abbiamo aperto alla sua vita sentimentale: è diventata l’emblema di donna ferita».
È più affezionato a Padre Pizzarro o al profeta Quelo?
«Ma così mi tocca nei sentimenti, a Quelo ero affezionato: “La risposta è dentro di te, e però è sbagliata”. Ha fatto la sua parabola mentre padre Pizzarro si esprimeva ogni cinque anni, può dire cose nuove. Lavoro al Vangelo secondo Pizzarro».
È una persona riservata, ma fa l’attore: come concilia i due aspetti?
«Ancora non li concilio benissimo. Per il mio carattere sarebbe l’ultimo mestiere da fare. Invece mi diverte molto, sto imparando in tarda età ad avere relazioni pubbliche».
Cosa la fa ridere?
«Non so: Louis C. K., Ricky Gervais. Essendo un po’ del mestiere ogni volta che un comico ha un testo costruito, fiuto la battuta finale».
Che guarda in tv?
«I programmi di informazione, 5mila film e serie, poi tonnellate di documentari. Anche quelli su come si costruiscono i cancelli, come diceva il buon Frassica».
La satira, con la realtà che supera la fantasia, è una sfida?
«Le cose sono talmente palesi, rimbombano nei social, che quando fai un commento ti sembra di dire cose inutili. Ormai la satira è involontaria. Puoi farla su quello che scrive Trump? Non c’è niente da aggiungere. Al contrario dovresti normalizzarlo».
Oggi è più ottimista?
«Ho avuto fasi più pessimiste di questa, ma penso di essere stato anche più ottimista».