la Repubblica, 7 giugno 2026
Da Trump fino a Lotito, la politica soporifera nelle stanze del potere
Sleepy tu che sleepy anch’io... Osservata da casa nostra, la guerra del sonno d’Oltreoceano ci consente, per una volta, uno sguardo disincantato o misericordioso.
Non c’è ronf-ronf di potente che qui in Italia non sia stato già visto, ascoltato, vissuto, perdonato e dimenticato, e anche comprensibilmente se solo si considera che l’imperatore Claudio – divenuto tale nell’anno 41 dopo Cristo – si addormentava durante gli spettacoli, i processi e i banchetti. Non solo, ma durante questi sonnellini veniva anche fatto bersaglio di crudeli lanci di noccioli d’oliva e datteri, così come, secondo quel pettegolo di Svetonio, c’erano audaci burloni di corte che gli mettevano in mano le pantofole col proposito che risvegliandosi di colpo se le stropicciasse sugli occhi tra gli sghignazzi dei commensali.
Ora, è possibile che Claudius imperator avesse problemi neurologici. E tuttavia, lungo i duemila e più anni che dall’antica Roma conducono agli intrepidi, ubiqui sonni che rintontiscono il presidente della Lazio Lotito dai banchi del Senato alle poltroncine degli Internazionali di tennis, occorre riconoscere che spesso la politica è tragicamente noiosa e soporifera; mentre è vero che con l’età i potenti sono soggetti a cali di vigilanza a causa di impervie digestioni, superlavoro, psicofarmaci, insonnia, smanie di performance in un’epoca di visioni a distanza e di bio-politica sacrificale.
Ciò nondimeno, non c’è popolo che sia lieto di farsi governare da chi mostra la propria decadenza fisica abbandonando il capo all’indietro, peggio se a bocca aperta, e in obliqua fissità si lascia fotografare – dai vecchi e nuovi fusti del Borghese ai Cafonal di Pizzi – addormentati come bambini sui fatali divanetti e le scomodissime sedioletta dorate del Palazzo. Di qui l’inesorabile dileggio e l’inappellabile sentenza d’inadeguatezza: a casa!
Così la narcolessia del potere s’è trasformata in arma impropria e strumento di delegittimazione. In questo senso pare che Aldo Moro conducesse i suoi incontri con intensa, silenziosa e riflessiva lentezza. Assorto nei suoi non sempre concretissimi ragionamenti, finiva per stringere le spalle attorno al petto abbassando le palpebre sul volto: ciò che consentì a Kissinger, che già lo detestava, di collegare quelle interlocuzioni a una specie di torpore, considerando un successo «il semplice fatto di tenerlo desto».
Con gli stessi intenti polemici, al culmine della stagione propulsiva dell’anti-politica, Beppe Grillo diede conto di alcuni suoi incontri con Romano Prodi a Palazzo Chigi e con Giorgio Napolitano al Quirinale rappresentando entrambi quali prede di sintomatica e irriguardosa sonnolenza. In particolare sul secondo si accanì, reclamandone con insistenza la cartella clinica e ribattezzando “Morfeo”, divinità assegnata al sonno, che “dorme, dorme, dorme – s’incanagliva Grillo – e poi di colpo si sveglia e ‘monita’”.
Tutto ciò trovò fertilissimo terreno sul finire degli anni 10 per via dell’indimenticabile primato di Silvio Berlusconi, campione mondiale, nonché ancora oggi indiscutibile detentore del record di colpi di sonno. In proposito si può ritenere che nella sua conclamata auto-rappresentazione regale – come ai tempi del Re Sole: “le roi se lève, le roi se couche” – Silvione considerasse una sua prerogativa e forse perfino un rassicurante beneficio per la popolazione il fatto di addormentarsi dovunque e a qualunque ora. Sennonché la spiegazione che si davano tutti, comprese le cancellerie, era che quei pisolini fossero da mettere in relazione con le “cene eleganti”, o wild parties che fossero, che lo stancavano oltre misura reclamando un riposo improvvisato.
Questo aleggiante retropensiero rendeva senz’altro più comico il frequente abbiocco berlusconiano. Tre o forse quattro foto-sequenze, se è consentita una breve valutazione soggettiva, rientrano nell’albo d’oro di quell’assonnata epopea: al Senato, ma soprattutto per la tenera e timida premura del ministro Bondi che pian piano gli toccava un braccio per destarlo; sotto al baldacchino della parata militare, per quanto in quel caso il Cavaliere riprese conoscenza solo al passaggio di un’avvenente capa-crocerossina; durante una messa di beatificazione pontificale, prima della lettura del Vangelo, al momento dell’Alleluja, tutte le autorità civili e cardinazie in piedi e lui accoccolato con un foglio in mano e le campane intorno, din-don-dan, din-don-dan; e infine durante una interminabile cena, che seguiva un’interminabile rodeo di cavalieri italiani e berberi, al fianco del Colonnello Gheddafi e avendo sulla testa un enorme bandierone della Libia.
Nulla comunque che possa minimamente essere posto a confronto con i brandelli di Sleepy Joe e Sleepy Trump.