la Repubblica, 7 giugno 2026
Ballottaggio alle elezioni peruviane: Fujimori contro Sánchez
Oggi il Perù torna alle urne per decidere il suo futuro. Deve eleggere il nuovo presidente. Il clima è teso, con due candidati di segno opposto che spaccano un paese in balìa di un’incertezza politica che dura da dieci anni. Cinque capi di Stato sono stati estromessi e arrestati, altri due sfiduciati e costretti a dimettersi.
Da un lato c’è l’onnipresente Keiko Fujimori, 51 anni, figlia dell’ex presidente, l’autocrate Alberto, leader del partito di destra Fuerza Popular, liberista, favorevole ai privati. È al suo quarto tentativo.
Il suo avversario si chiama Roberto Sánchez, 57 anni, origini umilissime, studi e formazione da psicologo. Molti ricordano che prima di diventare deputato e anche ministro del Commercio Estero, era il ragazzo che si aggirava per Plaza de Armas nella sua Huaral, lungo la costa vicino a Lima, con una cassetta per la lucidatura delle scarpe. Fino a un mese fa nessuno lo conosceva. Il suo nome si confondeva tra i 35 che affollavano una scheda elettorale lunga quanto un lenzuolo. Nel 2008 ha fondato Juntos por el Perú, una formazione che si definisce di sinistra. Sinistra democratica. È critica nei confronti del capitalismo e a favore di un referendum che elabori una nuova Costituzione. Se la “China” come viene chiamata Keiko, per le origini giapponesi del padre e della sua famiglia, punta sul successo ottenuto al primo turno con il 17 per cento dei voti, Sánchez fa leva sul sentimento antifujimorista che resta profondo tra i peruviani. Ha superato per un pugno di voti l’altro candidato al ballottaggio, l’estremista di destra Rafael López Aliaga ed ex sindaco di Lima, arrivato terzo, nell’estenuante riconteggio durato un mese. Adesso è lanciato nella sfida sostenuto dai sondaggi che nonostante i 5 punti in meno (12 per cento) della sua avversaria lo danno per favorito (43,8 per cento) sulla figlia dell’ex dittatore (43,2) che lui stesso definisce la “signora del caos con la K”. Ma è rischioso affidarsi ai sondaggi. Hanno perso credibilità.
Il nuovo capo dello Stato dovrà confrontarsi con una novità istituzionale significativa. Per la prima volta dopo 34 anni il Perùha di nuovo un Parlamento bicamerale. Con il voto del 12 aprile è ritornato il Senato abolito dopo l’autogolpe di Alberto Fujimori del 1992.
Il leader della sinistra ha raccolto l’eredità lasciata dal pittoresco ex presidente Pedro Castillo, autore di un grottesco autogolpe che lo ha portato in carcere. Indossa lo stesso cappello di paglia a falde larghe, simbolo degli indios delle cinque regioni meridionali che gli hanno espresso una maggioranza schiacciante. Ha capitalizzato il loro malcontento: gli abitanti di queste aree sono convinti che le élite bianche delle grandi città abbiano fatto cadere il governo del primo contadino capace di raggiungere il Palazzo presidenziale. Per attenuare i timori della classe imprenditoriale e della ricca borghesia, spaventata dall’idea del ritorno del comunismo, ha presentato un nuovo programma frutto di un’alleanza con altri partiti. Promette di preservare la stabilità macroeconomica, rispettare l’autonomia della Banca centrale e di riserva, sostenere gli accordi internazionali di libero scambio. Ma ha confermato la sua intenzione di concedere l’indulto a Castillo che già a fine marzo, dal carcere di Barbadillo dove è rinchiuso, aveva annunciato il suo sostegno con un post su X.
Keiko Fujimori ha incassato il sostegno di tutte le forze conservatrici e dello stesso López Aliaga, suo potenziale avversario, che ha avvertito del rischio del moltiplicarsi delle schede annullate volontariamente. “Oggi”, ha detto l’uomo della destra radicale che fino a ieri attaccava la figlia di Fujimori, “la scelta è chiara: libertà o comunismo”. La leader di Fuerza Popular preferisce toni più moderati e rassicuranti. Punta sulla lotta alla criminalità con la linea dura per combattere l’insicurezza, la principale preoccupazione dei peruviani; promette la creazione di servizi essenziali come l’acqua corrente e l’accesso alle strutture mediche nelle zone “trascurate dallo Stato”. Garantisce sostegno agli investimenti privati; promette efficienza e un governo “che risolve i problemi” con i “migliori esperti”. Ma deve soprattutto superare quell’ostacolo che si chiama Alberto Fujimori. Il suo fantasma continua ad aleggiare.