Sette, 6 giugno 2026
Intervista ai Subsonica
Nello stesso edificio dove Max Casacci ha il suo studio di registrazione e dove oggi c’incontriamo, lo studio dove i Subsonica hanno registrato gli album più recenti, compreso Terre rare, in questo stesso edificio ho abitato per un periodo. Quattro piani più in alto per l’esattezza. E, per l’esattezza, erano gli anni del mio dottorato, stavo scrivendo quello che sarebbe diventato il mio primo romanzo e avevo aspirazioni confuse, tra la fisica, la musica, la letteratura.
Lo dico per confessare fin dal principio la prossimità, non solo geografica ma esistenziale, che sento verso i Subsonica. Diversa, nella sua natura, da quella che potrei avere con qualsiasi altra band. A vent’anni i Subsonica erano un orizzonte per me, l’unica realizzazione visibile in carne e ossa di quello a cui vagamente ambivo. Erano la forma del presente in cui mi riconoscevo. Il centro del paesaggio sonoro, artistico, della mia città.
Insieme al mio collega musicale dell’epoca avevamo realizzato un remix di Livido amniotico solo per guadagnarci la loro attenzione, la loro benevolenza. Un gesto ruffiano. Un tardo pomeriggio di estate mi ero appostato fuori dal The Beach, uno dei locali dei Murazzi dove era facile incontrarli, e avevo aspettato almeno un’ora prima di trovare il coraggio di avvicinarmi e allungare a Max il cd del remix, insieme a qualche frase balbettata.
Ignoro se l’abbia mai ascoltato, di certo io non gliel’ho mai detto in seguito, verrà a saperlo leggendo queste righe. Sono passati vent’anni, è tutto perdonato.
Lo studio dei Subsonica non era lo stesso in cui c’incontriamo oggi. Si trovava altrove, più vicino al fiume, a un angolo di piazza Vittorio, quello del cinema Classico e del bar Elena.
Rispondono Max e Samuel, alternandosi, completandosi.
«Siamo stati nello studio di piazza Vittorio fino al 2007, fino a L’eclissi, salvo poi scoprire che non esisteva come immobile, che non era nemmeno accatastato... Piazza Vittorio era il luogo della nostra anima. Ai Murazzi e nei dintorni è avvenuto il cambiamento di uno stile di vita della città. Quando ce ne siamo andati abbiamo contato i passi, più di cinquecento, fino a qui. È stato uno strappo. Ma negli anni abbiamo scoperto che anche a Vanchiglia esiste una scena artistica. Forse la vivacità che nei primi duemila era in piazza Vittorio, adesso è proprio qui».
I Subsonica hanno festeggiato il trentennale di carriera con una mostra fotografica su via Po, l’arteria spirituale della città, e con quattro concerti sold out alle OGR. Negli stessi mesi molte band iconiche degli anni novanta celebrano un trentesimo anniversario significativo, di un disco in particolare o della propria formazione. Radiohead, Smashing Pumpkins, Placebo... In Italia gli Afterhours, i Baustelle, i Verdena e, appunto, i Subsonica.
«Gli anni novanta sono stati un periodo speciale. Tutta la creatività che era in pancia agli anni ottanta è esplosa. Nuovi spazi si sono aperti, come i centri sociali. D’un tratto per trovare le controculture non dovevi più sfidare il mondo, potevi semplicemente frequentare quei nuovi spazi, restando incolume. E in ambito musicale, i primi cinque anni del decennio sono stati irripetibili. In cima alle classifiche c’era la migliore musica indipendente».
Doveva esserci un segreto che poi abbiamo dimenticato, a giudicare dal panorama odierno...
«Era un periodo libero da certe dinamiche economiche. Non che non si pensasse ai soldi. Ma il concetto di “business” era riservato a chi lavorava nelle banche. Oggi è inculcato nella mente di tutte le persone. E nell’arte preclude un territorio di sperimentazione, di follia. È molto chiaro d’altronde: se vuoi fare soldi ragioni in un modo, se vuoi trovare la tua forma di espressività personale, autentica, in un altro. Come Subsonica siamo stati dei bravi imprenditori, anzi siamo stati fra i primi a essere imprenditori di noi stessi. Ma avevamo un distacco sincero rispetto alla ricchezza. Un giorno il nostro primo manager ci ha chiamato per chiederci se volevamo sapere il numero di dischi venduti. Era passato un anno dall’uscita. Abbiamo fatto moltissimi featuring senza considerare la popolarità degli altri artisti, solo perché ci piacevano. Tutto questo è cambiato. Ogni collaborazione viene pesata con i numeri. La musica è stata rapita dalla bramosia».
In trent’anni si sono succedute diverse epoche. Anzitutto i supporti, dai cd, alla smaterializzazione, fino agli streaming e al ritorno feticistico dei vinili. Ho l’impressione che l’industria musicale reagisca più velocemente di altri settori artistici alle mutazioni, prima del cinema, sicuramente prima dell’editoria.
«I musicisti reagiscono. Non l’industria musicale. Noi Subsonica siamo venuti fuori anche grazie all’incubatore di Mtv. In quel momento il videoclip era un elemento centrale. Ma la nostra intenzione è sempre stata di creare una relazione diretta con il pubblico, nei concerti. Un rapporto disintermerdiato che non passasse da case discografiche e radio. Quando ci hanno chiesto di andare a Sanremo eravamo appena riusciti a riempire i locali. Abbiamo proposto il terzo brano della nostra lista di preferenze (Tutti i miei sbagli) proprio per la convinzione che non lo avrebbero preso. Ci sembrava un modo elegante di rifiutare. Invece. A Sanremo eravamo terrorizzati di fare un passo falso. Che il nostro pubblico appena conquistato ci avrebbe voltato le spalle. Le scelte degli artisti erano scrutinate attentamente. Il percorso, la riconoscibilità. La musica era ancora una religione».
Vorrei un’immagine dei Subsonica un attimo prima dei Subsonica. Degli esordi prima degli esordi.
Samuel: «Il primo seme l’abbiamo generato Max e io. Avevo un piccolo progetto di scrittura e musica al quale collaboravo già con Boosta, ma sentivo il bisogno di una figura più autoritaria».
Autorevole?
Samuel: «Lapsus. Autorevole. E autoritaria... Io ho una grande capacità di invenzione ma spesso non so come direzionarla. Max stava facendo un lavoro incredibile con gli Africa Unite, gli ho proposto di produrre dei nostri brani. Lui ci ha visto qualcosa ma anche l’immaturità. Mi ha dato dei dischi da ascoltare. Quando ha lasciato gli Africa mi ha proposto di costruire il progetto insieme. Abbiamo iniziato in studio, ma quando si è trattato di uscire abbiamo avuto bisogno di altri musicisti, servivano competenze forti, perché le nostre ritmiche erano complesse, le linee di basso scritte col computer. Ninja aveva solo sedici anni. E ha portato dentro Pierfunk (che ha suonato con i Subsonica fino al 1999, per poi essere sostituito da Vicio).»
Max: «Ho alcune fotografie di quel periodo. Un pomeriggio, con Samuel e Boosta, stiamo lavorando a un ritornello che Samuel ha proposto con chitarra e voce, il ritornello di Istantanee. Io ci applico una linea di basso monocorde, ossessiva, un po’ björkiana. Esco dallo studio e quando rientro Boosta ha aggiunto un’orchestrazione. In quel momento ho sentito che tre sensibilità si erano incastrate in modo perfetto».
E poi?
Max: «E poi mi ricordo di me e Ninja, da soli, di notte. Stiamo registrando il pezzo che sarebbe diventato Giungla nord. Vogliamo tentare una ritmica jungle (il titolo non c’era ancora). Ninja era già molto dotato ma io gli imponevo di rinunciare a certe soluzioni tipiche dei batteristi da tourné italiani. L’ho sfidato a scomporre la batteria come se fosse un campionatore. Abbiamo registrato le singole tracce, per ore, e quando le abbiamo aperte tutte insieme il risultato era davvero... nuovo. Un pezzo jungle interamente suonato, non si faceva nemmeno in Inghilterra. Abbiamo camminato fino ai Murazzi, la nebbia si stava alzando sul fiume. Di nuovo ho sentito che molte cose si stavano incastrando».
L’incastro Subsonica: la musica elettronica, però suonata, però messa dentro la forma canzone. Una novità assoluta in quel momento. Trent’anni dopo la musica leggera è iperprodotta, spesso nasce e muore nei suoni virtuali. Siamo immersi in musica da laboratorio. Mi chiedo se sia possibile essere ancora interessanti con l’elettronica.
«Bisogna distinguere tra le forme. La musica che passa per radio, nei supermercati e a Sanremo è solo una parte di quella che esiste, la più invadente. E il rap, la trap eccetera sono intrinsecamente legati al rapporto rapper/producer/beatmaker, alla dimensione della cameretta. Ma ci sono in circolazione molte nuove band, band di ventenni, che tornano agli strumenti. Che suonano davvero. Restano solo più nascosti, carsici».
E intanto sono cambiati anche i modi per misurare il successo musicale.
«I conti con i numeri dobbiamo farli anche noi. Ma decidiamo autonomamente quali sono i parametri del successo di un disco. Non possiamo affidarci alla compulsione dello streaming, non sarebbe giusto. Quindi ci basiamo sulle persone che ancora decidono di venire ai nostri concerti e su una comunità di ascoltatori molto attenti, molto esigenti, che ci scrivono per condividere cosa pensano».
Trent’anni in più e il successo attraversato hanno cambiato anche il modo di essere subsonici, suppongo.
«Microchip emozionale è nato nel sostanziale disinteresse, anche di chi lo stava producendo. Nessuno si aspettava granché. Il disinteresse concede una libertà che con il successo è persa. Da quel momento in poi hai gli occhi puntati, ti arrivano richieste che non avresti mai immaginato, tipo: ce l’avete un pezzo per le radio? Tutto questo si riversa sulla pagina bianca. In più, sei diventato adulto, hai una famiglia, magari dei figli, la tua giornata creativa non è più di ventiquattro ore. Il nostro antidoto a questo genere di malattie è sempre stato il palco. Quando il mondo esterno vuole spiegarci chi siamo, perché abbiamo avuto più o meno successo eccetera, ogni volta che il mondo ci confonde, noi saliamo sul palco e tutto acquisisce di nuovo una chiarezza».
A proposito di malattie, ci sono state in passato molte illazioni sui momenti di crisi dei Subsonica, voci di tensioni, perfino di scioglimento. Vorrei sapere il momento più duro.
Samuel: «Io ho avuto un momento drammatico all’inizio. Mi sentivo il motore di tutto, avevo cercato Max e convinto Max a lavorare con Boosta. Farli comunicare, mettere insieme due parti di me mi aveva reso molto felice. Ma quando, dopo il primo album, Max e Boosta sono diventati così uniti da produrre musica per conto loro, mi sono sentito escluso. Forse ho iniziato a fare dei progetti paralleli proprio per esorcizzare quella paura di abbandono».
Max: «Io ho avuto momenti complicati nel periodo successivo a L’eclissi».
Senza saperne nulla, avrei collocato anch’io la crisi proprio lì, dopo L’eclissi, dopo il 2007.
«Ha senso, perché la musica parla. Quando non è fatta in modo industriale, fotografa il momento relazionale di un gruppo, molto più di quanto il gruppo stesso si renda conto. Con L’eclissi abbiamo avuto una disavventura classica, un manager che scappa con il bottino, con tutte le complicazione annesse. Il meccanismo si è inceppato. In più, era un album che scontava i suoi tempi, anticipava la crisi economica che sarebbe arrivata un anno dopo, era scuro, vibrante. E tutto intorno si stava spegnendo una scena, quell’impulso degli anni novanta e di Mtv. Le vendite non sono state brillanti e, anche se questo non c’importava granché, ho visto il resto della band soffrire per la luce che si affievoliva su di noi. Un’eclissi, appunto. In quella debolezza della band, il mondo esterno ha iniziato a interferire parecchio. Il management voleva che i Subsonica si lasciassero alle spalle la loro natura underground, che piacessero a tutti, discorsi che solo qualche anno prima sarebbero stati eresie. Ho percepito di essere l’ostacolo a quella strada, alla grande visibilità, e che il gruppo mi chiedeva di fare un passo indietro. Così è iniziata una fase, con Eden e altri dischi, in cui abbiamo scritto canzoni che suoniamo ancora, ma in cui abbiamo mancato di anima e di identità. Per almeno dieci anni. Ho patito molto. Forse non facevo pace con il cambiamento dei tempi».
Samuel: «E poi c’è stata la pandemia. Ci siamo trovati distanti tra di noi come mai prima, con tante cose non dette».
Max: «Di quel periodo ricordo un momento preciso: il giorno in cui è morto Stefano D’Orazio dei Pooh. Ho visto la disperazione sincera degli altri Pooh, la disperazione di musicisti che avevano condiviso cinquant’anni di carriera ma anche la disperazione di amici. Mi sono trovato a pensare: se succedesse a qualcuno di noi sarebbe la stessa cosa? E lì per lì non sono riuscito a darmi una risposta».
Samuel: «Nemmeno per un istante, però, ho pensato che potesse finire.»
In Terre rare si sente un’aria nuova. Una serenità, pur essendo un disco che parla frontalmente di questi tempi cupi (guerre, confini, fake news, neofascismi, sistemi di sorveglianza). Almeno per quel che riguarda la tecnologia, Terre rare sembra un controcanto a distanza a Microchip emozionale. La tecnologia che non è più una promessa ma una minaccia. Se, nel 1999, Aurora sognava «una carne sintetica, nuovi attributi, un microchip emozionale», in Terre rare il digitale mina la democrazia e la solidarietà.
Il disco stesso, quasi in opposizione alla trans-de-umanizzazione del presente, nasce da un’esperienza di condivisione molto terrena, un periodo trascorso a Essaouira, nel deserto del Marocco, fra musicisti locali. Mi fa pensare che, forse, quella promessa di spazi della controcultura formulata negli anni novanta viene revocata proprio oggi.
A Torino è stata sgomberata Askatasuna. Le istituzioni artistiche, della città e del resto del paese, sono assediate dalla destra.
«Lo sgombero di Askatasuna, minacciato per anni e ora attuato, nasce da una volontà centrale molto forte. Le destre del territorio avevano bisogno di mostrare al governo quello scalpo. Ed è sempre loro responsabilità la militarizzazione di un isolato che viene presidiato giorno e notte da camionette che fanno la guardia al nulla, con uno spreco evidente di denaro pubblico. Ma noi musicisti abbiamo consegnato al sindaco una lettera aperta in cui ricostruiamo l’importanza che la cultura delle occupazioni ha avuto per questa città, da El Paso in poi. E la lettera è stata accolta. Forse la volontà di Torino è stata piegata a un certo punto, forse ci aspettavamo più resistenza, forse Torino rischia la stessa desertificazione culturale e sociale di altre città, ma c’è ancora la possibilità di un’interlocuzione. E non va dimenticato tutto quel che è stato fatto. Il rischio di chiusura di un altro spazio sociale, il Comala, è stato scongiurato dalla mobilitazione giovanile. Anche se Askatasuna è stata sgomberata, insomma, non è sgomberata l’idea. Anzi. L’idea esce rafforzata».
I Subsonica potevano esistere solo a Torino. E solo in quella Torino. Mi chiedo se dopo trent’anni è chiaro, almeno a loro, il perché. Qual è lo specifico subsonico della città e, al contrario, qual è lo specifico torinese dei Subsonica.
«Non viene detto spesso, ma i torinesi sono dei sognatori. Qui esiste una musica diversa dal resto d’Italia, lontana dai cliché. Pensa a Cosmo, che è di Ivrea ma si è molto formato qui. Pensa ad Andrea Laszlo de Simone. Pensa a Willie Peyote. La loro musica esiste perché ancora oggi, a Torino, prendono forza i sogni. Magari poi si disperdono, dopo la realizzazione. Ma nascono, qui, nella frequenza di vibrazione specifica della città».