Corriere della Sera, 6 giugno 2026
Intervista a Igiaba Scego
Igiaba Scego, ha l’entusiasmo contagioso di chi non ha mai smesso di sognare. E il sorriso di chi ha saputo trasformare la sofferenza in libri pieni di poesia. «Il motore della mia scrittura sono state le caramelle», dice, regalando al dolore un tocco di dolcezza.
Caramelle?
«Sì, le caramelle che il generale Graziani regalava a mio padre».
Parla di Rodolfo Graziani, il gerarca fascista?
«Proprio lui, mio nonno è stato uno dei suoi interpreti in Somalia. Mio padre bambino non capiva la sua crudeltà, per lui Graziani era l’uomo per cui lavorava suo padre e gli sembrava buono, gli regalava le caramelle. Sono partita da lì per capire che cos’è il colonialismo. Molto spesso noi pensiamo che sia bianco o nero invece è molto più complicato».
Perché usa il termine complicato?
«In Etiopia il fascismo l’hanno combattuto apertamente, sono stati occupati militarmente e c’erano i partigiani a fronteggiare l’occupazione, come è successo in Italia. In Somalia, e più ancora in Eritrea, l’occupazione è stata subdola, con il colonialismo che ha inquinato le falde acquifere del Paese».
Lei ha origini somale ma è nata in Italia.
«Sono romana e romanista, la mia prima vera cittadinanza. Uno dei miei più bei ricordi è quando la maestra d’inglese ci ha portato in classe Falcao».
Poi si è appassionata a Francesco Totti?
«Anche ma adesso la mia vera passione è l’atletica leggera».
Diciamo meglio: la sua vera passione sono i libri. Ne ha scritti tanti e molto belli, parlano della Somalia.
«Ma non solo. Le mie urgenze sono la diaspora somala e il colonialismo italiano, non solo in Somalia».
Già, il suo ultimo libro racconta un episodio di colonialismo italiano nel Congo.
«Un episodio tristissimo dell’Ottocento di due bambini del popolo Akka trattati come oggetti per essere studiati».
Perché studiati?
«Un circuito di scienziati pazzi volevano capire se quelle popolazioni erano veramente umane o erano scimmie, l’anello di congiunzione mancante. I due bambini, Tukuba e Makunka, erano molto ricercati per questo. Il popolo Akka viveva nella foresta e venivano definiti con una parola che odio: i pigmei».
«Figli della foresta» è un libro disegnato a fumetti.
«È una graphic novel che ho realizzato insieme a Chiara Abastanotti, a lei il disegno e il colore, a me la sceneggiatura e la ricerca storica».
Ha dovuto scartabellare parecchi archivi immagino.
«Sì, per fortuna c’era molto materiale e gli archivi della Società geografica italiana sono molto forniti. Grazie a Emilio Salgari sono riuscita a rintracciare anche la tomba di Tukuba, a Verona».
Emilio Salgari lo scrittore di Sandokan?
«Sono arrivata a lui da un articolo dell’Arena di Verona, i due ragazzi a un certo punto li aveva presi in carico un nobile veneto che li aveva fatti studiare».
Alla fine sono riusciti ad avere un riscatto.
«Hanno anche avuto un padre adottivo, Bachit, un uomo che era arrivato nella villa del nobile veneto molto prima di loro, con i missionari. I tre formano una strana famiglia nera nel pieno Ottocento italiano. Ma nessuno e niente ha potuto ridare ai ragazzi la loro vita perduta nella foresta».
Lei ha la pelle scura, ha mai vissuto episodi di razzismo in Italia?
«Chi non lo ha vissuto? A scuola mi chiamavano Kunta Kinte, dallo sceneggiato di allora che si chiamava “Radici”. Ero l’unica nera della scuola alla Balduina».
Un razzismo così violento? Come ha fatto a resistere?
«Per fortuna avevo anche tanti amici. Ma per molto tempo le persone intorno non ci hanno riconosciuto. Io ho avuto la cittadinanza da bambina, ma mi chiedevano sempre: sei italiana?».
I suoi genitori quando sono venuti in Italia?
«Negli anni Settanta, in Somalia c’era la dittatura e loro sono andati via e sono venuti in Italia perché conoscevano la lingua. Mio padre è stato ministro, ambasciatore. Quando è venuto qui ha dovuto adattarsi. Io non credevo ai suoi racconti».
Cosa non credeva?
«Noi non avevamo molti soldi. I miei genitori mi raccontavano i fasti della vita in Somalia e mi sembravano impossibili. Nella mia infanzia ho avuto molte fatiche economiche. Eravamo dodici fratelli. Loro invece mi raccontavano di feste, di limousine».
Una famiglia numerosa. Lei ha figli?
«In Somalia si fanno tanti figli, ma io non ne ho voluti. Non mi sono sentita tagliata per il ruolo di madre. Amo i bambini, ho scritto libri per bambini, ma è molto meglio essere una buona zia che una cattiva madre. Ho scritto un libro dove da zia scrivo una lettera a mia nipote Soraya. Si intitola “Cassandra a Mogadiscio”».
E cosa scrive a sua nipote Soraya?
«Racconto il trauma che abbiamo vissuto come famiglia somala per la diaspora della guerra. Di trent’anni di guerra civile cominciata negli anni Novanta».
Negli anni Novanta eravate in Italia, però.
«Sì, ma mia madre, ignara, va in Somalia e rimane intrappolata nella guerra civile. Per due anni non abbiamo avuto più notizie di lei. Questo trauma ce lo siamo portati tutti un po’ appresso, si è trasformato in malattie anche fisiche. Io ho il glaucoma, credo dipenda da questo».
Poi sua madre è tornata sana e salva?
«Salva, ma acciaccata e impaurita. Ancora oggi se sente un boato a capodanno sta male. Ho provato a chiederle cosa era successo in quei due anni. Non ha mai voluto raccontare nulla. E questo io scrivo a Soraya nella mia lettera, dei miei inutili tentativi di intervistarla sulla guerra».
Lei ha cominciato scrivendo libri per bambini.
«Ho cominciato vincendo un concorso per migranti, Eks&tra, nel 2003. “Salsicce” il titolo del racconto che due anni dopo è stato pubblicato in una raccolta. Poi sì, la prima pubblicazione è stata un libro per bambini».
Come è andata?
«Devo dire grazie a Della Passarelli della Sinnos editrice. Sono andata alla fiera “Più libri più liberi”. La casa editrice aveva fatto una serie di libri bilingue di vari paesi. Mancava la Somalia. Sono andata da lei e le ho detto: “Manca la Somalia posso farla io?”».
E lei?
«Ha detto sì. Subito».
Lei ha parlato degli episodi di quando era a scuola, adesso ha cinquantadue anni: c’è ancora razzismo in Italia?
«Abbiamo visto che cosa si è scatenato a Modena, della tragedia di Taranto, una storia che in Italia ha orgine nel 1979, il primo omicidio razziale era un somalo homeless bruciato vivo dietro piazza Navona. Anche il secondo omicidio in Italia è un somalo, Giacomo Valent nel 1985. Sessantatré coltellate».
Ma lei lo vive anche sulla sua pelle il razzismo?
«Ogni tanto sì ancora. Persino a Roma. Purtroppo il razzismo è sistemico, anche se bisogna dire che per fortuna c’è pure tanta consapevolezza di antirazzismo. Poi c’è un’altra questione».
Quale?
«Manca la rappresentanza, in tutti i settori, a cominciare dalla politica. Oggi le persone sono ancora tutte bianche e invece siamo una società plurale».
È religiosa?
«Sono musulmana praticante. La fede mi aiuta in ogni cosa, anche a scrivere libri».