Corriere della Sera, 6 giugno 2026
Medici di famiglia, frenata sulla riforma
In teoria la riforma si farà, in alcune Regioni sta già partendo. Ma in pratica non si sa come, quando e con chi. Si parla della riforma della sanità territoriale, nel punto in cui si prevede – le infrastrutture sono finanziate con i soldi del Pnrr – l’istituzione delle Case di Comunità, ovvero di presidi sanitari che saranno una sorta di via di mezzo tra medici di famiglia (oberati di pazienti) e pronto soccorso sempre affollati.
La riforma, pensata dal ministro della Salute Orazio Schillaci, va avanti da tempo, ma ora che dovrebbe diventare operativa si registra uno stop. Il motivo è piuttosto semplice: per fornire personale alle Case di Comunità servirebbe, secondo il ministro, l’assunzione di medici o, comunque, il passaggio almeno parziale dal regime di convenzione dei medici e pediatri (oggi liberi professionisti) a quello di dipendenti del Servizio sanitario nazionale. L’alternativa è che si trovi una via di mezzo: qualche ora a settimana da destinare alla presenza nelle Case di Comunità, richieste a gran voce da tutte le Regioni, in particolare quelle del Nord.
Ma il principale (e potente) sindacato di categoria dei medici di famiglia, la Fimmg, si oppone. Tanto che da settimane anche il governo ha innestato la marcia indietro. Molto dubbiosi in Fratelli d’Italia, idem in Forza Italia, contrarissima la Lega, che ieri è scesa in campo con un comunicato durissimo: «La Lega ha sempre espresso forti dubbi sulla riforma Schillaci delle cure primarie, impostata quasi esclusivamente sul cambio di tipologia contrattuale dei medici di famiglia e sull’obbligo di presenza nelle Case di Comunità. Da oltre due anni abbiamo depositato un disegno di legge che punta a valorizzare le aggregazioni tra medici per offrire più servizi ai cittadini».
Insomma, conclude la nota, «crediamo che la salute dei cittadini si tuteli con soluzioni operative e di buonsenso, non con imposizioni ideologiche o modelli rigidi».
Se la Lega lo grida, FdI lo sussurra: non si può far partire una riforma così profonda e divisiva per un comparto importante come la sanità «a un anno dalle elezioni». Sarebbe un «boomerang» enorme a livello di voti. E qualcuno già sospetta che sia stato lo stesso ministro – convinto che non tornerà a esserlo nella prossima legislatura – a far scoppiare il caso per poter dire poi: io ero pronto, mi hanno frenato. E magari tornare al suo mondo.
Al di là dei sospetti, il problema c’è. Il rischio che le Case si aprano ma restino cattedrali vuote è grosso e quindi si cerca una mediazione con i medici. Il sottosegretario alla Salute di FdI Marcello Gemmato, amicissimo della Meloni, rassicura: «Le Case di Comunità saranno aperte nei tempi previsti, con la disponibilità condivisa dei medici di medicina generale. Fin dal primo giorno di mandato siamo al lavoro per ridisegnare l’assistenza territoriale».
Esultano intanto i sindacati, Fimmg in testa (altre sigle, c’è da dire, erano favorevoli al cambiamento). Così il segretario nazionale, Silvestro Scotti: «La riforma? Avrebbe fatto saltare l’Ssn. Non è una riforma del ministro Schillaci, ma delle Regioni, ed è fatta solo per motivi economici. Se una parte politica della maggioranza ha capito che era dannosa, ne prendiamo atto con responsabilità».
E l’opposizione va all’attacco: «È uno spettacolo indecoroso», dice la deputata del Pd Ilenia Malavasi. E il capogruppo al Senato Francesco Boccia: «La destra è divisa, schiava di chi preferisce la privatizzazione della sanità e una riforma che aveva avuto l’ok delle Regioni ora viene affossata».