Corriere della Sera, 7 giugno 2026
Un italiano su tre usa l’AI come «dottore»
L’Intelligenza artificiale è già entrata da tempo, in modo più o meno consapevole, nella vita quotidiana degli italiani. Ora sono tutti «pazzi» per i chatbot. I nuovi «oracoli digitali», vengono ampiamente compulsati, anche su argomenti delicati come la salute. Lo confermano anche i dati raccolti dall’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano in collaborazione con Ipsos Doxa e le associazioni dei pazienti (Amr, Apmarr, Fand, FederASMA e Onconauti): l’uso dell’AI per «consulti medici» applicata alla salute è in forte crescita.
«L’AI si afferma come elemento chiave dell’evoluzione del sistema, aprendo nuove opportunità ma anche interrogativi etici e sociali – spiega Deborah De Cesare, direttrice dell’Osservatorio Sanità Digitale —. Gli italiani sono sempre più informati, digitali e coinvolti. Così si trovano così al centro del cambiamento: protagonisti nella gestione dei propri dati, nella relazione con i professionisti e nell’utilizzo degli strumenti digitali per la salute». I numeri dell’indagine mostrano con chiarezza la velocità del fenomeno. Il 36% degli italiani dichiara di aver utilizzato chatbot o assistenti basati su AI per cercare informazioni relative alla salute. Il dato colpisce soprattutto per la sua crescita. Appena un anno fa la quota si fermava all’11%. L’utilizzo varia in modo significativo con l’età.
Tra i giovani dai 18 ai 24 anni supera il 55%, mentre nella fascia 25-34 anni raggiunge oltre il 58%. Con l’avanzare dell’età la diffusione diminuisce progressivamente, fino ad arrivare al 16% tra gli over 64. A spingere verso questi strumenti è soprattutto la rapidità con cui consentono di ottenere informazioni. Pesano anche la semplicità d’uso e la possibilità di confrontare o verificare diverse fonti in tempi molto brevi.
Le modalità di utilizzo sono numerose e riflettono bisogni differenti. Quasi un utente su due, il 47%, consulta questi strumenti per capire se determinati sintomi possano essere associati a una possibile diagnosi. Il 41% li utilizza per ottenere spiegazioni più semplici di termini medici difficili da comprendere, mentre il 40% cerca aiuto nell’interpretazione dei risultati degli esami di laboratorio. Accanto a queste esigenze emergono richieste più pratiche. Molti cittadini cercano informazioni su farmaci e terapie, suggerimenti sugli stili di vita oppure una prima rassicurazione rispetto a dubbi e preoccupazioni, legate alla salute. L’analisi evidenzia differenze interessanti tra gruppi di popolazione. I giovani tra i 18 e i 34 anni tendono a usare l’AI soprattutto per prepararsi a una visita medica o per ottenere rassicurazioni preliminari. Gli over 55 la utilizzano invece più spesso come strumento di conoscenza e supporto nella gestione delle terapie.
Anche il livello di istruzione influenza le modalità d’impiego. Chi possiede un titolo di studio più basso ricorre più frequentemente ai chatbot per chiarire il significato dei termini medici e orientarsi nelle informazioni sanitarie. I laureati tendono invece a sfruttare l’AI soprattutto per approfondire referti e indicazioni ricevute dopo una visita.
La crescente familiarità con questi strumenti emerge anche da un altro dato significativo. Il 32% degli italiani ha già sentito parlare di ChatGPT Salute, lanciata da poco negli Stati Uniti. Se fosse disponibile in Italia, l’11% dichiara che sarebbe interessato a utilizzarla ma oltre un terzo, pari al 34%, afferma che lo farebbe soltanto su consiglio del proprio medico curante. Ed è proprio il tema della fiducia a rappresentare uno degli aspetti più delicati della diffusione dell’Intelligenza artificiale in sanità. Se da un lato cresce l’interesse verso queste tecnologie, dall’altro persistono timori significativi. Il 45% dei cittadini teme che l’AI possa ridurre la dimensione umana della relazione tra medico e paziente. Più di un terzo, il 36%, manifesta la preoccupazione che il medico possa essere progressivamente sostituito dalla tecnologia. Un ulteriore 29% indica invece il rischio di una possibile compromissione della protezione dei dati personali. «La vera sfida è proprio come governare lo sviluppo dell’AI in modo etico, sostenibile e inclusivo, definendo competenze, regole e strumenti capaci di accompagnarne un utilizzo consapevole e orientato al valore», conclude De Casare.