Corriere della Sera, 7 giugno 2026
Un mito che rischia di cadere
L’Italia ha circa 1,5 milioni di professionisti. La Francia ne ha 2,5 milioni, la Germania 3,9 milioni, il Regno Unito 4 milioni. Non siamo affatto il Paese dei professionisti: siamo il Paese dove mancano i professionisti di grandi organizzazioni, quelli che in Europa generano valore, carriera e salari alti.
Il 70% dei 255 mila avvocati italiani lavora in micro studi – da soli o in due. In Europa, chi lavora in grandi studi è tre volte tanto in proporzione. Tra i 320 mila tecnici dell’edilizia (architetti, ingegneri, geometri), solo l’8% opera in grandi strutture. In Europa siamo al 20%. Anche tra i commercialisti la situazione è analoga: lavorano in grandi studi nel 25% dei casi, contro il 50% europeo.
Risultato? Le retribuzioni mediane degli avvocati, architetti e commercialisti italiani sono inferiori del 30-40% rispetto alle controparti europee, a parità di potere d’acquisto. Non è un problema di ore lavorate o di dedizione. È un problema strutturale: il nanismo delle organizzazioni professionali italiane produce salari da economia emergente in un Paese che si vuole avanzato.
La causa non è un Dna imprenditoriale italico. Sono gli ecosistemi economici e istituzionali dentro cui le professioni operano che le mantengono piccole.
La maggioranza dei 180 mila avvocati italiani vive di contenziosi minori, recupero crediti, diritto di famiglia, rapporti con i tribunali più lenti d’Europa. Tengono in vita per anni piccole vertenze da poche migliaia di euro che nessun grande studio toccherebbe mai. Il risultato è una massa di professionisti impegnata in un lavoro a basso valore aggiunto, impossibile da scalare in strutture efficienti. I colleghi europei – e i pochi grandi studi italiani – si occupano di operazioni societarie, diritto internazionale. Settori che pagano. Settori che crescono.
Lo stesso vale per i tecnici dell’edilizia. Il sottobosco edilizio italiano – committenti privati singoli, piccoli palazzinari, processi autorizzativi che variano da comune a comune, bonus e sanatorie continue – produce un lavoro professionale che non può essere standardizzato, digitalizzato, scalato. All’estero ci sono grandi developer istituzionali, fondi immobiliari, general contractor strutturati. I BIM (sistemi digitali di progettazione) in Europa sono la norma nel privato; in Italia sono ancora appannaggio quasi esclusivo del settore pubblico.
I commercialisti, infine, sono vittime del «piccolo è brutto» delle imprese italiane. L’Italia ha circa 150 aziende con più di un miliardo di fatturato – la metà rispetto alla media europea e molte meno grandi imprese quotate. Con pochi clienti complessi, il commercialista italiano si occupa di dichiarazioni fiscali, contabilità ordinaria, adempimenti burocratici. I colleghi nelle Big Four globali lavorano su fiscalità internazionale, audit complessi, acquisizioni. È un altro pianeta.
Non basta: siamo carenti proprio nelle professioni del futuro.
I professionisti ICT, AI, marketing, business services rappresentano in Europa una quota doppia rispetto all’Italia sul totale dei professionisti. E anche tra loro, il nanismo imperversa: i professionisti ICT italiani operano prevalentemente in piccoli studi o da soli, occupandosi di siti web basilari e assistenza tecnica. Quelli stranieri – e le poche grandi strutture italiane – lavorano su cloud, cybersecurity, intelligenza artificiale.
L’AI: questa è la vera grande ironia. Perché è una minaccia per chi è grande e uno scudo temporaneo per chi è piccolo.
Le grandi società professionali occidentali – McKinsey, PwC, Clifford Chance – stanno già riducendo le schiere di junior. L’intelligenza artificiale sta erodendo il lavoro di ricerca, redazione, analisi preliminare che un tempo era appannaggio dei neoassunti. Chi dei grandi userà meglio AI vincerà la sfida dei prossimi anni.
Il professionista italiano medio? Per ora è al sicuro dall’AI. È difficile immaginare ChatGPT che si presenta a un’udienza rinviata in un tribunale del Sud, o che va in Comune a chiedere una variante catastale per un seminterrato abusivo. L’AI fatica a operare dentro ecosistemi fondati sulla relazione personale, sulla burocrazia discrezionale, sull’opacità dei processi.
Ma attenzione: questo non è un vantaggio. È una protezione che nasce dall’arretratezza, non dall’eccellenza. È come dire che i lavoratori della manifattura tessile italiana erano al sicuro dalla concorrenza cinese negli anni 80 perché facevano prodotti di nicchia a basso costo. La protezione era temporanea; il trauma, quando è arrivato, è stato violento.
Quando quegli ecosistemi si modernizzeranno davvero, il professionista italiano si troverà davanti a una doppia sfida: concorrenza dall’alto (le grandi strutture internazionali che entrano nel mercato) e dall’AI (che erode i servizi a basso valore aggiunto). Schiacciato nel mezzo, senza le competenze né la struttura per rispondere.
Che fare? La risposta non è semplice, ma alcune direzioni sono chiare.
Primo, smettere di celebrare la «libertà» come un valore in sé. I migliori professionisti italiani non hanno bisogno di essere «liberi» ma di organizzazioni che valorizzino il merito, paghino bene e offrano lavoro complesso e stimolante.
Secondo, capire che il problema delle professioni nane è specchio del problema delle imprese nane. Finché l’Italia avrà poche grandi imprese, pochi grandi developer, una giustizia civile inefficiente e una burocrazia discrezionale, le professioni resteranno frammentate. La riforma delle professioni non si fa con i regolamenti degli ordini: si fa riformando l’ecosistema.
Terzo, investire nelle professioni del futuro. I professionisti ICT, AI e business services sono già in ritardo rispetto all’Europa. Colmare quel gap richiede formazione, apertura alle grandi organizzazioni internazionali.
Infine, prepararsi all’AI – non subirla. Chi lavora in strutture grandi e sofisticate sta già imparando a usare l’AI come moltiplicatore di produttività. Chi lavora da solo, in micro studi, su lavoro a basso valore aggiunto, non ha le risorse né il contesto per farlo. La forbice si allargherà.